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20 April 2012
Francia, astensionismo ed estremisti forti: la “vecchia politica” soffre anche a Parigi
Paride Broggi
Domenica 22 aprile i francesi voteranno per eleggere il nuovo presidente della repubblica. Sicuramente un solo scrutinio non sarà sufficiente. Nessuno dei candidati può sperare nella maggioranza assoluta alla prima consultazione. Sarà decisivo il ballottaggio del 6 maggio, tra due settimane. Al primo turno si vota «per», al secondo si vota «contro», secondo il motto che da sempre accompagna la corsa all’Eliseo. Questa volta però la paura maggiore dei due principali candidati, Nicolas Sarkozy e François Hollande, è che in molti non votino del tutto.
Le presidenziali sono tradizionalmente le elezioni con il tasso d’astensionismo più basso. Nel 2002 era al 28,4% al primo turno, per poi ridursi al 22% nel secondo. Nel 2007, complice l’accesa rivalità mediatica tra Nicolas Sarkozy e Ségolène Royale, si registrò solo il 16,2%, una delle percentuali più basse di sempre. Quest’anno i sondaggi stimano gli astenuti tra il 25% e il 30%. Numeri importanti, anche se inferiori al 55,6% delle elezioni cantonali nel 2011, al 53,6% delle regionali nel 2010 e al record di 59,5% delle europee nel 2009 (dati TNS Sofres).
A differenza dell’Italia, in Francia la classe politica e i partiti non sono sotto processo. I privilegi della “casta” esistono anche oltralpe, ma per ora non fanno scandalo. Probabilmente è solo questione di tempo. Quando l’elefantiaca burocrazia francese sarà costretta a ridurre la spesa e si dimenticherà dei tagli alla politica, l’opinione pubblica non mancherà d’indignarsi. Per il momento i malumori dell’elettorato sono assorbiti dal non-voto o dalle ali estreme. La demagogia del «tutto marcio» di Marine Le Pen al 16% e il 14% di Mélenchon che parla di «Sesta Repubblica» sono i segnali che rivelano come anche oltralpe il paese reale sia sempre più distante dalla classe dirigente.
Twitter: @paridebroggi

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