Le vite degli altriHulk Hogan mise al tappeto l’internet impiccione che si credeva onnipotente

Il wrestler vinse una causa multimilionaria contro Gawker, un sito di pettegolezzi, per un sex tape pubblicato senza consenso. Non era libertà di stampa, ma fatturato sul corpo altrui

AP/Lapresse

Certo che è un segno dei tempi che siamo qui a occuparci della morte di Terry Bollea, nome d’arte Hulk Hogan, che nella vita faceva il wrestling, quello spettacolino in confronto al quale la boxe è roba da intellettuali, e che era stato la celebrità più acclamata al congresso repubblicano che l’anno scorso aveva mandato Trump a ricandidarsi alla presidenza.

Certo che è un segno dei tempi che l’ospite più famoso del congresso repubblicano fosse uno che, come sempre hanno fatto le celebrità ai congressi politici, ha fatto ciò per cui è famoso, solo che questo qualcosa non era cantare o essere spiritoso, ma strapparsi la canotta (quando se la strappa sul ring, svela il giornalismo investigativo, essa è già semilacerata per facilitare l’operazione: strappare lungo i bordi, direbbero gli intellettuali).

Certo che è un segno dei tempi che la politica americana di questi tempi abbia, ad affiancare i politici, più culturisti che intellettuali (il più famoso dei culturisti è naturalmente Joe Rogan). E certo che è un segno dei tempi che la morte di Hulk Hogan venga annunciata dalla polizia con un post sui social.

Ma nessuna di queste cose è la ragione per cui sono qui a scrivere di Hogan, di cui non m’importerebbe granché se Hogan non fosse quello che ha fatto chiudere Gawker, e la storia di come Hogan fece chiudere Gawker non fosse, quella sì, un segno dei tempi che andrebbe studiato ed emulato.

È il 2006 quando Hulk Hogan va a letto con la moglie di un suo amico. Una di quelle cose che non ci dovrebbero riguardare, se non fosse che l’umanità è ormai talmente inattrezzata a occuparsi di qualunque tema più complesso di chi-scopa-con-chi da essere collettivamente regredita a comari d’un film di Pietro Germi, di quelle che si siedono sul corso del paese illudendosi di sapere i fatti di quelli che vedono passare.

È il 2012 quando Gawker, un sito di pettegolezzi, pubblica un pezzo del video in cui Hogan si accoppia con la signora, video che Hogan sostiene di non sapere fosse stato realizzato. Nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola, perché insomma, non è ancora arrivato quel presente per cui ci sembra tutto gravissimo, che sia la coppia clandestina sui maxischermi del concerto o l’attore famoso la cui amante occasionale vende le chat a un professionista del pettegolezzo; e poi la vittima mica è una vittima: è Hulk Hogan, non Angelina Jolie o George Clooney.

Nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola perché Gawker è un sito pettegolo (un Dagospia reso più presentabile dall’avere una grafica meno burina e dall’avere le notizie, invece di essere per nove decimi il copincolla di articoli altrui), e perché Hogan è un impresentabile wrestler: a chi mai importerà della sua privacy violata.

(Gawker somigliava a Dagospia anche nel tenersi buonissimi quelli che contava tenersi buoni: Nick Denton, che l’aveva creato quando si era stufato di lavorare al Financial Times, era inglese, e aveva un certo qual senso delle classi sociali. In “Traffic”, Ben Smith racconta che era fissato coi commenti, e che capì che Gawker era un successo quando tra i commentatori degli articoli comparve Kurt Andersen, già socio di Graydon Carter a Spy: cosa può andar storto, quando i venerati maestri della satira newyorkese ti danno la loro benedizione?).

Per identificare l’inquisizione spagnola dovete aver presente un dettaglio che probabilmente non conoscete perché vent’anni fa non guardavate i siti americani. Gawker faceva già allora una cosa che il giornalismo pettegolo italiano fa moltissimo oggi. Guardo regolarmente gli Instagram di tre o quattro italiani che si occupano di pettegolezzi, il che in un paese senza star system significa occuparsi di concorrenti di reality e giù di lì. Questi Fabrizio Corona d’insuccesso hanno un curioso dettaglio in comune: non hanno fonti.

Le fonti delle cose che pubblicano sono le Vongola75 che li seguono sui social e che, se individuano la Ferragni a un concerto, sanno che nessuno vedrà la foto se la postano col loro account da ventiquattro follower di cui dodici cognate. Quindi la mandano a uno di questi, che la pubblicherà mettendoci il suo logo e la raccomandazione «citate la fonte». E i giornali che riprendono la per così dire notizia partecipano alla finzione che la fonte sia uno di questi Corona in sessantaquattresimo, mica Vongola75.

Tempo fa uno di questi pubblicò indignato un messaggio di qualcuno che gli proponeva un video di Fedez in discoteca chiedendogli quanto pagasse. Come potete pensare che vi dia dei soldi, trasecolò il professionista dell’informazione le cui fonti fanno evidentemente beneficenza. Tutto molto bello, ma Gawker lo faceva da prima, e aveva la decenza di farlo dichiarandolo.

Una rubrica fissa si chiamava Gawker Stalker, ed era fatta come oggi sono fatti gli account Instagram dei Corona minori. Loro pubblicano lo screenshot del messaggio delle varie Vongola, «sono a Poltu Qualtu e c’è Tizio Famoso che ha parcheggiato in doppia fila»; Gawker Stalker trascriveva i messaggi nell’apposita rubrica, il cui titolo già faceva capire che l’intenzione era infastidire le celebrità, se non addirittura molestarle (adesso sembra impossibile: dagli anni Zero, ma pure da quelli Dieci, sembrano passati sette secoli).

«Individuato John Doe su Broadway e 45 con una bionda», ma anche la pubblicazione degli indirizzi di casa delle celebrità, l’ho visto rientrare, abita lì (chissà cosa direbbero quelli che oggi si battono per la segretezza del nomignolo, chissà se sarebbero usciti vivi dal primo ventennio di questo secolo).

Gawker Stalker si fece malvolere da molti, specie omosessuali che si consideravano messi alla berlina dal solo fatto che qualcuno raccontasse di averli visti per strada con un uomo; ricordo il sollievo espresso sui social dal marito di Tony Kushner (il drammaturgo di “Angels in America”), già spiato da Gawker Stalker, quando arrivò il marzo del 2016.

Uno degli omosessuali che s’infastidirono ve lo citavo l’altroieri: si chiama Peter Thiel, è uno dei fondatori di PayPal, fu il primo socio esterno di Facebook, è un omosessuale di destra (a fargli outing fu appunto Gawker, nel 2007), ed è l’inquisizione spagnola che Nick Denton non si aspettava.

Thiel paga a Hogan i migliori avvocati (dieci milioni di dollari, «un’opera filantropica»). Il processo del marzo 2016, visto con gli occhi di oggi, è incredibile. Per dire: a un certo punto l’ex direttore di Gawker dichiara che certo che i sex tape (i filmini in cui c’è qualcuno che fa sesso, e quel qualcuno in genere non ha dato il suo consenso alle riprese o alla diffusione: oggi diremmo il revenge porn) sono notizie, e certo che lui li pubblica, a meno che non contengano le immagini di minori di quattro anni. Quindi per i cinquenni tutto bene: quando l’avvocato di Hogan gliene chiede conto, quello dice che vabbè, quante storie, era sarcastico. Può un direttore di giornale pensare sia una buona idea fare battute mentre t’interrogano in una causa per cui hanno chiesto cento milioni di dollari di danni? Non è tanto non aspettarsi l’inquisizione spagnola: è non riconoscerla quando arriva.

Ci fu anche un notevole momento in cui la linea difensiva fu: vabbè, ma tutti pubblicano i filmini zozzi della gente famosa ottenuti sottobanco (ripeto, 2016, casomai vi venisse il dubbio che questo non sia il secolo in cui il mondo cambia più velocemente nella storia dell’uomo: lo è).

Un po’ come Mediaset quando manda dei teppisti a violare il mio domicilio (erano anche gli stessi anni: sarà stato un allineamento di pianeti), Gawker prova a sostenere che sputtanare la gente per trarne profitto economico abbia a che fare con la libertà di stampa. Proprio come il tribunale di Milano, quello della Florida risponde: col cazzo.

Solo che le cause per danni negli Stati Uniti sono roba economicamente seria, mica di due lupini e un’oliva e un buffetto. A Hulk Hogan, Gawker deve dare 115 milioni milioni di dollari come compensazione, e altri venticinque come danni punitivi (Thiel è rientrato dell’investimento). Per fare appello, serve un deposito di cinquanta milioni. Tre mesi dopo, Gawker dichiara bancarotta.

Negli anni hanno tentato di rianimarlo, sotto altre proprietà e direzioni, un paio di volte (uno dei successivi proprietari comprò il marchio a un’asta giudiziaria per un milione e trecentocinquantamila dollari), senza grandi esiti. Attualmente sull’homepage c’è il link a un articolo di Variety di aprile (sulla morte di Val Kilmer), e una casella per segnalare notizie: il fu più gran sito pettegolo americano è diventato come gli account Instagram dei pettegoli di serie B italiani.

Scriveva anni fa Ben Smith che Gawker era stato, «a seconda di a chi chiedi, o il peggio del peggio del giornalismo, o il meglio dell’internet aperta». Io, che ho chiesto alcune centinaia di volte al mio avvocato perché non abbiamo i danni punitivi nella giustizia italiana, perché non possiamo fare come con Gawker, non vorrei mai che Hogan venisse ricordato perché amico di Trump, perché lottatore che si strappava la canotta, e per nessun’altra performance minore, bensì col ruolo che ha avuto nella storia maiuscola: come colui che aveva insegnato a quelli dell’internet che non è che si possa fare proprio tutto quel che ci pare, con le vite degli altri.

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