In tempo di crisi gli inglesi “dividono” l’istruzione in maschio e femmina

Valentina Ciannamea

Questo post è una scatola cinese: cita una notizia ripresa da un mensile femminile (Marie Claire) che a sua volta riporta l’articolo pubblicato da un magazine inglese Tatler a firma di James Delingpole. Perché ovunque e su ogni mezzo viaggiano notizie insensate come questa: in tempi di crisi la middle class inglese è costretta a fare economia sull’istruzione dei propri figli applicando una differenza tra maschi e femmine. In pratica sempre più famiglie benestanti per continuare a mantenere il proprio status mandano il figlio maschio alla public school, la scuola privata e costosissima, mentre la figlia femmina si deve accontentare della scuola statale. Perché? A leggere Delingpole, bravo giornalista, di ragioni ce ne sarebbero più di una: prima di tutto è il maschio che in fin dei conti deve sostenere la famiglia, la femmina può (e in questo caso deve) trovarsi un buon partito e farsi mantenere. I ragazzi poi sono più “fisicati” e hanno bisogno di fare sport e di disciplina per studiare, pratiche che la scuola pubblica non garantisce. Le ragazze invece sono più mature, riescono negli studi grazie alla loro volontà e, grazie alla loro più spiccata socialità e capacità di adattamento, sanno gestire meglio situazioni complesse. Interpellato dal mensile femminile Delingpole, pur sostenendo che le donne sono speciali quanto gli uomini, ha poi peggiorato la sua posizione affermando che le donne fanno i figli e questo compromette la loro carriera, per cui difficilmente potranno guadagnare quanto un uomo. 

Al di là dei giudizi sull’efficacia della scuola pubblica e di quella privata, sulla superiorità della seconda sulla prima, anche se garantissero la stessa istruzione, sono le ragioni alla base di una simile scelta a far rabbrividire. È bastata una crisi economica per gettare un po’ di polvere sulla parità tra uomo e donna nel paese che ha sempre un passo avanti a tutti. Per fortuna si tratta di una minoranza di famiglie e di certo tra le più conservatrici, eppure sentir ripetere ancora oggi certe convinzioni fa cadere le braccia. Era il 1792 quando l’inglese Mary Wollstonecraft scriveva in A Vindication of the Rights of Woman che "è ora di effettuare una rivoluzione nei modi di vivere delle donne, di restituirle la dignità perduta e di far sì che esse, in quanto parte della specie umana, operino riformando se stesse per riformare il mondo". Ma certo erano altri tempi!

Diverso effetto mi ha fatto leggere un articolo (Io Donna) dedicato all’Ewha University, l’ateneo femminile più grande al mondo che si trova in Corea del Sud. Qui studiano circa 20 mila alunne per diventare le future manager e leader di domani. In questa università viene formata la futura classe dirigente femminile, si dà alle donne una possibilità per arrivare in alto, molto in alto. Nata 125 anni fa per dare istruzione a una sola alunna, nel tempo ha laureato il primo medico donna del paese, la prima avvocatessa e via via altre importanti personalità politiche come la prima premier. Un solo ateneo non può bastare a fare l’emancipazione della donna, ma i suoi effetti in Corea sono arrivati soprattutto in Parlamento dove siedono ministre e deputate che sono passate di qua. Le selezioni sono durissime, ma come ci insegna Delingpole le ragazze hanno una maggiore capacità di adattamento e sanno gestire meglio le situazioni più complesse.
 

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