
La decisione di consentire alla Russia di riaprire il proprio padiglione nazionale alla Biennale Arte 2026 continua a provocare tensioni politiche e diplomatiche, fino a coinvolgere direttamente Bruxelles. Ieri la Commissione europea ha condannato «fermamente» la scelta della Fondazione Biennale di Venezia, avvertendo che la partecipazione di Mosca all’esposizione internazionale non è compatibile con la risposta dell’Unione europea all’invasione dell’Ucraina. In una nota firmata dalla vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen e dal commissario alla Cultura Glenn Micallef, Bruxelles sottolinea che la cultura «non dovrebbe mai essere utilizzata come piattaforma per la propaganda» e invita istituzioni e Stati membri a non offrire spazi a chi sostiene o giustifica l’aggressione russa. La Commissione si spinge anche oltre l’avvertimento politico: qualora la Biennale dovesse procedere con la partecipazione russa, l’Ue potrebbe valutare «ulteriori misure», tra cui la sospensione o la cessazione dei finanziamenti europei alla Fondazione.
Poche ore prima della nota della Commissione, la questione era tornata calda in occasione della presentazione del Padiglione Italia della prossima Esposizione internazionale d’arte, in programma a Venezia dal 9 maggio al 22 novembre. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha ribadito la contrarietà del governo alla presenza russa, sostenendo che l’arte prodotta in un sistema autoritario può dirsi realmente libera solo quando è dissidente rispetto al potere politico. Quando invece è selezionata e promossa dallo Stato, ha osservato il ministro, rischia di diventare uno strumento di rappresentazione del regime.
Una posizione che si inserisce nel quadro più ampio delle pressioni europee. I ministri di 22 Paesi, tra cui l’Ucraina, hanno infatti inviato una lettera ai vertici della Biennale invitandoli a riconsiderare la partecipazione della Federazione Russa. Secondo i firmatari, la presenza di Mosca potrebbe essere utilizzata come strumento di soft power per proiettare un’immagine di normalità e legittimità internazionale, in contrasto con la guerra in corso e con le sanzioni adottate dall’Unione europea. Si parla di «natura politica del progetto associato al Padiglione russo e i suoi sospetti legami con individui strettamente legati all’élite politica russa». Parole prudenti, considerato che il padiglione russo è curato da Anastasiia Karneeva, che non è soltanto la figlia di un ex generale dell’intelligence russa, ma è in società con Ekaterina Vinokurova, a sua volta figlia del ministro degli Esteri Sergey Lavrov.
Il governo italiano non ha firmato la lettera, ma Giuli ha comunque ribadito pubblicamente la propria contrarietà alla scelta.
La risposta della Biennale è arrivata dal presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, che ha difeso con decisione l’autonomia dell’istituzione veneziana. La diversità di posizioni, ha osservato, è il risultato delle regole e delle procedure che garantiscono l’indipendenza della Biennale, un’istituzione che da oltre un secolo costruisce uno spazio internazionale in cui «chiusura e censura restano fuori dall’ingresso».
Intanto la polemica si allarga anche sul piano simbolico e politico. Il collettivo russo Pussy Riot ha annunciato proteste contro la partecipazione della Russia, sostenendo che la diplomazia culturale sia ormai parte integrante della strategia di guerra ibrida di Mosca.
Così, a due mesi dall’apertura della Biennale, una delle più importanti manifestazioni artistiche globali si ritrova al centro di uno scontro che va ben oltre il mondo dell’arte. E che riporta a Venezia una domanda sempre più inevitabile nella stagione della guerra: se la cultura possa davvero restare neutrale quando la politica e la geopolitica entrano nei suoi padiglioni.