
Portare il bosco in vigna fa bene al vino, oltre che al pianeta. Se da una parte sappiamo che le aree boschive sono alleate della biodiversità, dall’altra alcuni studi suggeriscono che queste contribuiscono anche alla salute delle viti e alla buona qualità del vino. L’alternanza tra filari ordinatissimi e natura più selvaggia è un tratto distintivo del paesaggio dell’Alta Langa, l’area collinare a sud del Piemonte in cui ha sede anche cantina Saffirio. Con trentasei ettari di superficie aziendale di cui sedici sono boschi e prati permanenti, Saffirio è la cantina con la maggiore percentuale tra superficie vitata e area adibita a bosco nella zona del Barolo. Non si tratta di un’eventualità fortuita, ma di una visione consapevole oggi scelta e portata avanti da Sara Vezza, quinta generazione della famiglia.
Cantina Saffirio, una lunga storia di vino e famiglia
Bisogna parlare di visione, e non di motivazione, perché la seconda da sola non è quasi mai sufficiente per prendere in mano le redini di un’azienda e traghettarla con convinzione nel futuro, nonostante tutto. La storia dei Saffirio mette radici a Castelletto di Monforte d’Alba nei primi dell’Ottocento, quando il trisavolo di Sara Vezza costruisce la casa di famiglia e inizia a dedicarsi alla viticoltura. La passione per il vino si conserva di generazione in generazione ma, con il tempo, dall’attività di coltivazione di uva destinata alla vendita nasce il desiderio di produrre vino. È questo il sogno del nonno di Sara, Ernesto Saffirio, classe 1910, che si concretizza definitivamente negli anni Ottanta quando sua figlia Josetta, classe 1952, trasforma effettivamente l’azienda in un’acclamata realtà vitivinicola.
Dopo alcuni anni, quando Josetta decide di lasciare l’attività, sua figlia Sara è appena maggiorenne. «Si trattava di compiere una scelta cruciale: cedere l’attività o portarla avanti», racconta. Sempre sostenuta dal padre enologo e dalla madre agronoma, Sara si laurea in scienze della comunicazione e a ventidue anni si lancia nell’impresa.
I semi piantati dai suoi genitori, nonni e bisnonni, letteralmente e metaforicamente, germogliano col tempo. Nel 1999 la produzione è di circa mille bottiglie all’anno: vent’anni dopo sono oltre centoventimila. Dal 2009, accanto alla storica linea dedicata al Barolo, viene introdotta la linea incentrata sul Metodo Classico con Nebbiolo d’Alba spumante e dal 2018 con l’Alta Langa.
Un ulteriore capitolo si è aperto nel 2023 con l’ingresso di Saffirio in Brave Wine, la holding di Renzo Rosso: una partnership che ha l’obiettivo da una parte di rafforzare i brand aziendali nel settore del Nebbiolo e del Barolo, dall’altra di promuovere lo sviluppo della produzione dell’Alta Langa.

Riportare il bosco in vigna
È il padre di Sara, Roberto Vezza, a immaginare per primo di dare di nuovo spazio al bosco vicino ai vigneti dell’azienda agricola di famiglia. All’uomo non sfugge una delle contraddizioni delle Langhe: essere una zona celebre per i tartufi, oltre che per il vino, ma aver tolto molti di quegli antichi e prolifici boschi per fare posto alle attività agricole. Così Roberto, ormai una ventina di anni fa, inizia a rinnovare il bosco e la tartufaia nelle vicinanze delle sue vigne portandovi nuove querce, tigli, pioppi e salici – tutte piante che contribuiscono a creare un ecosistema favorevole alla crescita di tartufi.
Queste prelibatezze non si possono propriamente coltivare, ma si può comunque provare a favorirne la presenza. Ad esempio, catturando delle lumache, nutrendole con i residui di tartufo e poi lasciandole nuovamente libere nel bosco, così che possano aiutare a propagare il fungo. Oppure piantando ghiande che provengono da quelle querce che i tartufai esperti della zona tengono gelosamente segrete. «È un atto di fede», dice Roberto. E non l’unico a cui ha voluto credere, dato che una quarantina di anni fa si è anche messo in testa di piantare alcuni ulivi in Alta Langa. Dopo svariati tentativi e fallimenti, le piante hanno infine trovato una loro nicchia per sopravvivere e oggi l’azienda agricola produce anche una piccolissima quantità di olio.
«Sappiamo che aggiungere bosco vuol dire togliere zone produttive alle vigne, in cambio di aree che non rendono ma hanno comunque un costo. Ma è una direzione che vogliamo seguire, e che dovrebbe essere condivisa», dice Sara. «La sostenibilità è un asset imprescindibile per le aziende che hanno una grandissima responsabilità verso l’ambiente e che devono investire oggi per riparare ai danni fatti ieri. Si tratta di un investimento a lungo termine, un impegno verso le nuove generazioni e l’ambiente, ma anche l’unica scelta che abbiamo per continuare a fare impresa domani».

La biodiversità dal bosco al calice
Salvaguardare il bosco e le aree non coltivate dentro e vicino ai filari significa salvaguardare gli habitat naturali e, dunque, la biodiversità: un capitolo ampio che include anche gli insetti impollinatori, come api selvatiche e da miele, sirfidi, farfalle, falene e vespe. Gli impollinatori sono nella maggior parte dei casi gli unici responsabili del trasporto del polline, che innesca la fecondazione delle piante, la produzione del seme e la fruttificazione.
È un processo essenziale non solo per le piante stesse, ma anche per noi: gli impollinatori sono infatti necessari per la sopravvivenza di tre quarti delle principali colture alimentari dell’essere umano, ed è per questo che il declino di questi insetti – causato tra le altre cose dal consumo di suolo, dall’aumento della superficie coltivata e dalla crisi climatica – desta particolare allarme.
Tra le buone pratiche che aiutano a frenare la riduzione degli impollinatori figurano anche la conservazione e il ripristino degli habitat naturali, bosco incluso. Un impegno che, come accennato, se viene portato avanti nei pressi delle vigne comporta vantaggi anche per il vino stesso. Lo rivela ad esempio uno studio condotto su alcuni viticoltori piemontesi dal Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino, nel contesto del progetto BILiV finanziato dalla Fondazione Crt di Torino.
Le autrici hanno dimostrato che le vespe sono tra i pochi insetti impollinatori in grado di trasportare sugli acini d’uva il Saccharomyces cerevisiae, responsabile della fermentazione del mosto: un lievito prezioso che le vespe possono recuperare proprio dalle aree boschive intorno alle vigne. Non a caso, le ricercatrici hanno notato che le vespe catturate nelle vigne più vicine ai boschi erano vettrici di una quantità e varietà di lieviti maggiore rispetto alle vespe catturate nei vigneti più lontani.

Lo studio in conclusione evidenzia l’importanza delle foreste circostanti nel modellare le comunità di lieviti nei vigneti attraverso il trasporto mediato dagli insetti impollinatori, suggerendo che la gestione del paesaggio e la conservazione delle aree forestali adiacenti ai filari possano avere implicazioni significative per la biodiversità microbica e, di conseguenza, per la qualità e le caratteristiche del vino prodotto.
Altre evidenze suggeriscono che favorire la biodiversità in vigna, anche lasciando crescere liberamente la vegetazione tra i filari, può contribuire al controllo naturale dei parassiti e alla salute del suolo: una ulteriore conferma del fatto che tutela della biodiversità e degli habitat naturali da una parte e produzione vitivinicola di qualità dall’altra possono andare felicemente a braccetto.
Non solo bosco: preservare le orchidee selvatiche delle Langhe
Accanto ai più classici percorsi in cantina e di degustazione, grazie al suo bosco cantina Saffirio ha all’attivo altre proposte enoturistiche per i visitatori: la passeggiata con picnic nella natura, ad esempio, ma anche la caccia al tartufo con tartufai esperti. Lo sforzo dell’azienda agricola verso la tutela ambientale non si limita però al rinnovamento del bosco nei dintorni dei filari: lo dimostra l’impegno preso con l’Osservatorio Madonna della Pace nella vicina Bossolasco, un’area di boschi e prati in cui proliferano le incantevoli orchidee selvatiche delle Langhe.
Individuata una ventina di anni fa dall’agronomo Edoardo Monticelli, che si è da sempre occupato da solo della sua tutela, l’area naturalistica è stata da un paio d’anni “adottata” dall’azienda agricola di Sara Vezza, che da allora contribuisce al suo mantenimento. L’orchidea selvatica delle Langhe è diventata un vero e proprio simbolo della visione aziendale e ambientale di Sara Vezza, tanto che è finita anche sulle etichette della linea “Orchidea”, composta da vini di Langa come Barolo, Barbera d’Alba, Nebbiolo, Rossese Bianco e Langhe Rosato.

Sono una quarantina le orchidee che crescono spontaneamente in questa zona del Piemonte, di cui almeno quattordici si possono osservare nei circa due ettari dell’Osservatorio Madonna della Pace, visitabile liberamente previa prenotazione. «L’agricoltura occupa e trasforma il territorio, condizionata dall’elemento denaro: si punta a estendere sempre di più il business. Ma l’agricoltura fine a sé stessa e senza controllo opera una trasformazione dell’ambiente da cui non c’è ritorno», racconta l’agronomo Edoardo Monticelli mentre ci conduce alla ricerca delle orchidee selvatiche in fioritura a metà maggio.
«Serve invece una proiezione lungimirante», prosegue. «Bisogna chiedersi come saranno questi luoghi tra cinquant’anni e operare in funzione di questo. Come? Cercando di coltivare sensibilità e amore, e facendo appassionare l’agricoltore in modo veritiero alla natura. L’attività agraria deve ovviamente essere produttiva, ma chi opera nell’ambiente agricolo deve anche avere una sensibilità tale da domandarsi ogni volta in che modo può operare nel suo interesse con il minore impatto ambientale possibile».
Per riuscirci, concordano Edoardo e Sara, chi opera in campo agricolo deve imparare a riconoscere che l’impatto delle sue scelte è più ampio e non finisce certo là dove si interrompono i suoi terreni o le sue vigne. «L’agricoltore deve sentire che tutto l’ambiente naturale è casa sua», conclude l’agronomo.
