
Qualche settimana fa, pochi minuti prima che cominciasse il concerto di Luca Carboni, qualcuno ha chiesto a Cesare Cremonini se lui da ragazzino fosse stato fan di Carboni. Io, che se non m’impiccio non son contenta, sono intervenuta dicendo: cosa vuoi che fosse fan, era all’asilo.
Chi gli aveva fatto la domanda ha chiesto quanti anni avesse, e Cremonini – nel ruolo di quello educato – ha detto qualcosa tipo: se senti lei sembrano trenta, ma quarantacinque. Aveva ragione, ma avevo ragione anch’io. Perché adesso siamo tutti coetanei, tutti vegliardi col mal di schiena, ma c’è stato un tempo in cui pochi anni facevano moltissima differenza.
C’è stato un tempo in cui avere tre anni o undici, quando usciva quel disco con dentro le commesse dei negozi del centro che vivono a mezze giornate, faceva tutta la differenza del mondo: nel secondo caso potevi comprare l’elleppì con la paghetta, e illuderti di capire di cosa parlasse.
Ci ho ripensato vedendo lo strazio per la morte di James Van Der Beek, che certo, è l’ovvio strazio per uno che era giovane e bello nei nostri televisori e muore neppure cinquantenne, è lo strazio d’un mondo in cui ci sembra che il cancro sia tutt’attorno a noi e voglia privarci della promessa di eternità che invece viene dai novantenni che sono arzilli come quarantenni, è lo strazio di quella forma di morte in diretta che è ormai la formula standard.
Sono pochissime le persone note che muoiono inaspettatamente, pochissime quelle che scelgono, avendo una malattia terminale, di non dire niente. Mi vengono in mente solo Nora Ephron e Jackie Collins, ce ne saranno senz’altro altre, ma è interessante che loro sembrassero due donne con pochissimo interesse per la privatezza delle proprie vite – e invece.
Ma quello che rende diverso lo strazio per Van Der Beek è che mi fa scoprire che non siamo in effetti coetanei. La tipa che mi passa davanti su un social con le sue osservazioni su “Dawson’s Creek” come serie identitaria l’avevo sempre considerata, intravedendone i post, come un’adulta. Ha problemi da adulta, cronache da adulta, una vita da adulta. Però quand’è andato in onda quel telefilm lì aveva dodici anni. Io ne avevo ventisette.
(S’intende: quando è andato in onda su Italia 1, giacché eravamo meno malati di mente di adesso e non ci precipitavamo a procurarci i prodotti americani per vederli in contemporanea con la nostra identità di codice postale texana. Le cose le guardavamo quando le trasmettevano nel televisore del tinello, quando capitava, quando la sera eravamo a casa. Le guardavamo doppiate, persino. Se lo dici a un ventenne di oggi, forse gli piglia un colpo).
A ventisette anni guardavo più tv che a venti, perché facevo la radio tutti i giorni, e qualcosa dentro a quel microfono dovevo pur dire, e mi servivano sempre spunti. Quindi sono abbastanza sicura di aver visto “Dawson’s Creek”, ma come oggi guardo certi scandali da un quarto d’ora per riempire questa paginetta: dimenticandomene un quarto d’ora dopo.
Mentre scrivo questo articolo vado a cercare su Google la prima (l’unica) persona che abbia mai sentito appassionarsi a “Dawson’s Creek”, Matteo Orfini. Ricordo che aveva un debole per il personaggio interpretato dall’attrice che poi sposò Tom Cruise, ricordo che pensavo che gli piacesse quel telefilm per ragazzini perché era ancora piccolo, lui. Google mi dice che Orfini non ha neppure due anni meno di me. Quand’è che si diventa coetanei? Quando si comincia a lavorare e non si ha più tempo per vedere i telefilm? O era una regola che valeva prima di Netflix e adesso boh?
D’altra parte James Van Der Beek, nato nel 1977, adesso era mio coetaneo (un altro elemento che ne rende la morte vieppiù impressionante): cinque anni di differenza non sono nulla, avevamo la stessa età. Adesso. Negli anni di “Dawson’s Creek”, a un certo punto ebbi una cotta per uno che le mie amiche chiamavano «il pupo». Facevamo una quantità di battute sulla pedofilia che neanche nell’epistolario di Epstein. Il pupo – che nel frattempo ha moltissimi capelli bianchi – è del 1977. Non solo siamo diventati coetanei, ma lui li porta peggio.
La prima morte legata a “Dawson’s Creek” è di diciott’anni fa. La biondina del telefilm aveva fatto una figlia con Heath Ledger, l’attore che morì di overdose nel 2008, ventinovenne. Di solito in questa paginetta si parla di gente morta di vecchiaia, perché lo star system del Novecento ormai ha quell’età in cui si muore di vecchiaia anche nel secolo in cui la vecchiaia dura duecento anni.
Però ci sono altre due tipologie di morte tra le quali mi pare impossibile scegliere la peggiore. Giovane e dannato, come Heath Ledger (e molti altri). Mio coetaneo e con qualche stronzissimo cancro, come James Van Der Beek (e molti altri).
Ad accomunare i tre tipi di morte, il cordoglio pubblico e collettivo, le foto col morto, e soprattutto le chat che è diventato di moda pubblicare perché la foto col morto è facile, ma la chat vuol proprio dire che c’è confidenza. L’altro giorno un quotidiano ha intervistato uno scrittore al quale ha chiesto del suo rapporto con Umberto Eco, scegliendo poi di mettere quella risposta per ultima, onde evidenziarne la pregnanza. La risposta era che l’ultimo messaggio ricevuto (letterale dall’intervista: «Le ultime sue parole sono state») da Eco era «Un caro saluto, Umberto».
Mi pare impossibile scegliere la peggiore o la migliore, tra la morte da cinquantenne di cancro e quella da centenaria di vecchiaia (per quella da trentenne di droga ormai è tardi), perché io di questa cosa che si muore non so, non voglio, non posso farmi una ragione: non ci sono diversi gradi di accettabilità, perché è inaccettabile.
Mi aggrappo però alla speranza che, dopo morta, nessuno dica mai a un intervistatore che non lamentandomi come Oscar Wilde della carta da parati, non annunciando nebbia come Emily Dickinson, con nessuna frase memorabile sono uscita di scena, bensì dicendo: a lei e signora.