Era l’estate della pandemia, uno di quei momenti in cui i ristoranti avevano avuto il permesso di riaprire. Mi ricordo che io e S., andando a mangiare i maccheroni bruciacchiati al Ratanà, passammo per quella deriva di mitomania milanese che è la biblioteca degli alberi.
Un prato, con qualche piantina. Ti pare che la chiami biblioteca degli alberi? Non sei Milano, quella di basso profilo per definizione? Ti sei dunque guastata? Nel prato quel giorno c’era una novità, che dopo anni di articoli contro Milano che monetizza tutto mi fece venire il sospetto che forse chi si lamentava qualche ragione ce l’aveva.
C’erano delle sdraio, e un listino prezzi. Invece che mettere il culo su un prato, potevi metterlo su una sdraio. Pagando. Chi se la piglia coi balneari non è mai passato dalla biblioteca degli alberi. Il giorno dopo grandinò. Me lo ricordo perché io e S. ci chiedemmo se le sdraio fossero al riparo.
Tuttavia giorni fa sono passata per la prima volta davanti ai contestati arbusti che il comune di Bologna ha messo per creare ombra e frescura e sarcazzo vicino alla fontana del Nettuno, dietro piazza Maggiore. Avevo visto le foto, avevo letto l’articolo di Antonio Pascale che sul Foglio spiegava che gli alberi in vaso no che non abbassano la temperatura, ma non li avevo ancora visti da vicino. Sono piantine di basilico un po’ più grosse. A Milano la mitomania la fanno meglio.
Tutto questo, comune di Milano, per dirti che devo scriverti questa lettera da mesi, ma poi non è mai il momento buono: sei così travolto dai casini e dalle critiche e dal collasso reputazionale che non mi pare bello infierire. Però, appunto mentre ero a Bologna a ispezionare il basilico, è arrivata la tua ennesima lettera minatoria. Comune di Milano, tu la devi smettere di mandarmi lettere minatorie. Anche se lo so che me la sono cercata, un po’ come quelle che si mettono la minigonna.
La storia che sto per raccontare sembrerà, ai lettori più attenti, già sentita. I comuni, infatti, sono diversi in molte cose. A Bologna ci sono i cassonetti e a Milano no. A Roma ci sono le strade dissestate e a Bologna pure. A Milano il metrò funziona benissimo e a Roma malissimo. A Milano i cittadini odiano il sindaco e a Bologna pure e a Roma figuriamoci (fare il sindaco è più impopolare che fare il ministro dei Trasporti). I comuni sono diversi ma hanno tutti la stessa disperazione: quella di fare cassa.
Ho già raccontato di come ha tentato di fare cassa il comune di Roma, iniziando a mandarmi pretese di pagamento della tassa sulla spazzatura negli ultimi dieci anni per un appartamento nel quale abitavo fino al 2007. Ho anche già raccontato come ha tentato di fare cassa il comune di Bologna, mandandomi delle multe perché in sacchetti «ben chiusi» abbandonati fuori dai cassonetti sarebbero stati trovati documenti che m’identificavano (bel tentativo, ma non ho mai chiuso un sacchetto in vita mia).
Nell’uno come nell’altro caso, non ho ovviamente pagato, ma altrettanto ovviamente non ho fatto ricorso: il mio tempo ha un valore, se devo passare una mattina davanti al giudice di pace o dove diavolo si risolvono le mitomanie comunali, allora siete voi a dover dare dei soldi a me. Non ho pagato, non ho fatto ricorso, e non ho risolto. Al comune di Roma, nonostante fossi raccomandatissima, la gentile funzionaria che mi ha chiamata mi ha spiegato che le serviva la raccomandata di disdetta dell’affitto. Nel 2024, una raccomandata del 2007: ma certo.
(Tra l’altro credo, all’epoca, di aver semplicemente detto alla proprietaria che me ne andavo. E temo, essendo stata lei già all’epoca vecchissima, che sia nel frattempo pure defunta. Quindi non ci sono più testimoni che io non sia affittuaria di quell’appartamento stupendo con quella veranda coi vetri colorati che mi manca ogni giorno nonostante sappia che fuori c’era Roma. Quindi posso andare dagli eredi a esigere un mazzo di chiavi: a quel punto sarò lieta di pagare diciott’anni di monnezza arretrata).
Poi ci sei tu, comune di Milano. Che hai fatto esattamente lo stesso giochino. Ma, quando hai iniziato a mandarmi lettere pretendendo soldi, io ero così traumatizzata dall’aver ripreso a frequentare Bologna e dall’aver scoperto che non si era minimamente evoluta da quando andavo a scuola, così traumatizzata dalla sopraggiunta consapevolezza che a Bologna c’erano i cassonetti e nessuno raccoglieva a domicilio la spazzatura neanche nelle zone ricche (nel centro di Roma la raccoglievano a domicilio già quando arrivai nel 1991, Bologna è trentacinque anni in ritardo, meno male che è la città più progressista d’Europa), così traumatizzata, che ho fatto come le donne che non lasciano i mariti che le menano.
Io, comune di Milano, ho pagato. Ho pensato che quei soldi te li meritavi. Ho pensato che era giusto finanziare quella che io mi ero illusa in tredici anni fosse la norma e invece era evidentemente l’eccezione: l’unica città italiana in cui le cose funzionassero. Ne sono arrivati degli altri e poi degli altri, perché se non te ne vai di casa quel marito continua a menarti, e io ho continuato a farti beneficenza.
Nel frattempo avevo scoperto, dall’avventura parallela col comune di Roma, che per la spazzatura in Italia la regola è una truffa. Funziona così. Che tu prendi la residenza in un posto, e automaticamente sei considerata produttrice di spazzatura in quel posto. Ma, quando da quel posto te ne vai, mica basta togliere la residenza, macché. Devi disiscriverti dal registro al quale non ti sei mai iscritta, quello di chi produce spazzatura (in bolognese: rusco).
Non mi ricordo a proposito di cosa Luca Bizzarri ha una volta detto che bisogna aspettare che succeda a un avvocato, perché in Italia con le norme assurde funziona che per abolirle devono prima colpire qualcuno che possa fare causa da solo senza perdere tempo e soldi dietro a un avvocato. Ecco, io spero in un avvocato che stiano continuando a tassare perché pagare è un automatismo ma smettere di pagare no. Fino ad allora, la logica non mi soccorre.
Ci sarà qualcuno che sta pagando la spazzatura dal 2008 per quell’appartamento romano, no? Escludo che sia rimasto sfitto, gli appartamenti meravigliosi e neppure molto cari a piazza Navona non restano sfitti neanche un quarto d’ora. Quindi, anche se io non mi sono cancellata e perciò secondo voi sono debitrice, alla cancellazione automatica deve aver per forza provveduto il subentro d’un qualche inquilino che paga la tassa che voi volete da me.
Finché era Roma, una si dice: vabbè, so’ romani. Ma tu, Milano, tu. Tu che ti sei irritato perché a un certo punto ho smesso di pagare le tasse a caso che mi mandavi, sono generosa ma tu te ne approfitti. Mia nonna avrebbe detto: la troppa confidenza finisce a porcheria. E infatti tu, i soldi che generosamente ti avevo elemosinato, hai iniziato a pretenderli.
Ormai mi mandi una lettera al mese o giù di lì, in toni sempre più minatori, piene di maiuscole: «IL DIRETTORE DI AREA PROCEDURE COATTIVE COMUNICA». Innanzitutto abbassa la voce, e poi: coattive a chi?
Insomma, comune di Milano, io capisco tutto, ma questi 426 euro non te li do, non te li ricorro, non te li raccomando. Mettiti d’accordo col comune di Roma e con quello di Bologna, venite insieme a pignorarmi oggetti del valore delle vostre lettere minatorie. Considerato quanto costano ormai i golfini di Prada, potete sequestrarmi una manica. Ah, se per favore quando venite passate dal Nettuno a prendere del basilico, ché a Bologna non c’è il Ratanà e mi tocca farmi il sugo da me.