Pensieri, parole e padelle Una storia di cibo e di amicizia

Quello che cuciniamo dice molto sui sentimenti con cui lo cuciniamo e sulla natura delle persone per cui lo cuciniamo. Sembra un gioco di parole, ma è una riflessione sui rapporti interpersonali nata da un racconto di vita vissuta

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Non scrivo mai in prima persona, per principio. Ma questa volta faccio un’eccezione, perché i protagonisti in questo caso siamo io, la mia famiglia, un’altra famiglia e quella cosa magica e potente che si chiama cibo. Ah, c’entra anche un’altra magia, l’amicizia.

Chi fa un lavoro come il mio sa che spesso si vivono rapporti superficiali, falsati, forzati. Con i colleghi, ma anche con il cibo: non potrei mai dire palesemente quanto mi fanno orrore le ostriche a un gruppo di enogastrofighetti estasiati dalle Belon. Ma grazie al cielo a volte la vita ti fa incontrare persone che non fanno il tuo stesso lavoro, e a volte scatta una molla, la voglia improvvisa e irrazionale di conoscerle, di andare oltre, di costruire qualcosa, poi si vedrà cosa.

Loro si chiamano Susanna e Dino, ma potrebbero anche chiamarsi Antonella e Sandro, per quel che importa. E non importa neanche come ci siamo conosciuti: in biblioteca, a un corso di danze irlandesi, in crociera, non cambia nulla. Sta di fatto che una bella sera di primavera loro e i loro tre figli vengono a cena da noi. Nemmeno l’età dei figli è fondamentale, basti sapere che, messi in linea con le mie, si traccia un bel percorso che va dai nove ai ventidue anni.

Comunque l’invito è fatto. Già per me vincere la timidezza e fare il primo passo è stato difficile. Ora bisogna stabilire il menu. Non so molto di loro, ho colto un po’ di informazioni qua e là e mi sono fatta un’idea. Parlo con mia figlia più piccola. Lei li conosce forse un po’ meglio di me. E iniziamo a fare ipotesi: siamo in nove, non tiriamo in ballo cose assurde tipo nove tournedos alla Rossini. «Sarebbe anche fuori luogo – le spiego – non è solo che non voglio stare in cucina mentre voi mangiate, e preferisco godermi la serata. È anche che non si possono fare cose eccessivamente impegnative, rischieremmo di creare imbarazzo».

Si considerano tutte le variabili: mangiamo in veranda, piatti di carta, inizia a fare caldino. Allora partiamo dal “da bere”. Guardo una magnum di Franciacorta che mi sorride in cantina, ma poi Figlia grande mi dice «perché non fai la sangria?». Andata. Il menu si costruisce sulla sangria: gioioso, conviviale, senza sbattimenti. Un aperitivo con un po’ di cose diverse, in modo che ognuno trovi qualcosa che gli piace.

E poi? «La paella! Ti viene bene!» unisono figliolesco cui si aggiunge persino il marito. Già, ma la paella come? Frutti di mare? Carne? Verdura? Non posso azzardare un piatto unico, rischiando di lasciare qualcuno a becco asciutto. No, meglio spezzare e variare: riso va bene, ma facciamo un pilaf e ci mettiamo insieme da una parte le verdure miste e dall’altra le polpette? No, cassato, è triste. Alla fine, dopo lunghi dibattiti, la maggioranza approva rotolo di crespella con due farce diverse e cosce di pollo gratinate alla senape («Quelle che fa la zia!»). Ovviamente alla sangria seguirà un rosso. Ci siamo. Il dolce lo portano loro.

Tutto deciso, spesa fatta, si inizia a preparare. Prima ovviamente si tira a lucido la casa come se dovesse venire l’Imperatore del Giappone, perché immagino che tutti andranno a controllare la polvere sullo stipite come Bruno Barbieri in “Quattro Hotel”.

Poi, finalmente, si cucina. E cucinando si discute. Di cosa? Di cucina. «Mamma – chiede Figlia piccola – ma se venisse a cena Johnny Depp cosa gli prepareremmo?». «Se venisse a cena Johnny Depp vi caccerei tutti fuori, grazie». Strepiti figliali: «Dai, parlo sul serio!». Messa alle strette rispondo che farei i ravioli, cavallo di battaglia riservato alle grandi occasioni, Natale, Santo Stefano, compleanni delle figlie, visitatori eccezionali. «Tipo?». Tipo li avevo fatti quando era venuto a cena il mio professore dell’università. «E di secondo cosa gli avevi fatto?» Gli arrostini di faraona farciti con le prugne secche e il lardo. «E faresti quelli anche a Johnny?». Sì, credo di sì. «E a Paul McCartney?». Lui è vegetariano, i ravioli sì, ma di magro.

Mi fermo a riflettere su quanto dice il cibo della persona per cui lo cuciniamo, e dei nostri sentimenti mentre lo cuciniamo. Un’insalata con pomodori e vinaigrette significa: non avevo voglia di fare anche il contorno, ma l’arrosto nudo in tavola faceva brutto. I ravioli sono praticamente una dichiarazione d’amore: o meglio, se quello che ho messo in tavola per voi ha richiesto più di quattro ore di lavoro (no, non parlo dello stracotto, quello fa tutto da solo), vi sto evidentemente dichiarando il mio amore.

Una buona attestazione di affetto è data anche dall’accettare ordinazioni, dal preparare piatti “su richiesta”: mi fai le tagliatelle al ragù? Mi fai il risotto al limone e rosmarino? Mi fai il baccalà con le patate e i peperoni? Se al sì seguono i fatti e i piatti, il sì non era dettato da cortesia, ma da amicizia.

E poi c’è un discorso di confidenza: piatti quotidiani, come un risotto giallo o una pasta al sugo, li faccio solo per gli amici che frequentano casa mia da un paio di secoli. Quelli a cui mi sento di dire «ti fermi a cena?» intanto che metto l’acqua a bollire. Con rotolo di crespella e cosce di pollo sto dicendo: «Voglio fare bella impressione, ma voglio che vi sentiate a casa». L’equivalente alimentare di un abbraccio.

Mentre parliamo abbiamo sbattuto la pastella, cotto la base, messo a marinare le cosce, e in un attimo siamo a tavola. La serata è più che piacevole. Si parla, si scherza, si ride, si mangia. Si parla di tapas con il cabrales e delle acciughe mangiate a Madrid, di cacio e pepe mangiata a Roma, di vini rosati, di acqua con o senza bolle, di torte al cioccolato, si scambiano ricette, si scoprono gusti, si programmano altri incontri.

Che verranno e saranno altrettanto piacevoli. A partire da una serata in un ristorante del cuore (questo, posso anche dire qual è, curiosoni). E anche qui i piatti raccontano i caratteri. Ordiniamo tanti tipi di pasta diversi, e tutti assaggiano tutto, anche se non tutti sono proprio contenti di lasciar pescare dal proprio piatto. Una scelta che sa di convivialità, una cosa tutt’altro che scontata, come non è scontata una confidenza costruita in tavola e in cucina.

E la seconda volta che Dino e Susanna entrano in casa mia non sento più l’impellenza di lucidare l’argenteria (che non ho). Anzi, dopo che se ne sono andati realizzo che entrambi hanno aperto il mio frigorifero: praticamente la cosa più personale in casa mia, il sancta sanctorum cui possono accedere solo i parenti stretti (ho parlato qui delle mie psicosi riguardo questa cosa). E non ci ho nemmeno fatto caso: era del tutto naturale che lo facessero, così come era naturale dire «vediamoci ancora presto». Perché quando si costruisce un’amicizia, come quando si cucina un buon piatto, la base fondamentale è avere a disposizione una materia prima di qualità. Ma poi bisogna rispettarla, e avere consapevolezza del fatto che non basta seguire una ricetta, bisogna metterci il cuore. E tenere conto che il tempo è un ingrediente fondamentale, ma non è mai uguale a sé stesso.

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