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Il nome potrebbe essere quello di un personaggio di Andrea Pazienza, il geniale fumettista cui dobbiamo le avventure di “Zanardi”, “Pompeo” e “Pentothal”. E anche la sua storia pare uscire dalla matita del co-fondatore di Frigidaire, rivista culto del movimento del ’77. Ma Nik Spatari, questo è il suo nome, non è il frutto della fantasia parossistica della controcultura degli Anni 70, bensì l’artefice, insieme alla compagna, Hiske Maas, del MuSaBa, il Parco Museo Santa Barbara di Mammola, tra i più avanguardistici, sorprendenti e per certi versi bizzarri progetti culturali che mai si siano visti.
Era il 1969, si scioglievano i Beatles e in Italia le bombe facevano stragi. Spatari vive a Milano, dove con la giovane collezionista olandese, Hiske Maas, ha aperto la galleria d’arte Studio Hiske. Ma decide di tornare a Mammola, in provincia di Reggio Calabria, dove è nato e da dove era partito alla scoperta dell’Europa, sordo a causa di un bombardamento dall’età di 11 anni, ma talento precocissimo. Dopo una prima esperienza artistica a Losanna tra i Prismatisti, a Parigi aveva frequentato lo studio di Le Corbusier e i Primitivisti, incontrando tra gli altri Jean Cocteau, Pablo Picasso, Max Ernst.

Dopo avere esposto alla Biennale di Venezia nel 1958, però, da Milano qualcosa lo spinge a tornare nella sua minuscola Mammola, tra l’Aspromonte e le Serre calabresi, chissà, forse anche nel ricordo di quel monastero basiliano e di quella abbazia sul fiume Torbido, abbandonata su quel picco a pochi passi dal piccolo paese. E lì realizza il suo più grande capolavoro, qualcosa cui qualunque definizione sta stretta: museo, laboratorio creativo, scuola d’arte, residenza per artisti e viaggiatori; ma più d’ogni altra cosa, forse, tempio.
Del MuSaBa, infatti, colpisce anzitutto il suo miracoloso comparire d’improvviso a lato della superstrada Jonio-Tirreno in tutta la sua fantasmagoria di colori, proprio ai piedi dell’austero monastero e dell’abbazia di Santa Barbara, nella boscaglia, cingendoli in una via crucis che t’accompagna lungo la salita passando di edificio in edificio, d’affresco in affresco, di scultura in scultura. Fino alla sommità, dove risplende la sua opera più famosa: il grande affresco tridimensionale del Sogno di Giacobbe, uno straordinario dipinto tridimensionale di 240 metri quadrati ricoprente tutto lo spazio della volta e dell’abside della cappella.

Sopra il nostro capo, la policromia e il groviglio di corpi (e anime) rievocano, come le altre incontrate risalendo questo Golgota pop, il mito, il sacro, la storia, lontani, come accade ai grandi mistici, da qualunque dogmatismo religioso. Spira, qui in alto, lo spirito più puro della Locride, quel trascorso profondissimo dal quale Spatari ha tratto ispirazione non meno che dai suoi viaggi intorno al mondo, risalendo dall’antichità magnogreca alle civiltà anteriori, Sumeri, Assiri, per poi ridiscendere in Palestina, alle radici monoteiste ebraiche e cristiane della nostra civiltà. Un’ascensione che celebra quella corrispondenza di “amorosi sensi” tra le culture del mondo e la natura che Nik, nel suo intimo e infinito silenzio, ha sognato.