Teresa Ribera è sempre più sola sull’isola dello scetticismo climatico della seconda Commissione von der leyen. L’ex ministra spagnola resiste, non molla, punzecchia la fragile maggioranza Ursula 2.0 e prova a mantenere alta l’ambizione di Bruxelles.
Ribera, che è vicepresidente esecutiva della Commissione con delega alla Transizione pulita, è stata la principale promotrice delle nuove norme che permetteranno alle Ong ambientaliste di chiedere la revisione delle decisioni dell’esecutivo comunitario in materia di aiuti di stato. Questa possibilità potrà essere invocata in caso di dubbi sull’ecosostenibilità delle suddette decisioni. Se la risposta della Commissione non risultasse soddisfacente, scrivono Anna Colombo e Mario Pezzini su Domani, le Ong potranno rivolgersi alla Corte di giustizia dell’Unione europea.
Teresa Ribera è intervenuta con grande tempismo per difendere le associazioni ecologiste. Poco prima, infatti, una campagna promossa da alcuni eurodeputati del Partito popolare europeo (Ppe) e di estrema destra aveva accusato delle Ong ambientaliste di aver condotto delle attività di lobbying segrete pro-Green deal, finanziate dalla Commissione europea con contratti poco chiari. La Corte dei conti dell’Unione europea ha certificato l’assenza di irregolarità, e la mossa di Teresa Ribera ha contribuito a sgonfiare uno scandalo che in realtà non è mai esistito.
Ma non è finita qui. Nei giorni scorsi, la Commissione di Ursula von der Leyen ha annunciato l’intenzione di ritirare la direttiva Green claims, che punta a regolare e rendere trasparenti le comunicazioni ambientali delle aziende, contrastando così i messaggi ingannevoli e fuorvianti sui loro prodotti (greenwashing). Questa legge è uno pilastri del Green deal, il pacchetto di norme climatiche che punta alle emissioni nette zero entro il 2050.
Il motivo ufficiale dietro la decisione della Commissione è che la legge imporrebbe obblighi sproporzionati alle imprese, penalizzando soprattutto le realtà più piccole e vulnerabili. Tuttavia, secondo quanto riportato da David Carretta nella newsletter “Europa Ore 7” del Foglio, si tratta solamente di una scusa. La conferma sarebbe arrivata da diplomatici di Paesi favorevoli e contrari alla direttiva.
«Giovedì il Partito popolare europeo, con i gruppi di estrema destra, aveva chiesto alla commissaria all’Ambiente, Jessika Roswall, di ritirare la proposta di direttiva. Per l’ennesima volta il Ppe di Manfred Weber ha preferito l’estrema destra ai gruppi europeisti che formano la “maggioranza Ursula”. Ma è la prima volta che la Commissione di von der Leyen ha eseguito, rompendo il rapporto di fiducia con socialisti, liberali e verdi», scrive Carretta.
Anche secondo Sandro Gozi, eurodeputato liberale di Renew, l’esecutivo comunitario si sta spostando sempre più a destra, sacrificando importanti direttive ambientali: «Abbiamo avuto l’impressione che la Commissione stesse seguendo le istruzioni dei tre gruppi politici. Nel mandato del Parlamento europeo le microimprese sono esentate dal campo di applicazione della direttiva», ha detto a EuNews, sottolineando la debolezza della giustificazione con cui la Commissione ha fatto marcia indietro.
Teresa Ribera, scrive Politico, ha «combattuto una dura battaglia» nelle retroguardie della Commissione europea per salvare la direttiva contro il greenwashing. L’ex ministra spagnola era quasi riuscita a convincere la commissaria all’Ambiente, ma l’intervento del Ppe prima e il dietrofront dell’Italia poi (il governo di Giorgia Meloni continua a sabotare indisturbato le norme del Green deal) hanno fatto naufragare le trattative.
Il 23 giugno, Ribera ha pubblicato un post emblematico su BlueSky: «Puoi dichiarare di essere green o decidere di non farlo. Ma i clienti meritano rispetto. Dobbiamo onorare la loro fiducia e garantire un supporto informativo affidabile».
Il ritiro della direttiva non è ancora definitivo e dovrà comunque essere approvato internamente dal Collegio dei commissari. La Commissione europea vuole aspettare fino al prossimo trilogo (l’ultimo negoziato, che avrebbe dovuto affrontare la questione delle microimprese, è stato annullato), ma diversi esponenti della maggioranza parlano di sabotaggio politico ed esigono chiarezza immediata. La questione è tutt’altro che archiviata.