Bastone e carota
2 Novembre Nov 2018 0600 02 novembre 2018

Abbiamo sempre letto il Murakami sbagliato, vergogniamocene

Il bastone e la carota. Un libro stroncato e uno elogiato alla settimana. L’assassinio del commendatore ricorda Desperate housewifes ma in kimono. Leggete Tokyo Decadence di Ryu Murakami che perfora l’oscurità

Murakami
Foto da profilo Facebook Haruki Murakami

Il bastone. Haruki Murakami è il Bruce Lee della letteratura: ha semplificato il rigore dell’arte narrativa nipponica in uno show per cow boy, è giapponese ma potrebbe scrivere direttamente in inglese, non si sente la differenza, ha i pop corn nelle orecchie. Ne L’assassinio del Commendatore – di cui Einaudi pubblica il “libro primo”, per cui, se hai la pazienza di sciare fino in fondo, resti con un cocktail di mosche in mano – un pittore di trentasei anni – d’altronde, che finezza psichica, “i quaranta non erano lontani… quarant’anni, nella vita di una persona, sono uno spartiacque” – viene scaricato, con gentilezza zen, dalla moglie, si ritira tra i monti, nella casa di un artista che famoso fu, e lì scopre il quadro che dà il titolo al romanzo, folgorante. A folgorarlo, piuttosto, è la conoscenza di Menshiki, ricco, estroso, misterioso, praticamente la copia di Jay Gatsby – verso cui Murakami nutre somma ammirazione – che gira in Jaguar – ma ha altri bolidi in garage – “indossava una giacca di cotone grigio-azzurro su una polo bianca, dei pantaloni chino color sabbia, e ai piedi aveva delle scarpe da ginnastica marrone”, mangia “brodo di tartaruga marina”, “coda di rospo”, pesce appena pescato e predisposto da uno chef assoldato lì per lì (particolari, tutti, che hanno sapore di satira, afrodisiaci come una zuppa di fagioli a Ferragosto), e chiede al pittore di fargli il ritratto. Più avanti – e lì si chiude il libro – il magnate misterioso chiederà al pittore scalognato di fare il ritratto a una ragazzina, Shoko – con zietta aitante – che forse è la figlia del riccone, mai riconosciuta, chissà. Più che altro il romanzo – troppo lungo, sfiancante, l’ho letto facendo Riccione-Helsinki ed è più soporifero dell’orfico rollio dell’aeroplano – è gonfio di sesso, coniugale – il pittore non tromba la moglie da troppi mesi – carnale – l’avventura con una bambolina in un albergo di second’ordine che chiede all’artista di menarla mentre la tromba – con una più giovane – scadente: soffre la penetrazione – con una più anziana – eccitante: “ci abbandonavamo al piacere dei sensi fino ad esserne sazi” – che pare perverso – la tipa si masturba nella Mini rossa parlandogli al telefono, e lui le dice che ce l’ha duro come “un martello… un martello per battere i chiodi”, che callida cretinata – ma è già tutto previsto, pare una scena di Desperate housewifes in kimono. In questo fottio di fotti-fotti appare del nulla – nel senso che è narrativamente inutile – lo spettro del Commendatore, uno dei protagonisti del quadro fatale, “Era un piccolo essere umano, vivo. Alto forse sessanta centimetri. Indossava una strana veste bianca”, che somiglia a “Marlon Brando da giovane”, quello di Fronte del porto, e dovrebbe farci credere, forse, che l’improbabile è dietro l’angolo. Il romanzo – una fioriera di citazioni: da Mozart a Fitzgerald, da Lewis Carroll a David Lynch, ma c’è pure un passaggio, per ora non chiarito, sull’Anschluss nazista del 1938 – promosso dall’editore come un libro di Osho o di Raffaele Morelli (così la quarta: “per quanto i tempi possano sembrare oscuri, sarà la forza delle nostre fragilità a salvarci”), è vigorosamente superficiale, procede – strategicamente – per frasi fatte e rifritte, masturbando la stupidità del lettore (esempio: di fronte alla tragedia della sorella morta quindicenne, Murakami non va oltre al noto, “per molti anni dopo averla persa… i miei genitori lasciarono la stanza così com’era”: ma come si fa ad usare la stessa immagine, spalmata da centinaia di patetici film hollywoodiani?). Ciò che urta, per lo più, però, è l’assenza di una scrittura propria, autentica. Murakami, sbozzando un Giappone da cartolina ottimo per il lettore occidentale in cerca di esotismo esteticamente non esoso, ha uno stile – direbbe il funambolico Francesco Consiglio – da “hamburgerificio”, nel senso che il Big Mac ha lo stesso odore – odioso – da Tokyo a Honolulu, da Uppsala a Montevideo. In questo, Murakami, scrivano da fiction – ma in epoca Netflix è già archeologia, leggerlo è come vedere una serie Usa degli anni Ottanta – è il romanziere tipo, tipico, topico, al top, che piace a ogni latitudine: riconoscibile, piacione, abile giocoliere nell’abusare di cliché letterari consueti (arte, sesso, solitudine, nostalgia canaglia). Insomma, è pronto per il Nobel per la letteratura. Per fortuna, per quest’anno salta.

Murakami Haruki, L’assassinio del commendatore, Einaudi 2018, pp.414, euro 20,00

La carota. Corso sommario di letteratura giapponese. Prima di approdare a Murakami – la via più semplice per il lettore tonto – leggete la solida ‘trimurti’: Kawabata – o della raffinatezza estetica – Tanizaki – o della perversione autentica – Mishima – o dell’abisso claustrofobico. Se avete fatto i compiti, passate a Ryunosuke Akutagawa – che è un po’ il padre e il paladino della letteratura giapponese del Novecento – poi a Kenzaburo Oe – Nobel per la letteratura nel 1994, la sua è un’opera di difforme complessità – e magari guardatevi un film di Akira Kurosawa. Il più bravo di tutti, ad ogni modo, è Inoue Yasushi: la perfezione de Il fucile da caccia – cento pagine con intreccio amoroso che soffoca, come un veleno doc – manda al macero l’opera omnia di Murakami. Per semplificare ulteriormente il gioco – la vita, d’altronde, non è un giogo, magari non avete il tempo di fabbricarvi una biblioteca nipponica – sostituite un Murakami con quell’altro. Io non ho mai capito perché Haruki Murakami abbia più fama del succulento, tragico, demoniaco Ryu Murakami. Nonostante il vasto successo in patria, infatti, Ryu Murakami, il Murakami quello giusto, quello vero, in Italia è introvabile e pressoché intradotto. In qualche libreria di periferia, forse, scovate Tokyo Decadence, capolavoro plumbeo pubblicato in Giappone trent’anni fa, tradotto da Mondadori nel 2004, anche sulla scorta del film omonimo, scabroso. Il libro racconta la storia di puttane d’alto bordo, degradate fino al vilipendio della carne a pratiche sessuali disumane, sotto la malia del denaro, tantissimo, pagato da schifosi danarosi. La grandezza del libro, ovviamente, non è l’intrusione nell’illecito, la teologia della morbosità (esempio: “la donna, che continuava a perdere sangue dalla testa, è stata messa a quattro zampe nella piscina ed è stata presa a calci, ha orinato e defecato, mentre il nonno con i capelli bianchi le metteva il pene moscio in bocca”), ma la rapacità nel mostrare cosa nasconde l’ulcera del corpo, lo scatto argenteo dell’anima, defraudata, devastata (“Ho la testa piena di vermi, continuavo a pensare… mi dicevo che il mio corpo non era altro che capezzoli e la carne lì in basso, e sentivo davvero solo queste parti ingigantite dentro di me: come nel mare antartico o in altri posti del genere emerge solo la punta dell’iceberg così anche in me spuntavano solo i capezzoli e le labbra lì sotto”). Ryu Murakami – quello vero – spinge la sessualità fino al disgusto, spiega platealmente la tenebra che muove l’uomo, l’irragionevole, il malvagio; spezza il clitoride che separa il corpo dall’anima, il cuore dal covo ormonale. Fa quello che fa uno scrittore vero – poco importa quanto sia grande. Perfora l’oscurità. Fa suppurare il buio. Smembra il demonio. Non rassicura. Non dice le bugie ambigue per dormire sonni quieti con le pecorelle al pascolo. Smarrisce. Per questo non lo pubblicano.

Ryu Murakami, Tokyo Decadence, Mondadori 2004

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