Cattedre vuote
4 Luglio Lug 2019 0958 04 luglio 2019

60mila insegnanti assunti a settembre? Ecco perché resterà solo un miraggio

L’annuncio di “60mila assunzioni” da parte del ministro dell’Istruzione è destinato a rimanere incompiuto: colpa di un sistema inefficiente e discriminatorio per le assunzioni in ruolo. L’Anief prevede 15mila cattedre vuote e fino a 200mila contratti di supplenza. Ma la soluzione ci sarebbe

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È arrivato giusto l’altro giorno l’annuncio del ministro Bussetti: 60mila assunzioni di insegnanti a partire da settembre. «Ho appena firmato la richiesta al Mef di autorizzazione ad assumere in ruolo 58.627 docenti per il prossimo anno scolastico. Di questi, 14.552 saranno docenti di sostegno. Il nostro obiettivo è avere tutti gli insegnanti in classe dal primo giorno di scuola», scriveva martedì su Facebook. Peccato che sia destinato a restare solo un miraggio.

Impossibile pensare infatti che tutti quei posti verranno occupati da insegnanti impiegati a lungo termine. «Con l’attuale sistema di reclutamento non si arriverà ad assumere quegli insegnanti, che comunque sono abilitati e già insegnano ai nostri figli», prevede infatti Marcello Pacifico, presidente dell’Anief, l’Associazione nazionale insegnanti e formatori. Pacifico parla di oltre 180mila persone abilitate per quei posti di lavoro, praticamente tre volte di più dei posti disponibili. Eppure un gran numero di quelle cattedre sono destinate a rimanere vuote.

Non è una novità. Negli ultimi anni, infatti, il trend è andato in crescendo: decine di migliaia di cattedre sono rimaste scoperte ogni volta, mai occupate da docenti di ruolo, ma solo da precari e supplenti. «Già 50mila cattedre sono andate deserte in tre anni: un dato esorbitante, considerando che viviamo in un Paese dove c’è un alto tasso di disoccupazione, e soprattutto nella scuola, dove c’è un alto livello di abilitazione», puntualizza Pacifico. Nello specifico, «per il prossimo anno stimiamo altre 15mila cattedre deserte». E se poi ci si mettono i circa 20mila pensionamenti che quest’anno deriveranno da Quota 100, il quadro assume contorni ancora più imbarazzanti: «Ancora il ministero non ha dato l’autorizzazione affinché siano immessi nel novero utile delle immissioni in ruolo. C’è una trattativa in corso con i sindacati».

«Abbiamo tantissimi posti vacanti disponibili nella scuola, e questi posti potrebbero essere il doppio se solo per ragioni finanziarie lo Stato non preferisse darne la metà in supplenza»

Marcello Pacifico

Ma perché abbiamo molti più insegnanti che posti, e tuttavia le cattedre rimangono vuote? La questione è complessa, ma principalmente il motivo è uno solo: «Abbiamo tantissimi posti vacanti disponibili nella scuola, e questi posti potrebbero essere il doppio se solo per ragioni finanziarie lo Stato non preferisse darne la metà in supplenza», specifica Pacifico. Insomma, per lo Stato è economicamente più vantaggioso impiegare precari inserendoli, piuttosto che nell’organico di diritto (la dotazione delle cattedre e dei posti del personale assegnata annualmente alle scuole, in proporzione al numero di alunni iscritti e di classi previste, ndr), nell’organico di fatto (il personale effettivo derivante dalle variazioni numeriche di studenti ecc. nel corso dell’anno) ndr, evitando così di dover assumere a tempo indeterminato. «È sempre più probabile che i contratti stipulati con scadenza al 30 giugno e al 31 agosto del 2020 saranno stavolta tra i 150 mila e i 200 mila», scrive l’Anief sul suo sito.

Ma andiamo con ordine. Per entrare di ruolo nella scuola, per anni il sistema aveva previsto un doppio canale di reclutamento: il 50% dei posti veniva assegnato a chi vinceva i concorsi, l’altro 50% a chi si abilitava con un esame di Stato. Questi diventavano precari per qualche anno, e poi trovavano posto in graduatorie permanenti, (la denominazione è poi cambiata in graduatorie “ad esaurimento”). Ma «se prima le graduatorie si aggiornavano ogni anno, poi per legge per quattro anni sono state chiuse», specifica Pacifico. In più, a chi vinceva i concorsi è stata preclusa la possibilità di essere assunto anche in un’altra regione rispetto a quella dove aveva vinto. «Chi aveva scelto un posto in una provincia dove poi sono scomparsi i posti per qualche motivo, per quattro anni è rimasto in graduatoria senza trovare un posto di ruolo, mentre magari nella provincia vicina i posti c’erano, ma nessuno faceva domanda», spiega il presidente dell’Anief. Ora, spiega Pacifico, per la prima volta il ministero sta tornando consentendo alle persone di muoversi tra diverse province, «ma il sistema rimane sempre scoordinato».

Ad oggi, oltre 100mila persone abilitate nella secondaria di primo e secondo grado e oltre 50 mila diplomati magistrali abilitati non sono ancora riusciti a inserirsi nelle graduatorie ad esaurimento

Ad oggi, oltre 100mila persone abilitate nella secondaria di primo e secondo grado e oltre 50 mila diplomati magistrali abilitati non sono ancora riusciti a inserirsi nelle graduatorie ad esaurimento. Di fatto, spiega il sindacalista, si tratta di una volontà politica di impedirlo. Ma perché questo blocco? «Secondo la politica era il fatto di mettere le persone per anni in queste graduatorie il motivo del precariato, per cui, sia sotto Renzi e Gentiloni che sotto l’attuale governo, per risolvere il problema si è pensato di bandire concorsi straordinari, riservati solo ad alcune tipologie di candidati», spiega Pacifico. Ma per la Cassazione e la Corte costituzionale in realtà è stato uno dei motivi che hanno giustificato un abuso dei contratti a termine: «Il concorso straordinario non è la soluzione di questo problema, perché ne sono stati banditi alcuni ma il problema è rimasto». Di fatto, quindi, quello che Bussetti ha fatto non è che un annuncio vuoto, aggravato peraltro dal fatto che i concorsi straordinari comunque non si faranno prima di fine anno (per stessa ammissione del ministro).

A riprova dell’inutilità dei concorsi straordinari e dei corsi abilitanti per risolvere il problema del precariato c’è il caso dei diplomati magistrali, per i quali vengono istituti concorsi dei quali il più delle volte non ci sarebbe alcun bisogno. «È assurdo, quest’anno sono 7mila ad essere entrati per fare l’anno di prova, e anche quando la scuola li conferma, vengono licenziati e poi assunti di nuovo attraverso un concorso straordinario per fare lo stesso lavoro di prima».

«Abbiamo bisogno di 160mila insegnanti di sostegno ogni anno, la scuola ne chiede 200mila, ma il ministero ne dà la metà»

Marcello Pacifico

Nemmeno gli insegnanti di sostegno se la passano meglio. «C’è una legge che vorrebbe limitare gli insegnanti di ruolo sul sostegno solo nel 70% dei posti abilitati», dice Pacifico. Il problema del sostegno nasce a sua volta dagli organici: «Abbiamo bisogno di 160mila insegnanti di sostegno ogni anno, la scuola ne chiede 200mila, ma il ministero ne dà la metà. E quasi il 45% dei posti che vengono dati in sostegno vengono messi nell’organico di fatto, cioè l’organico eccezionale» (a tale proposito l’Anief sta preparando un ricorso al Tar del Lazio per tramutare i posti in organico di diritto). Senza contare che spesso nelle graduatorie di istituto non ci sono docenti specializzati sul sostegno, per cui le scuole chiamano docenti dall’esterno anche senza specializzazione. «Dopo 3, 4 o 5 anni comunque una persona pensa di avere il diritto di essere assunta anche sul sostegno, proprio perché l’ha fatto per tutti quegli anni».

La questione è complessa. Eppure, secondo l’Anief, le mosse fondamentali per risolvere il problema del precariato sarebbero soltanto due: «La riapertura delle graduatorie ad esaurimento, e consentire a chi ha vinto un concorso di fare domanda in un’altra regione». Basterebbe, insomma, tornare al vecchio sistema: «Il precariato c’era anche vent’anni fa, ma di certo non aveva queste dimensioni».

Fra crisi economica, spending review, riforme e chi più ne ha più ne metta, quel che è certo è che la scuola ha sempre dovuto pagare lo scotto di politiche poco lungimiranti e ben disposte a sacrificarne la qualità. L’ultima manovra le ha regalato 4 miliardi di tagli, pari al 10% della spesa in istruzione, in tre anni. Il nostro Paese è agli ultimi posti nella classifica europea e in quella Ocse per impiego del Pil in istruzione. Senza contare l’altra, ancora più annosa e preoccupante, questione della delegittimazione degli insegnanti, a partire dagli stipendi. «In Italia e non solo si assiste ad un fenomeno di attacchi ai docenti, bullismo e in generale una minore considerazione sociale», conclude Pacifico. «Un insegnante in Lussemburgo prende 180mila euro all’anno. Forse l’Italia non sarà il Lussemburgo, ma allora guardiamo la Germania, dove un insegnante prende 80mila euro annui, ha una tassazione al 18% e dopo 25 anni va in pensione. Il mondo ci dice che quando si investe di più in istruzione, università e ricerca, il Pil aumenta del 2%».

Che dire, non sarebbe la prima volta che si scopre che alla politica italiana piace vivere al contrario.

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