Dickepartitosei?Il cartellone su Meloni al Pride, e i politici che si coprono di ridicolo

Molti di quelli che vorrebbero governare si atteggiano a giovani e moderni partecipando a un carnevale dove si prendono i like, convinti che poi i cuoricini si trasformeranno in voti. E dimostrando di non imparare mai dai propri errori

Lapresse

Poiché la memoria collettiva ce la siamo giocata lasciando i neuroni nelle telecamere dei cellulari, non parto subito dal 2016, che è come partire dalle guerre puniche. Per capire lo scandale du jour dell’altroieri bisogna rievocarne uno di nove anni fa, ma prima dirò un’altra cosa.

Se chiunque espone un cartellone con la faccia di chiunque altro, e una battuta che riconduca al fatto che a questo chiunque altro piaccia il cazzo, ciò non costituisce nessuno dei reati codificati dai legislatori della suscettibilità: non è sessismo, non è omofobia, al massimo è ridondanza. Il cazzo piace a tutti, e se di questa ovvietà non hanno contezza al gay pride, allora abbiamo proprio perso la bussola (sì, lo so che voialtri non lo chiamate più “gay pride”: io sì).

A marzo del 2016 ci sono tre attentati a Bruxelles. Morti, feriti, ma lo scandale du jour è un bambino che viene fotografato in un campo profughi in Grecia. Regge un cartello con scritto «sorry for Brussels».

Poiché Candy e Indesit e Miele e le altre associazioni a delinquere hanno rovinato l’umanità liberandole tempo, e non lavando più i panni al fiume l’umanità deve intrattenersi e non ha intenzione di farlo in modo impegnativo, della foto del bambino si appropriano gli sfaccendati dibattenti social.

Da destra, per dire: lo vedete, lo sa anche un bambino che tutti i musulmani sono moralmente responsabili di quelli che si fanno saltare in aria. E fin lì pazienza, perché se a destra dicono una scemenza io riesco a riderne. È quando a sinistra riescono a rispondere con una scemenza più grossa, che do delle testate al muro.

A sinistra, dove riescono sempre a sorprendermi per stolidità, la linea difensiva è: non si sta scusando, «sorry» mica significa «scusa», «sorry» significa «mi dispiace». Sono nove anni che mi chiedo se secondo loro il bambino profugo la cui prima lingua non è l’inglese sia stato lì a dire «aspe’, fammi scrivere “sorry” invece di “my deepest apologies”, così la sfumatura è chiara». Sono nove anni che do testate al muro. Da domenica, anche grazie a Riccardo Magi.

Io Riccardo Magi l’ho dovuto guglare, perché tra le moltissime cose di cui non m’importa niente ci sono i politici italiani: è ovviamente un’ammissione di lacuna, non una vanteria, lo specifico perché ho moltissima fiducia nell’intelligenza dei lettori e nella loro capacità di discernere.

Non ho niente contro i radicali, ho molti amici radicali: sono così scemi che non capiscono d’essere la matrice d’ogni populismo. Sbarrano gli occhi e ti dicono ma come, noi non siamo giustizialisti, noi siamo libertari, noi la rava, noi la fava. Avessi mai incontrato un radicale capace di rendersi conto che tutti i tic radicali, dai microfoni aperti ai referendum, sono stati il brodo di coltura del mondo di oggi. Non ho niente contro i radicali, però in media sono più scemi dei comunisti e dei fascisti. Non che sia importante, la scemenza: l’intelligenza non basta neanche per agire in maniera intelligente.

Dunque domenica Riccardo Magi, deputato, sta su un carro del Pride e regge un’immagine. All’immagine poi ci arriviamo (lo so, vi faccio sempre faticare con queste divagazioni, avevo un analista che diceva che mettevo sempre alla prova l’amore degli altri, forse dovrebbe organizzare una terapia di gruppo per lettori messi alla prova dalle subordinate).

Prima vorrei dire una cosa che di solito non diciamo perché i social sono tutti i giorni e il Pride no. Vorrei dirla pur consapevole che questo rigo verrà fotografato, ritagliato, e usato per darmi della qualsivogliafobica – un rischio che mi preoccupa come sempre tantissimo. Eccola qua: i politici non devono andare sui cazzo di carri del cazzo di Pride.

Lo so che è inutile spiegare alla vecchia pittata di Pirandello che è appunto la vecchia pittata di Pirandello, che si sente figa e moderna ed è solo ridicola, ma qualcuno deve pur spingere questo masso su per la montagna (no, non è più Pirandello, è Camus, oggi repertorio di riferimenti da liceo di quelli così scontati che li puoi citare nei reality), e se non lo faccio io non lo fa nessuno. E quindi eccoci: siete ridicoli. Che siate Roberto Gualtieri in giacca e cravatta e palesemente fuori luogo, che siate Elly Schlein che balla Annalisa con le mossette e ti senti male all’idea che sia a capo di uno dei maggiori partiti italiani: siete ridicoli.

Sì, la conosco l’obiezione (foste capaci di formularne una non prevedibile, sarebbe un secolo meno noioso): no, non siete ridicoli perché difendete i diritti gay – o, come li chiamate sentendovi moderni, “queer”. Siete ridicoli perché il Pride non è una difesa dei diritti, è un carnevale (perché credete che i carri siano carri? Sì, lo so, non ci avevate mai pensato: dovreste governarci, e non vi accorgete dei dettagli).

I politici, in questo uguali a chi non ha ruoli, pensano solo alla photo opportunity. I dementi di Ultima Generazione che vanno ad agitare le forbici davanti a palazzo Chigi perché guarda che bella idea che tiktokescamente evoca il taglio dell’Iva, guarda come vado virale, sono tali e quali ai rappresentanti del popolo che inscenano continue carnevalate perché è con quelle che si prendono i like, e se le urne sono vuote che almeno i cuoricini siano pieni.

Solo che, fuori dai social, le baracconate e la realtà sono ancora distinte. Nessun carnevale ha mai ottenuto il matrimonio egualitario o l’adozione per le coppie gay (neanche nessun partito italiano di sinistra: in effetti, in questo il Pride è tale e quale al Parlamento).

Il fu gay pride è una baracconata che serve per distrarsi, non per presidiare il territorio. Serve come ricreazione: agli uomini travestiti da donna che reclamano pronomi femminili, a quelli che sanno che sono lì a fare le sorelle Bandiera ma non nutrono il pensiero magico ritenendosi donne, a tutta l’ammucchiata che è nella natura del movimento (in ogni frocio c’è una soubrette, amano dire le vecchie checche) – ma la politica dovrebbe starne distantissima. Ma figuriamoci se può farlo, terrorizzata com’è di perdere un centimetro di terreno e, soprattutto, consapevole che andare sui carri a fare il karaoke con le mossette sia assai meno impegnativo che occuparsi delle fabbriche che chiudono.

E adesso, per la gioia di quella mia amica che m’insulta ogni volta che scrivo «Lo so che nel frattempo vi siete dimenticati di cosa stavo parlando», torniamo al cartellone sventolato da Magi. C’è la faccia della Meloni e la scritta «amica dei dicktators», un gioco di parole tra il pene (dick) e il dittatore (dictator) così imbarazzante che potrebbero averlo scritto Marco Travaglio o Luca Bottura.

E infatti uno dei due genitori putativi lo difende (non volete proprio sorprendermi mai mai mai), essendo dotato, oltre che di ottimo gusto comico, anche di raffinate conoscenze angliste: mica stanno dicendo che alla Meloni piace il cazzo, macché, «è una eccellente battuta: dittatori che giocano a chi ce l’ha più lungo». Poi l’eccellente gioco di parole è così efficace che sbaglia a ricopiarlo e scrive «dickditators», ma non cavilliamo.

Anche altri senza credenziali (e quindi meno colpevoli) spiegheranno che sono io che non capisco: «dicktators» è, giuro che uno me lo scrive davvero, «slang americano». Ora, capisco che le sfumature della traduzione sono l’argomento meno avvincente che ci sia, sempre ma specialmente in un’epoca in cui gli italiani sono più somari che mai ma convintissimi d’essere bilingue (lo sono: è un bilinguismo in cui non parlano correttamente né l’italiano né l’inglese).

Capisco che da quando guardano le serie Netflix coi sottotitoli si percepiscono fluent e quindi ti spiegano che «dick» significa anche «stronzo», mica solo «cazzo», e quindi non è che Magi abbia l’umorismo d’un tredicenne cui fa ridere dire che una è amica del cazzo, macché.

Capisco che in un paese che si percepisce di mondo usando parole inglesi che nessun madrelingua inglese usa o sa cosa significhino, da «stan» a «homeschooling», sia inutile precisare che no, nessun americano dice «dicktator» (che però scopro per l’occasione essere una marca di motori sudafricani).

Capisco tutto, anche che nessuna persona che lavora con l’intelletto si metta a dibattere con la gente dell’internet, sennò finisce come i politici che si mettono a fare i balletti al Pride: a coprirsi di ridicolo, e a far pensare qualunque osservatore che questa qui non è mica una persona seria, meglio fidarsi di quegli altri, chiunque siano quegli altri.

Capisco tutto, ma vorrei sapere una cosa, che mi sembra l’unica che è importante capire per regolarsi in seguito. Quando, cari politici italiani che vi pittate illudendovi di sembrare meno vecchie e andate a fare la carnevalata, vi pare una buona idea un cartellone con così ampi margini di equivoco, ciò accade perché siete così scemi da non prevedere – nel 2025! – che qualcuno potrà darvi dei sessisti e a quel punto dovrete giocare in difesa e avrete quindi già perso?

O accade perché pensate che una polemica social è comunque visibilità, e there’s no such thing as bad publicity, e va bene va bene va bene anche se non mi vuoi bene va bene ma almeno ora sai che esisto? (Doppia semicit. con carpiato: mi scuso con tutti i tifosi della prosa lineare).

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