
C’è un vecchio adagio di Wall Street che recita così: the stock market is not the economy, la Borsa non è l’economia. Le ultime evoluzioni potrebbero ribaltare questa massima. Perché da qualche anno la crescita americana si è appoggiata sempre di più sull’intelligenza artificiale, al punto che distinguere tra la corsa dei mercati e quella dell’economia reale sta diventando sempre più difficile.
Negli ultimi dieci anni il valore complessivo della Borsa statunitense è più che raddoppiato, superando i settantacinquemila miliardi di dollari, circa due volte e mezzo il Pil americano. Una parte enorme di questa ricchezza esiste soltanto sulla carta: sono aspettative di profitti futuri. Ma quelle aspettative stanno già producendo effetti molto concreti. Alimentano investimenti in fabbriche di semiconduttori, data center, centrali elettriche e reti di trasmissione. E a cascata sostengono i consumi, seguendo un fenomeno chiamato wealth effect: quando i patrimoni finanziari crescono, i loro proprietari si sentono più ricchi e spendono di più per vacanze, beni di lusso, ristoranti, elettronica. Quindi se il valore delle azioni sale, anche l’economia reale accelera.
È per questo che la possibile bolla dell’intelligenza artificiale preoccupa sempre più economisti. Perché potrebbe colpire Wall Street, ma soprattutto perché rischia di rallentare la principale forza che oggi sostiene la crescita americana. «La storia dell’IA è quella che sta tenendo in piedi tutto il resto», ha detto Torsten Slok, capo economista di Apollo Global Management, parlando al New York Times.
Perfino Sam Altman ha riconosciuto che l’intelligenza artificiale potrebbe trovarsi dentro una bolla, mentre il Fondo monetario internazionale ha iniziato a indicarla come uno dei principali rischi per la stabilità finanziaria globale. Non significa che il crollo sia imminente. Piuttosto, ormai la domanda non è più se le valutazioni siano elevate, ma quanto a lungo possano continuare a crescere ai ritmi attuali.
Sull’Atlantic, Annie Lowrey sostiene che quella dell’intelligenza artificiale «non è una bolla come le altre». Non assomiglia alla febbre delle dot com né alla corsa immobiliare degli anni Duemila, quando milioni di famiglie e piccoli investitori alimentavano l’euforia. «Lo zio Ted» che comprava azioni internet alla fine degli anni Novanta e «zia Linda» che acquistava una seconda casa nel pieno della bolla immobiliare oggi non esistono più. Questa volta i protagonisti sono poche imprese gigantesche. Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta spenderanno quest’anno oltre settecento miliardi di dollari nella costruzione dell’infrastruttura necessaria all’intelligenza artificiale: server, chip, data center, energia. «Gli investimenti nell’infrastruttura dell’intelligenza artificiale sono responsabili praticamente di tutta la crescita del Pil americano. Senza di essi, in altre parole, potremmo già essere in recessione», scrive Lowrey.
Perfino Goldman Sachs invita alla prudenza: in una nota ai clienti scrive che le valutazioni attuali possono essere giustificate soltanto assumendo quello che definisce un «ottimismo panglossiano», un riferimento al filosofo del “Candido” di Voltaire convinto che tutto, inevitabilmente, finisca sempre per il meglio.
Da molto tempo ormai l’intelligenza artificiale non è più un settore tecnologico. O almeno non solo. È diventata una delle industrie più grandi, ricche e importanti del mondo. È quella che sostiene il settore delle costruzioni e spinge la domanda di elettricità e acqua, e crea lavoro lungo tutta la filiera dell’infrastruttura digitale. Soprattutto negli Stati Uniti, la crescita, almeno in questa fase, passa sempre di più da lì.
Ma è proprio questa forza, paradossalmente a rendere il sistema vulnerabile. Lowrey descrive l’economia dell’intelligenza artificiale come «un uroboro da mille miliardi di dollari», il serpente che si morde la coda: le Big Tech finanziano le startup dell’intelligenza artificiale, che spendono quei capitali per acquistare servizi cloud dalle stesse Big Tech, che a loro volta reinvestono quei ricavi nella costruzione di modelli sempre più potenti. Nvidia vende chip a Microsoft, Microsoft finanzia OpenAI, OpenAI compra capacità di calcolo da Microsoft e Amazon. Tutti comprano da tutti, tutti alimentano la crescita degli altri.
È una dinamica di cui abbiamo parlato, da altre angolazioni, anche nell’ultimo numero di Linkiesta Magazine. Nell’articolo firmato da Andrea Fioravanti si parla di come il vero collo di bottiglia dell’intelligenza artificiale non sia più l’algoritmo, ma la capacità di finanziare infrastrutture sempre più costose e assetate di energia.
Naturalmente nessuno sa se e quando questa bolla si sgonfierà o esploderà. Ma in realtà forse il rischio più concreto non è nemmeno quello di un crollo improvviso. Potrebbe bastare qualcosa di molto meno spettacolare, come una trimestrale sotto le attese o ricavi che crescono più lentamente del previsto, o anche un ritorno sugli investimenti rinviato di qualche anno. Se gli investitori iniziassero a dubitare che i profitti promessi arriveranno davvero, potrebbero rallentare i finanziamenti. E così rallenterebbero anche i data center, le centrali elettriche, i cantieri e una parte dei consumi che oggi tengono in movimento l’economia americana.
Sarebbe il vero paradosso della nuova economia dell’intelligenza artificiale. La corsa è alimentata da un numero ristretto di aziende e investitori, ma gli effetti di un eventuale rallentamento ricadrebbero su tutti. I fondi pensione sono esposti alle Big Tech, le piccole imprese dipendono dal credito, intere filiere industriali vivono della costruzione dell’infrastruttura digitale. Come scrive Lowrey sull’Atlantic, gli americani comuni potrebbero non aver mai investito un dollaro in OpenAI o Anthropic, ma questo non impedirà loro di pagare il conto se l’entusiasmo dovesse raffreddarsi.
La bolla dell’intelligenza artificiale, insomma, non preoccupa soltanto perché potrebbe scoppiare. Preoccupa perché, per la prima volta, la bolla e l’economia sembrano coincidere.