Il terzo governo nominato da Emmanuel Macron dopo le elezioni anticipate dell’anno scorso, convocate per uscire da una situazione di stallo con l’unico risultato di aggravarla, è caduto ieri, dopo appena 836 minuti di vita, nel giorno in cui avrebbe dovuto presentarsi al parlamento. «Dopo lo scioglimento del giugno 2024 – scrive le Monde – i tempi della politica hanno subito una brusca accelerazione, sfidando le leggi della fisica. E anche quelle della logica». Il presidente ha chiesto comunque al primo ministro dimissionario, Sébastien Lecornu, di provare ancora per quarantotto ore a riallacciare le fila del negoziato con i partiti. Dopodiché, nel più che probabile caso di un nuovo fallimento, promette di «assumersi le sue responsabilità», dicono dall’Eliseo. Precisando anche che, nel meno probabile caso in cui Lecornu avesse invece successo, non verrebbe automaticamente riconfermato primo ministro, perché il suo ruolo in questa fase si limita a dire se sono ancora possibili «punti di compromesso». In pratica, quello che in Italia si chiamerebbe un «mandato esplorativo». Lo sottolineo per i tanti che nel nostro paese insistono a dire che con il modello francese – legge elettorale a doppio turno e semipresidenzialismo – avremmo risolto tutti i nostri storici problemi di stabilità e governabilità, e gli elettori saprebbero chi governa sin dalla sera stessa del voto, automaticamente.
Prima di venire alla questione delle affinità e divergenze con il nostro paese, devo però dire qualcosa del modo in cui Macron ha gestito fin qui la crisi. Al riguardo, mi pare difficile dare torto a Carlo Panella, quando scrive su Linkiesta che «nel contesto istituzionale francese, che gli attribuisce enormi poteri e la gestione diretta della politica estera e della difesa», il presidente doveva gettare tutto il suo prestigio nel confronto tra i partiti, «per costruire con pazienza una grande coalizione o, almeno, un governo a guida tecnica forte di una solida maggioranza parlamentare». Ha preferito invece buttarsi a capofitto sulla politica internazionale, dall’Ucraina al Medio Oriente, delegando «la soluzione della crisi politica, che ormai aggravava anche la crisi economica, a un collaboratore o alleato dopo l’altro, mostrando un disinteresse per la trattativa». E così, un po’ per quella che Panella definisce «un’attitudine settaria, una rigidità dogmatica dei partiti, figlia di un sessantennio di bipolarismo netto, ma anche di un’arroganza ideologica di parte, tutta francese», io direi però soprattutto per le conseguenze di un sistema di regole elettorali e istituzionali pensate appositamente per quello, oggi la Francia, ad appena un anno dalle ultime elezioni, sembra non disporre di nessuna delle classiche vie d’uscita da una simile impasse, non potendo formare né un governo di unità nazionale, o quanto meno di grande coalizione alla tedesca, né un governo tecnico all’italiana. Vie d’uscita che richiedono o una rappresentanza proporzionale, che svincoli i partiti dalle gabbie del bipolarismo di coalizione (come in Germania), o quanto meno un presidente della Repubblica in funzione di arbitro sopra le parti (come in Italia, oltre che in Germania). In poche parole, tutto ciò che i nostri infaticabili riformatori (non solo nella maggioranza di Giorgia Meloni) vorrebbero scassare definitivamente.
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