Blog di

di Dario Mazzocchi

Se Dio gioca a rugby

Blog post del 21/04/2011

Dicono i gallesi che Dio si diverta a guardare la loro nazionale che gioca a rugby. Chissà se accade anche oggi, con il Millennium Stadium che ha il tetto retraibile, come uno di quegli stadi del football americano. E spesso a Cardiff lo tengono chiuso, anche se fuori splende il sole e solo per l'eccezionale evento meteorologico, varrebbe la pena tenerlo aperto. Amen.

Durante le partite del Galles, i 75.000 che solitamente si danno appuntamento delle gradinate intonano "Bread of Heaven", inno popolare che in verità è intitolato "Cwm Rhondda" - se sapete il gallese bene, altrimenti sappiate che in inglese si traduce con Rhondda Valley. "Bread of Heaven, feed me noe and evermore". Ora: il pane del Paradiso non si capisce bene se sia la birra che scorre a litri o il gioco del Galles che per tradizione dovrebbe essere frizzante, spettacolare, veloce, per quanto ultimamente tradisca le aspettative. Tant'è. Dio si diverte a guardare il rugby e il rugby gli rende grazie.

Potremmo passare in rassegna tutti i testi degli inni nazionali, dal momento che gli stessi inni assumono un valore tutto speciale quando vengono cantati prima del fischio d'inizio di un match. Guardare attentamente gli occhi e le espressioni del volto dei giocatori schierati in mezzo al campo, mentre la banda attacca con le note e il pubblico con le parole, può aiutare a capire che tipo di partita ci aspetta. Infondono una particolare sensazione di unità di intenti, di gruppo. Ci si rende conto che si è chiamati a rappresentare una nazione, un popolo. Non so se sia un caso, ma quando lo scorso marzo l'Italia ha battuto la Francia al Flaminio di Roma nel 6 Nazioni, per la prima volta il pubblico è andato a tempo mentre cantava "Fratelli d'Italia", dove il riferimento ai piani alti non manca ("Che Iddio la creò").

In Nuova Zelanda gli All Blacks prima dell'haka chiedono a Dio, Signore delle nazioni, di difendere la loro isola ("God defend New Zealand"). In Inghilterra di proteggere il sovrano ("God save the queen", in attesa che salga al trono Carlo se non addirittura William): il re è anche a capo formalmente della chiesa anglicana e nella lunga storia delle monarchie europee, una volta appresa la ferale notizia, si usava ripetere "il re è morto! Viva il re!", ad indicarne una spiritualità che sopravviveva alla diparitata terrena. Non solo: a Twickenham si lasciano andare ai gospel tipo "Swing low Sweet Chariot", manco fossero davvero sulle spone del fiume Giordano.  

In Scozia hanno un pilone che di domenica non gioca, ma Euan Murray non fa altro che venire dopo Eric Liddle, leggendario atleta le cui gesta sono narrate nel film "Momenti di gloria", che indossò la maglia della nazionale di rugby 7 volte. Morì in Cina, nel '45, come pastore d'anime. L'Irlanda si sa quanto abbia a che fare con la fede, non occorre ricordarlo. La Francia non rientra nel gruppo: sia mai che la nazione laica figlia dell'Illuminismo che partorì le ghigliottine, Roberspierre e Napoleone, infili Dio nel rugby champagne. In Sud Africa chiedono aiuto in lingua xhosa e zulu, con le quali sono state composte le prime due strofe dell'inno post apartheid: "Nkosi Sikelel' iAfrica", Dio benedica l'Africa e i suoi figli.

L'Africa. Il Sud Africa. Gli Springboks. Discendono dai boeri, famer olandesi che abbandonarono la terra natìa per sfuggire anche alle persecuzioni religiose, piegando poi la natura selvaggia del nuovo continente e combattendo sia contro le tribù locali che contro l'esercito britannico. Gente tosta, che ha gli altipiani nel dna, basta dare un'occhiata a quanto siano larghi e a quanto siano grossi e potenti sul campo da rugby. Tanto in nazionale quanto tra i club, il rito della preghiera a fine partita è scontato (foto da Right Rugby). Si mettono in cerchio, guidati dal capitano, e ringraziano il Signore sia che abbiano vinto, sia che abbiano perso. Ma soprattutto se hanno vinto. Franco Smith, coach della Benetton Treviso che ha indossato le maglie dei Cheetahs e dei Blue Bulls, ha importato la preghiera pre match anche nella Marca: i suoi giocatori lo vedevano concentrato nella riflessione e piano piano, si sono aggiunti a lui.

Poi ci sarebbe Bakkies Botha, seconda linea che non perdona sgarri a nessuno e che si fa beccare mentre rifila testate o calcioni agli avversari (spesso c'è un motivo alla base del gesto, tipo una testata al mediano che ha osato trattenerlo per la maglietta, roba infima da pallonari), che dietro alla maschera del combattente, alza il dito al cielo dopo aver sciolto le file perché i suoi Blue Bulls hanno vinto la Currie Cup. Rimane difficile capire che abbia più paura dell'altro: se Bakkies di Dio o se Dio di Bakkies.

Amen e buona Pasqua. 

 

COMMENTI /

Ritratto di Dario Mazzocchi
Ven, 22/04/2011 - 15:44
dmazzocchi
<p>Grazie a te.&nbsp;</p>
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