1 Luglio Lug 2016 1038 01 luglio 2016

Quanto ci vorrebbe oggi una Lingua Franca per il Mediterraneo

Rifugiati, profughi, immigrati: era una lingua comune che tutti capivano e che permetteva l’incontro tra culture diverse in un mondo, quello del Mare Nostrum, che rimane antico e complesso

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Proprio quando poteva servire, è sparita. La Lingua Franca del Mediterraneo, madre di tutte le lingue franche (almeno per i linguisti) ha funzionato per diversi secoli, mettendo in contatto le popolazioni che si affacciavano sul mare. Dai primi secoli del secondo millennio fino al 1800 è stata parlata, nei porti e sulle coste, da marinai e commercianti di ogni nazionalità. Era semplice, limitata e rozza. Tutti capivano, però, e in questo modo funzionavano gli affari.

Si chiama così perché è la “lingua dei franchi”, nome con cui le popolazioni nordafricane definivano tutti i popoli europei (un’abitudine che sopravvive ancora oggi: vedi alla voce faranji), ma in realtà era piena di parole proveniente dall’italiano, in particolare dal Lombardo e, in seguito, dal Veneziano. Nei secoli ha assunto numerose parole portoghesi e spagnole, in aggiunta a termini greci, turchi, arabi, berberi e francesi. Era parlata dai commercianti, ma era anche corrente tra gli schiavi di Malta (nel cosiddetto bagnio) e tra i corsari del Maghreb. Lo parlavano anche fuggitivi europei che trovavano riparo ad Algeri.

Era una lingua a disposizione di tutti, semplice e limitata. Serviva a capirsi per scambiare merci e trattare affari. Niente di eccessivo. Soprattutto, era di tradizione orale. Nei secoli si è diffusa di bocca in bocca per ogni porticciolo del Mediterraneo, usata sulle tolde delle navi e, come scriveva nel 1612 l’arcivescovo di Palermo Diego de Haedo, “non c’è casa ad Algeri dove non sia parlata”.

La tradizione è finita quando l’Europa ha deciso di mostrare i muscoli, cioè di colonizzare i Paesi africani, nel 1800, esportando le proprie lingue nazionali (e non solo quelle). Da quel momento, si è smesso di parlare Lingua Franca (o Sabir, come dicevano – per distinguersi come al solito – i francesi), disperdendo un patrimonio culturale che, adesso, quando i popoli del sud del Mediterraneo e quelli del nord del Mediterraneo tornano a incontrarsi, in contesti non più commerciali ma, purtroppo, ben peggiori.

Qualche traccia, però, resta. A livello orale, sopravvive in una conta fanciullesca a Gerusalemme, ad esempio: le parole senza senso che i bambini si scambiano per scegliere chi sta dentro e chi sta fuori sono, in realtà, antichi numeri di Sabir (e, tra l’altro, sono molto simili ai numeri italiani). Rimane nel nome di Capo Gardafui (“guarda e fuggi”), in Somalia, e ha lasciato segni nel Polari (che deriva da “parlare”), uno slang usato da artisti circensi, attori, banditi, marinai, prostitute e omosessuali che, a sua volta, è finito negli anni ’60 del 1900.

A livello scritto, ci sono alcuni testi con brani e frasi di Lingua Franca. Il commediografo veneziano Carlo Goldoni rappresentò, nell’Impresario delle Smirne, un personaggio che si esprimeva in Lingua Franca. Si chiamava Ali. Il tratto più notevole è l’utilizzo del verbo “stare” in luogo del verbo “essere”.

SERVITORE: Signore, una persona brama di riverirla.
ALI: Star signor? o star canaglia?
SERVITORE: All'aspetto pare una persona civile.
ALI: Far venir.

Oppure Molière, nel suo Le Sicilien, rappresenta un turco che incontra Don Pedre. E dice:

Chiribirida ouch alla
Star bon Turca,
Non aver danara:
Ti voler comprara?
Mi servir a ti,
Se pagar per mi;
Far bona cucina,
Mi levar matina,
Far boller caldara;
Parlara, Parlara,
Ti voler comprara?

Si capisce abbastanza bene ciò che vuol dire. Le sue prime parole sono invocazioni arabe (“alla” riproduce, come è evidente, “Allah”) e poi si parla di vendite e compere, più o meno quello che accade oggi in qualsiasi angolo di Marrakech.

Infine, ci sono altre varianti, più “francesizzate”, che sono state raccolte da esploratori e viaggiatori. Charles Farine riporta l’incontro, avvenuto intorno alla seconda metà del 1800 tra il generale francese Pierre Hyppolite Publius Renault e un rappresentante delle milizie algerine impiegate dai francesi. Questi, spiega il libro, preferivano intraprendere azioni militari anziché scavare le trincee. “Trabajar barout bono, trabajar terra makach”, ripetevano. “Lavorare il barout [cioè la polvere da sparo] è buono, lavorare la terra è male”. Barout deriva dal francese “poudre” (gli arabi vocalizzano sempre il suono p/b) e makach è una strana forma per dire “niente”, cioè “no”.

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