Da oltre duecentotrenta giorni, in Piazza Rustaveli a Tbilisi, migliaia di cittadini georgiani manifestano pacificamente per chiedere democrazia, giustizia e libertà. Le proteste sono iniziate dopo le controverse elezioni dell’ottobre scorso, segnate da accuse di brogli documentate da osservatori internazionali, che hanno sancito la vittoria del partito filorusso Sogno Georgiano, consolidandone il controllo politico sul presente e sul futuro del Paese.
La deriva autoritaria del governo non si limita alle leggi liberticide approvate negli ultimi anni: si manifesta anche nell’uso sistematico della giustizia come strumento di repressione. A farne le spese sono oppositori politici, giornalisti, attivisti e rappresentanti della società civile.
L’ex presidente Mikheil Saakashvili è stato condannato a dodici anni di carcere in un processo che, secondo legali e osservatori internazionali, rappresenta un caso emblematico di giustizia selettiva.
Nika Gvaramia, esponente del partito di opposizione Ahali Party, è stato condannato a otto mesi di detenzione con l’accusa di oltraggio al parlamento – anche in questo caso, secondo numerose organizzazioni non governative, si tratta di una vendetta politica.
Un altro caso emblematico è quello di Mzia Amaghlobeli, giornalista e direttrice delle testate indipendenti Netgazeti e Batumelebi. Amaghlobeli si trova in detenzione preventiva senza processo, accusata di resistenza e oltraggio alla polizia. Tuttavia, i filmati disponibili smentiscono la versione fornita dalle autorità. Il verdetto del processo è atteso per il 28 luglio.
Recentemente, il Tribunale Municipale di Tbilisi ha emesso la prima condanna ufficiale nell’ambito dei processi contro i manifestanti. Anri Kvaratskhelia, ventisei anni, è stato condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione per aver lanciato, secondo l’accusa, una Molotov contro le forze speciali durante una manifestazione il 1° dicembre. Nessun agente è rimasto ferito, e le prove presentate dalla difesa sembrerebbero scagionarlo. La condanna, quindi, appare più come un segnale politico che un atto di giustizia.
Il messaggio del governo georgiano è chiaro: ogni voce dissidente rischia la prigione. Un atteggiamento che mina lo Stato di diritto e viola gli impegni internazionali assunti dal Paese.
In particolare, vengono disattesi gli articoli 5 e 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu), che tutelano i cittadini contro gli arresti arbitrari e garantiscono il diritto a un processo equo. Secondo il Country Report Usa 2023, il sistema giudiziario georgiano è soggetto a «pressioni politiche sistemiche» – una condizione che appare oggi più evidente che mai.
Le principali Ong per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, denunciano da tempo un clima crescente di intimidazione e repressione. Nel corso degli ultimi mesi, abbiamo rivolto molti appelli al governo italiano, in particolare alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro degli Esteri Antonio Tajani, affinché l’Italia assuma una posizione chiara – a livello nazionale ed europeo – contro le derive autoritarie in Georgia e valuti il non riconoscimento del governo guidato da Sogno Georgiano.
Le risposte, finora, sono state evasive. Il punto è del tutto politico, di responsabilità politica: l’ambiguità o l’inazione rischiano di tradursi in una complicità silenziosa con un processo di progressiva erosione democratica alle porte dell’Europa. Vogliamo esserne complici?