1 Febbraio Feb 2019 0600 01 febbraio 2019

Niente ipocrisie: l’Italia è in recessione da 30 anni. Di Maio e Salvini stanno solo accelerando il declino

L'espansione non c’era neanche quando tutti la celebravano. Chiunque s’illuda di “sfangarla” è un illuso: bisogna tagliare la spesa pubblica e quella pensionistica per ridurre drasticamente il carico fiscale sulle imprese e i lavoratori, puntando sulla concorrenza per far emergere i migliori

Conte Di Maio Tria_Linkiesta
ALBERTO PIZZOLI / AFP
Alberto PIZZOLI / AFP

Sorpresa sorprendente: l’attività economica in Italia è diminuita anche nell’ultimo trimestre del 2018 ed il paese è quindi in “recessione tecnica” come tanti – con il tono dell’esperto che riprese e recessioni se le pappa a colazione, pranzo e cena – amano dire in questi giorni. Dire che l’annuncio dell’Istat non sorprende è inutile non solo perché la –grande o piccola, questo è tutto da decidersi – recessione l’avevamo vaticinata da tempo ma soprattutto perché rimango tutt’ora della medesima opinione che espressi a questo giornale circa 20 mesi fa: la ripresa o espansione, in Italia, non c’era neanche quando tutti la celebravano. Infatti, in senso – questa volta sì – veramente tecnico una “espansione” dell’economia italiana si vide, l’ultima volta, durante gli anni ’80 e fu il canto d’un cigno ammalato che si drogava con la spesa pubblica a debito. Finita la quale droga – sia per eccesso d’indebitamento che per spreco clientelare della medesima – il cigno ha saputo al meglio rantolare, emettendo deboli striduli quando trascinato dall’espansione, quella sì, dei sistemi economici a cui siamo fortunatamente ancorati grazie alla cattiva Unione Europea ed al malefico Euro.

Questo è successo anche nel periodo 2016-18 quando un’altrui ripresa vera (che durava da tempo nel resto dell’area euro e d’ancor più nel resto del mondo) permise a ciò che rimane di dinamico dell’industria italiana, di recuperare un po’ del terreno perduto negli orribili anni precedenti. Ed ora che quelle riprese rallentano – forse volgono alla fine o forse no: negli USA la crescita dura ininterrotta da quasi 10 anni – l’Italia va in recessione “tecnica”. Ma che questa s’approfondisca ulteriormente nel primo trimestre del 2019 o s’appiattisca nella non-crescita, che tutti ora prevedono per quest’anno, è davvero irrilevante. Come giustamente sintetizzava ieri sera un amico, la cosa importante da capire è che l’Italia, da 30 anni a questa parte, quando va bene è in “espansione tecnica” nel mezzo di una perdurante recessione strutturale. Ragione per cui uno 0,2% in più o in meno fa pochissima differenza e serve solo come arma di distrazione di massa per evitare di fare attenzione alla recessione strutturale in corso, ripetiamolo, da tre decenni almeno. Della quale tutti – governo, opposizione, parti sociali ed editorialisti ufficiali – amano scordarsi in omaggio al patriottismo ipocrita secondo cui bisogna essere ottimisti negando la realtà dei fatti. Drogandosi, insomma.

Non ritorneremo mai più a crescere e continueremo complessivamente a declinare se non troviamo il coraggio politico collettivo di metter mano ai difetti strutturali che, dalla fine degli anni ’70, han reso l’economia italiana incapace di partecipare al processo di globalizzazione

Quest’ultima osservazione serve anche a dire, con totale franchezza, che i ditini accusatori puntati sull’attuale governo da chi ha governato il paese sino ad un anno fa sono anch’essi il triste prodotto di una dannosa ipocrisia. Per la semplicissima ragione che – se fosse vero, ma non è vero – esiste una relazione causa-effetto immediata fra le politiche economiche di un governo e l’andamento complessivo dell’economia nei mesi seguenti, allora i responsabili della recessione che l’Istat ha appena confermato sarebbero i governi a guida PD, visto che la medesima dura almeno dal Luglio 2018 e s’era già annunciata nel trimestre precedente! Questo governo – quasi certamente – dovremmo considerarlo responsabile del peggioramento della recessione durante l’anno in corso e, soprattutto, delle miserabili condizioni in cui la finanza pubblica italiana si troverà fra dieci mesi, quando arriverà l’ora d’un nuovo DEF. Ma non di quanto sta avvenendo, ripeto, dal marzo del 2018 che le idiozie di Salvini e compagni hanno al più, peggiorato facendo rialzare lo spread e, di conseguenza, i costi di finanziamento delle imprese e delle famiglie.

Inutile quindi strapparsi le vesti sui dati contingenti e sul prevedibile andamento di questo o quel comparto nei primi due semestri dell’anno in corso – dopo di giugno, come ha vaticinato ieri il Presidente del Consiglio, l’economia italiana farà faville, trainata da prepensionamenti e sussidi di cittadinanza . Utilizziamo anche questa occasione, invece, per ripetere sino alla nausea l’oramai trentennale predica inutile: non ritorneremo mai più a crescere e continueremo complessivamente a declinare se non troviamo il coraggio politico collettivo di metter mano ai difetti strutturali che, dalla fine degli anni ’70, han reso l’economia italiana incapace di partecipare al processo di globalizzazione in atto nel mondo e di avvantaggiarsi e contribuire al cambio tecnologico che lo alimenta. L’economia italiana non ha più una vitalità interna, un motore proprio che ne alimenti la crescita – indipendentemente dalla domanda altrui per i nostri prodotti che ancora, ma non per molti anni a venire, sono competitivi sul mercato mondiale – perché l’economia italiana impedisce che quel motore funzioni e quella vitalità possa formarsi.

Tagliare la spesa pubblica e quella pensionistica in particolare per poter ridurre drasticamente il carico fiscale sulle imprese ed i lavoratori, riformare la scuola da capo a piedi per creare forza lavoro produttiva e non chiacchieroni alla ricerca del posto di lavoro garantito a due passi da casa,

Tagliare la spesa pubblica e quella pensionistica in particolare per poter ridurre drasticamente il carico fiscale sulle imprese ed i lavoratori, riformare la scuola da capo a piedi per creare forza lavoro produttiva e non chiacchieroni alla ricerca del posto di lavoro garantito a due passi da casa, togliere lo stato ed il suo soffocante controllo burocratico dalla vita economica delle persone e delle aziende. Soprattutto, creare concorrenza, concorrenza e poi ancora concorrenza ad ogni livello perché emerga il merito ed arrivino alla guida del Paese – sia nell’economia che nella politica – i capaci ed i meritevoli invece dei mediocri e dei furbi.

Non c’è assolutamente altra via d’uscita dalla recessione strutturale punteggiata da espansioni tecniche che quella appena riassunta: per massimalista che essa possa apparire a troppe anime pie questo è oggi l’unico realismo possibile. Chiunque s’illuda di “sfangarla” una volta ancora quando verrà primavera è solo un illuso destinato a ripetere gli errori degli ultimi trent’anni ed a sorprendersi delle recessioni prossime venture. Tecniche, ovviamente.

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