Non sappiamo quanti sono, ma possiamo intuire che non siano pochi. Parlo di tutti coloro che, pur abitando a Milano, non hanno però formalmente la residenza nel capoluogo lombardo: lavoratori soprattutto, ma anche studenti, che hanno sì preso domicilio ma rimangono in quella strana condizione di limbo chiamata “fuorisede”. Non esistono numeri precisi che quantifichino questa platea di milanesi-senza-residenza. I dati Istat segnalano circa un milione di persone che lavorano nella provincia di Milano pur non risiedendovi: questo numero però non è preciso, perché non ci permette di distinguere tra i pendolari e i domiciliati a Milano.
Milanesi per scelta, non per nascita
I milanesi-senza-residenza rappresentano una fascia molto interessante della popolazione meneghina. In primo luogo, perché sono loro che determinano molta della narrativa su Milano che ormai è diventata virale sui media e nel dibattito pubblico. Chi è che si lamenta della dinamica insostenibile del mercato degli affitti a Milano? Probabilmente non i residenti, che in larghissima maggioranza vivono in immobili di proprietà. Chi è che fa fatica a trovare spazi di vita quotidiana oltre al lavoro, chi fa fatica a sentirti a casa e cercare la felicità oltre la carriera? Di certo non chi è nato e cresciuto qui, e già conosce la città e ci si sente a casa. Ancora, chi è che si lamenta del clima di faticosa competizione e precarietà all’ingresso del mercato del lavoro nelle aziende milanesi? La risposta penso sia in coloro che a Milano arrivano da fuori sognando opportunità. In sostanza, seppur in netta minoranza rispetto alla popolazione dei residenti, mi sembra che i milanesi-senza-residenza esercitino una certa egemonia culturale su quella che è la percezione della città agli occhi del dibattito pubblico nazionale e locale.
Il secondo motivo per cui questa parte degli abitanti di Milano dovrebbe ricevere più attenzioni è perché mi sembra sia per certi versi molto più “milanese” di altri. I milanesi-senza-residenza sono infatti milanesi per scelta, non per nascita. Sono milanesi in spirito, non nel sangue. Sono milanesi per fatica, non per eredità. Incarnano forse oggi meglio di molti altri quello spirito di laboriosità che ha reso grande il capoluogo lombardo: sono probabilmente loro quelli che più di tutti sotto la Madonnina non stanno mai con le mani in mano. Sanno che non possono vivere di rendita, come invece un residente storico – i famosi F205 (sigla del codice fiscale di chi è nato a Milano) – magari può fare, grazie alla sicurezza conquistata nel tempo, che passa da reti sociali più stabili, una casa probabilmente di proprietà e opportunità di lavoro più facilmente raggiungibili.
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Gli elettori invisibili del 2027
La questione dei milanesi-senza-residenza ha dei risvolti politici non indifferenti. Nonostante manchino ancora quasi due anni, i motori dei partiti politici si stanno già scaldando in vista delle amministrative del 2027. La partita è aperta, e proprio per questo molto interessante: potrebbe davvero nascerne un dibattito aperto e ricco di nuovi spunti sulla città. In questo confronto, la platea dei milanesi-non-residenti dovrebbe assumere una importanza maggiore, per almeno due motivi: primo, se si vuole sconfiggere la narrazione tenebrosa della città invivibile si deve rispondere ai bisogni di chi quella narrazione contribuisce a generarla. Secondo, perché è compito della politica comunale creare condizioni di benessere per tutti gli abitanti di Milano, e questo benessere passa dalla capacità di accogliere, integrare e far sentire a casa in modo permanente tutti i milanesi, non solo quelli che hanno assolto al burocratico compito di compilare il modulo per la residenza.
Tuttavia, che questo accada non è scontato: i milanesi-senza-residenza non votano, e questo è un problema. Sono degli “elettori invisibili”: vivono la città e la rendono ricca, ma nelle urne il loro peso è letteralmente pari a zero. Per fare un esempio molto concreto: perché la politica comunale dovrebbe occuparsi di tenere a freno gli affitti se nei seggi a votare sono i residenti proprietari immobiliari che dagli affitti guadagnano assai, mentre gli affittuari (non residenti) in quei seggi non possono neanche entrare? Non possiamo essere ingenui: la politica si fa con i voti, e sotto elezione non c’è politico che non punti legittimamente a fare il pieno di voti.
La strada del cambiamento
La strada del cambiamento passa da una maggiore coinvolgimento nella vita politica comunale di questi milanesi-non-residenti. In poche parole: occorre rendere visibili questi elettori invisibili. Per farlo ci sono due strade: possono farlo in primo luogo le associazioni e le tante realtà che cercano di cambiare Milano dal basso rendendola un posto più vivibile. Dopo aver mappato le macchine in sosta vietata, dopo aver lottato palmo a palmo per più piste ciclabili, dopo aver condotto giuste battaglie per salari più alti, la prossima frontiera dell’impegno civico a Milano è mobilitare questi potenziali elettori. Occorre fare una cosa un po’ all’americana qui: se negli Stati Uniti la sfida è convincere gli elettori a registrarsi nelle liste elettorali, la situazione a Milano non è molto diversa.
Si tratta di convincere i milanesi-senza-residenza che se ci sono delle cose che non vanno a Milano, invece che lamentarsi sui social la cosa migliore da fare è spostare la residenza ed esercitare il proprio diritto di voto. Le associazioni civiche avrebbero molto da guadagnarci perché penso o sia proprio in queste sacche della popolazione che le loro istanze trovano maggiore ascolto: trasformare i supporter sui social in potenziali elettori nelle urne vuol dire avere in mano un’arma più potente per rendere realtà le loro visioni.
In secondo luogo, a occuparsi di tutto questo può essere l’amministrazione comunale. Il primo passo sarebbe in ogni caso una mappatura: si potrebbe per esempio chiedere all’Agenzia delle Entrate di fornire il numero di tutti gli inquilini in affitto senza residenza (un’operazione semplice, grazie alla digitalizzazione della registrazione dei contratti di affitto); oppure all’Osservatorio Mercato del Lavoro della Città Metropolitana di tirar fuori dalle Comunicazioni Obbligatorie il numero di lavoratori con contratti di lavoro che dichiarano di avere un domicilio a Milano. Ma l’amministrazione potrebbe anche puntare al coinvolgimento attivo di questi potenziali elettori, investendo su una campagna di comunicazione volta a spiegare i vantaggi della residenza a Milano, magari anche offrendo dei benefici fiscali. Perché per esempio non offrire un azzeramento della Tari ai neo-residenti? Due sono i motivi per cui fare questo: il motivo bipartisan è che ciò porterebbe maggiori soldi nelle casse del comune grazie all’addizionale Irpef e contribuirebbe a mantenere alta l’attrattività di Milano. Il secondo motivo, meno bipartisan, è che gli schieramenti politici oggi di maggioranza potrebbero pescare nuovi voti e consensi proprio in questa platea di potenziali elettori.
*Francesco Armillei è ricercatore all’Università Bocconi di Milano e del think-tank Tortuga