Parlare a tuttiQuesta destra non è imbattibile, dice Ernesto Maria Ruffini

L’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, intervistato dalla Stampa, annuncia il passo in politica con la nascita del suo Movimento “Più uno”. E punta il dito contro la sinistra «senza ambizione di governo»

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Un anno fa era ancora incerto sul futuro, oggi Ernesto Maria Ruffini è pronto a tornare in campo. In un’intervista a La Stampa, l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate annuncia la riunione dei Comitati “Più uno”, nati in tutta Italia, per trasformarli in un vero movimento politico. «Sabato ci incontreremo a Roma per strutturare un Movimento che intende ridare voce ai cittadini non rassegnati a una democrazia a bassa intensità», spiega. «Vogliamo scuotere la nostra parte politica, un Campo largo che ormai pratica una vocazione minoritaria: quella di chi si sente sempre nel giusto, ma ha smesso di ambire a governare».

Palermitano, cinquantasei anni, Ruffini è stato alla guida di Equitalia e poi dell’Agenzia delle Entrate, dove ha guidato la digitalizzazione dei servizi e il recupero dell’evasione per quasi duecentoquaranta miliardi. Ora, osserva con preoccupazione la deriva del centrosinistra. «Il Pd e l’area progressista sembrano affezionati a una vocazione minoritaria», dice. «Davanti a una destra che appare imbattibile – ma non lo è – serve ricordare la lezione dei partiti del primo Ulivo, che si aprirono ai comitati di cittadini e si rivolsero a tutti, non solo ai propri elettori».

Ruffini rimprovera ai dem di «trasformare il Paese in uno stadio», dove «ci si divide in tifoserie». Ma, ammonisce, «se parli solo ai tuoi, a tutti gli altri chi parla? Le democrazie non funzionano a targhe alterne: la politica deve creare una comunità. “Tutti” è la parola che si è persa per strada».

Critico anche verso il trionfalismo del “nuovo” Pd, Ruffini ricorda che «alle Europee 2024 i dem hanno raccolto sei milioni di voti in meno rispetto al Pd di Renzi» e «sette milioni in meno del Pd di Veltroni». «Il partito si è arreso al vero partito di maggioranza assoluta, quello degli astenuti», dice. «Bisogna tornare a parlare con chi non vota più. Non è questione di allargare il Campo a chi è già dentro, ma di riaprire le porte a chi ne è uscito».

Nessuna nostalgia per formule centriste o confessionali: «Non c’è bisogno di un partito cattolico o di centro. È stata ammainata la bandiera dell’Ulivo, ma quella è la bandiera da risollevare, non da sostituire con un pezzo».

E sul sostegno di Romano Prodi, sorride: «Con figure come lui dovremmo tutti imparare ad ascoltare. Di questa sfida non sento il peso, ne sento la bellezza».

Infine, una riflessione su tasse e redistribuzione: «I contributi straordinari sono imposte patrimoniali. Ma non devono diventare un alibi per evitare di rivedere il sistema nel suo complesso: oggi i redditi da cinquantamila euro pagano la stessa aliquota di quelli milionari. Ha ancora senso definirlo un sistema progressivo?».

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