Paul Krugman, premio Nobel per l’economia e celebre editorialista del New York Times, ha tenuto martedì 31 gennaio una conferenza a Parigi sulla crisi dell’eurozona. Il suo intervento è stato anticipato da un’intervista rilasciata a Le Monde. Per i lettori de Linkiesta riporto qui i passaggi principali:

«Devo dire che, quando penso alla zona Euro, mi trovo nella strana situazione in cui tutto sembra inestricabile. Non posso immaginare che l’eurozona affondi. Mi pare inconcepibile, perderemo così tanto. Mi dico allora che la politica farà di tutto per risolvere questa crisi. Ma poi penso alle soluzioni che si dovrebbero attuare, e a quel punto mi dico: “No, è impossibile che prenderanno queste misure”. Mi trovo così di fronte a un vicolo cieco.»

Le misure prese alla fine del 2011 vanno nella giusta direzione?

«Finora nessun summit ha saputo dare le risposte adeguate. Nessuna decisione politica ha saputo trattare il problema nella sua integralità. La crisi è ancora oggi considerata unicamente come un problema di dissesto budgetario. Ma non è così. Questi squilibri esistono, ma c’è anche uno scarto di competitività e di flusso di capitali. Il solo elemento positivo è venuto da Mario Draghi, che ha indirettamente alleviato le sofferenze dei mercati dei debiti sovrani. Ma, ancora una volta, questa misura non tratta che l’urgenza, senza dare rimedi strutturali.»

La Germania ha un’influenza negativa sull’Europa?

«La Germania crede che il rigore e la disciplina budgetaria siano la soluzione. Ha torto. La sua storia la spinge a proporre un cattivo rimedio. I tedeschi erano in una brutta situazione alla fine degli anni ’90, così ora guardano quello che hanno fatto, come sono arrivati a risanare l’economia e a trasformare un deficit in eccedenze commerciali e pensano di applicare le loro soluzioni alla zona euro. Ma, se così fosse, bisognerebbe trovare un altro pianeta su cui esportare i prodotti dell’Europa!»

Durante le primarie repubblicana Romney ha detto che Obama, copiando il nostro modello sociale, avrebbe condotto gli Stati Uniti sulla stessa via dell’Europa. Il modello europeo è un esempio da non seguire?

«Non è così. La crisi dell’eurozona non ha nulla a che vedere con i costi del suo stato sociale. Alcune economie con un forte stato sociale non fanno poi così brutta figura. Guardate la Francia! Da un punto di vista americano, si dice che non c’è nessun incentivo alla produzione, che avete più giorni di vacanza… Ma, alla fine, la produttività oraria è la stessa degli Stati Uniti. In nessun modo questa crisi mostra il fallimento dei sistemi sociali. È possibile salvaguardare un livello elevato di protezione sociale pur con una responsabile politica di budget: basta prendere a modello la Svezia.»

 

 

CAMBRONNE
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