Ma il benaltrismo è la malattia senile dei gattopardi? Non è detto. L’assioma per cui, quando c’è da mettere mano a un’impresa difficile, sarebbero sempre “ben altre” le cose da cui cominciare, può diventare l’alibi per lasciare tutto così come è. Spesso è vero. Però non sempre.



Prendete il “vasto programma” delle liberalizzazioni. Non sono convinto che sia politicamente efficace pensare che – intanto – meglio muovere la classifica. Che sia preferibile iniziare – una buona volta! – a menare fendenti alle rendite di posizione, anche le più insignificanti, purché si parta. Da chi cominciamo, dai tassisti? O dagli edicolanti? E poi chi altri?

Bisogna liberalizzare “non tanto i taxi” – ha scritto Michele Boldrin su Linkiesta, e sono parecchio d’accordo – “quanto settori come quello bancario, dei trasporti, delle comunicazioni e dell’educazione”. Non solo perché lì c’è più ciccia, ma perché non decidi di andare a bonificare l’agro pontino e poi lasci, intorno, una cintura di terreni infestati dalla zanzare. Prima o poi va tutto a ramengo.

Parliamo, per esempio, delle misure di liberalizzazione del mercato del lavoro. Non si debbono avere pregiudiziali, ok, discutiamo “senza tabù” di articolo 18. Puzza un po’ però la posizione del vicepresidente di Confindustria Bombassei che non vuole sentir parlare di reddito minimo garantito. Mi sembra un modo curioso di cominciare a discutere “senza tabù”.

Facciamo così, decidiamo uno switch-off integrale. Monti e la Fornero tirano giù un grande interruttore rosso e, bon, da oggi in poi siamo tutti liberalizzati. Tutti. Avvocati, banche, farmacisti, padri maristi. Perché altrimenti il tassista potrebbe chiedersi: ma perché solo io? Pensiamo ad una simultaneità, cavolo! Come è successo per l’euro. Come succede per l’ora legale. Come si fa nel cenone di San Silvestro. Ci si mette d’accordo e, ad un’ora X, il mondo cambia passo.

Perché la sensazione è che molti vorrebbero solo le liberalizzazioni altrui e che si inizi proprio da quelle categorie che hanno minore impatto in termini di potere. Perché è più facile, più diretto, più notiziabile. Certo, la vulgata francescana della pietra-dopo-l’altra, la retorica del passo lento che porta da Canterbury a Roma è, in linea di massima, da condividere. Anche se può risultare vagamente ipocrita. Perché il principe di Salina, da gran dissimulatore, ci sballa e ha già pronta – alla faccia del benaltrismo – una rivisitazione della sua regola aurea. Cambiare poco per non cambiare nulla.
 

Attentialcane
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