Potrei generalizzare ma è un rischio che voglio correre.
Mi è giunta una serie di notizie, tutte in un giorno, aventi lo stesso soggetto al centro della questione.
Su un giornale locale leggo: “Lecce, genitori vanno a giocare al bingo e lasciano in auto sotto il sole i figli di 6 anni la prima e 1 il secondo. Tragedia scampata”. Non abbiamo ancora dimenticato la tragica fine di Elena, 22 mesi, di Jacopo, 11 mesi, e di molti altri che come loro sono morti a causa della stessa distrazione dei genitori spiegata e giustificata poi dallo psicologo che ha parlato di multitasking, lo svolgimento di più attività contemporaneamente provocherebbe questo genere di “errori”.
Sfoglio un noto settimanale e compare il seguente titolo: “Bambini usati per pubblicizzare qualunque cosa”, sembra si tratti di una impressionante tecnica adottatata dalle grandi aziende pubblicitarie per la realizzazione di manifesti utilizzata soprattutto alla fine del diciannovesimo secolo, con lo scopo di divulgare sigarette, liquori, armi e droga.
Amnesty International mi propone poi di aderire ad un appello contro la segregazione dei bambini rom nelle scuole della Slovacchia. Nella gran parte degli istituti scolastici della nazione è diffuso un atteggiamento discriminatorio nei confronti di questi bambini aventi “lievi disabilità mentali” in realtà non hanno nessun problema se non quello di vivere in uno stato di emarginazione inaccettabile solo perché provengono da famiglie rom. Il programma Slovakia Act del 2008 vieta esplicitamente ogni forma di discriminazione, nonostante ciò non esiste un organo istituzionale in grado di controllare che non si verifichino atti discriminatori.
In mattinata suona alla porta una conoscente che mi chiede con garbo se ho un capo di abbigliamento da donarle per poterlo indossare durante l’udienza che stabilirà se il figlio di 4 anni che gli hanno tolto poco prima di Natale potrà tornare a casa con lei oppure se dovrà continuare a vivere in una casa famiglia che “ospita” altri bambini allontanati dal nucleo familiare di origine per problemi di violenza fisica, psicologica e altro genere di maltrattamento. Nel caso in questione la donna è vittima, insieme al figlio, di un marito alcolista, ma l’unico aiuto che le assistenti sociali le hanno offerto è stato quello di separare la madre dal bambino lasciandola così sola in balia dei maltrattamenti dell’uomo.
Come se non bastasse mio figlio mi ricorda che domani ci sarà la festa di un amichetto organizzata all’interno di un locale dove si trovano quelle maleodoranti giostre di plastica…i gonfiabili. Allora mi sono tornate alla mente alcune parole scritte dalla pedagogista Milena Galeoto che scrive: “Si spacciano per centri socio-educativi, accozzaglie di piscine con palline colorate, gonfiabili e mondi edulcorati che hanno come modello di riferimento l’immagine sbagliata che abbiamo del bambino, inserendolo in ambienti di plastica così lontani dalla naturale esigenza di esprimere se stessi… e soprattutto noti un particolare: l’assenza di libri. Educazione al caos, al cattivo gusto…non se ne può più”.
Ciò che accomuna questo elenco che potrebbe apparire disconnesso non è il termine “bambino” ma l’idea che abbiamo dell’infanzia; la dannata certezza di sapere cosa è giusto per loro e cosa non lo è; le continue distrazioni che assillano il genitore sempre alle prese con mille cose da fare e fra queste dimentica la più importante, quella di essere padre o madre; i cattivi insegnamenti e le sbagliate valutazioni che tendono a fuorviare un bambino categorizzando il suo essere; l’utilizzo dei bei faccini e dei dolci sorrisi usati per gli spot.
Lasciamo ai bambini la possibilità di esprimersi nei migliori dei modi sforzandoci di suggerirgli giusti stimoli creativi, educhiamoli con metodi semplici e spontanei, mettiamo il bambino al centro della nostra vita ma non come merce per attrarre l’attenzione.
Siamo tutti invitati ad entrare nel loro mondo anche chi crede di conoscerlo già! Nessuno è escluso.

 

Anam
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