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6 Novembre Nov 2019 0600 06 novembre 2019

Così Orbán ha trasformato l’Ungheria nel suo feudo personale

Nel suo ultimo libro sul leader ungherese, lo studioso Stefano Bottoni analizza la parabola politica di un uomo astuto, pronto a cambiare posizione a seconda della convenienza e del tutto refrattario ai principi fondamentali della democrazia liberale. E gli effetti che provoca sul Paese

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ARIS OIKONOMOU / POOL / AFP

Il Ner è un ecosistema al vertice del quale spicca incontrastata la figura del primo ministro. Orbán promuove con il suo popolo una comunicazione personale e diretta, mentre è sostanzialmente inavvicinabile per i giornalisti ungheresi in odore di opposizione. Il primo ministro si avvale del privilegio di poter ignorare organi a lui ostili, ribattezzati semplicemente fake news, rifiutare le domande o rivolgere commenti sprezzanti agli interlocutori senza provocare con ciò alcun turbamento collettivo nell’opinione pubblica.

Orbán non è costretto a partecipare a confronti televisivi, peraltro eliminati dai palinsesti negli ultimi anni, o a incontri pubblici di carattere non celebrativo. La sua presenza formale sulla stampa si limita alla rituale intervista del venerdì mattina all’emittente radiofonica statale. Seguito come un’ombra dal suo portavoce anche all’interno dello studio, Orbán risponde a domande innocue e preconfezionate. Il primo ministro costruisce la cornice discorsiva della settimana appena trascorsa e detta la linea per quella successiva.

L’assenza di qualunque pressione mediatica paragonabile a quella dei paesi democratici consente a Orbán di liquidare affari di Stato con una battuta. Come quando, nell’aprile 2017, si permise di umiliare pubblicamente il suo ambasciatore a Washington, la consigliera di politica estera di Fidesz e stimata americanista Réka Szemerkényi. L’ambasciatore era stato appena richiamato in patria in quanto accusato di non essere riuscito a normalizzare i rapporti con gli Stati Uniti. Interrogato sui motivi di un richiamo irrituale, Orbán replicò con una frecciata sessista: «Non mi occupo di bagatelle femminili». Con la stessa nonchalance Orbán può permettersi di non rispondere a una domanda sul suo rapporto con l’amico miliardario (e prestanome) Mészáros, perché «il governo non si occupa di affari».

Sul piano della costruzione dell’immagine pubblica, Facebook rappresenta per Orbán l’equivalente di Twitter per Donald Trump. A differenza di Matteo Salvini, il politico ungherese non interagisce ossessivamente con i suoi seguaci o critici, ma si limita a proiettare l’immagine desiderata o a lanciare messaggi talvolta obliqui ai funzionari del suo stesso governo. All’indomani delle elezioni dell’aprile 2018, Orbán caricò un video con siparietti immortalati durante la campagna elettorale, fra i quali un dialogo con András Patyi, presidente della Commissione Nazionale Elettorale. «Leggo sul giornale che Patyi mi ha multato», ammicca Orbán riferendosi alla multa di circa mille euro comminatagli dalla commissione per aver utilizzato la visita a una scuola materna per fini elettorali. Patyi intuisce il messaggio e abbassa lo sguardo: «Mi dispiace molto, signor primo ministro». Nel frammento successivo Orbán torna alla carica e lo apostrofa ridendo davanti ai suoi collaboratori come il «campione delle multe». L’esimio giurista e alto esponente del Ner tace umiliato. Qualche mese più tardi verrà destinato ad altro incarico.

Senza giungere alle violente e volgari tirate rivolte da Vladimir Putin ai suoi oligarchi, Orbán trasmette nelle immagini postate su Facebook un’idea di onnipotenza e intangibilità. Nel 2018-’19 si moltiplicano, fra i video di Orbán e di altri politici di Fidesz, quelli in cui intere scolaresche vengono fatte comparire, con la complicità del corpo docente e nonostante le proteste dei genitori, nei materiali della propaganda ufficiale.

L’evoluzione in senso autoritario della gestione dei rapporti sociali si coglie bene dall’analisi delle centinaia di brevi video postati negli anni da Orbán sul suo incontro con dirigenti locali e cittadini comuni. I corti filmati raffigurano Orbán in costante movimento e quasi sempre fuori dalla capitale, impegnato a inaugurare impianti e laboratori, mentre scambia rapide battute con persone semplici e orgogliose di comparire accanto al primo ministro.

Orbán sfrutta a fondo le periodiche consultazioni nazionali (tra le piú recenti quelle sul rapporto fra «immigrazione e terrorismo» del 2015, sul «piano Soros» del 2017), con le quali Fidesz chiama le famiglie ungheresi a rispondere a questionari che veicolano il messaggio del partito. Da molti anni, i video e i servizi fotografici vengono sottotitolati in inglese per venire incontro alle esigenze dei numerosi fan stranieri. La piattaforma virtuale di Orbán registra un seguito di 650 mila persone, alle quali si aggiungono quelli collegati via Instagram o attraverso le pagine di ammiratori stranieri (solo quella polacca ne ha oltre 50 mila).

Orbán non si presenta ai sostenitori come un capo di governo ma come un condottiero spirituale dotato di poteri straordinari: un buon feudatario in visita ai territori del regno. Durante la consultazione nazionale del maggio 2017, si reca a casa di una degli ultimi abitanti di uno sperduto villaggio al confine con la Romania. “Zia Bözsi”, come la chiamano in paese, mostra orgogliosa al primo ministro la sua modesta dimora. Senza lamentarsi, osserva con arguzia che «non sarebbe male votare tutti gli anni, perché quando arrivano le elezioni la pensione aumenta sempre di un poco». «E io gliela aumento?» chiede Orbán. «Certo, stavolta abbiamo avuto un aumento dell’1,6 per cento, ottimo». «E le ho anche mandato un buono spesa, vero?» aggiunge Orbán. «Come no, ho ricevuto diecimila fiorini» (circa 30 euro). «E alla fine dell’anno, se i conti saranno a posto, la aumenterò nuovamente» conclude soddisfatto il primo ministro, prima di passare in rassegna il bestiame. Questo surreale frammento di comunicazione politica coglie plasticamente la trasformazione dello Stato in un feudo personale.

da: Orbán. Un despota in Europa, di Stefano Bottoni, Salerno Editrice (2019)

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