Blog di

di Renzo Bragantini

ABBIAMO BISOGNO DEL LETTORE-RISCRITTORE?

Blog post del 1/10/2011

Sulla Repubblica di pochi giorni fa un articolo di Loredana Lipperini faceva il punto su un fenomeno in crescente (e preoccupante) espansione. Quello del lettore che si fa non solo critico, ma potenziale integratore di romanzi. Dico potenziale perché poi le ricette si possono dare in astratto, entrare nelle pieghe di un libro e intervenire sulla sua fisionomia è cosa ben diversa. A livello professionale la cosa è attualmente compito della troppo mitizzata figura dell’editor; ne parlava con competenza e saggezza qualche settimana fa Claudia Moro, storica redattrice della Bollati Boringhieri, sulle pagine culturali del Manifesto. Ma il caso di cui tratta l’articolo di Repubblica è differente. Lì si descrive come sui vari blog si esprimano spavaldamente giudizî, spesso drastici e non articolati, anche nei confronti di testi circondati da un’aura di intangibilità: ciò è connaturato a quella tipologia di intervento, né esistono testi sacri (come sanno per primi gli autori veramente grandi), ma la motivazione non può valere come scusante. Ne pesco alcuni a caso dall’articolo citato. A proposito della Montagna incantata (o magica, come suona la più recente versione) di Mann, sbotta un lettore/lettrice: «Mio Dio, succederà mai qualcosa in questo libro?» (risposta che denota un clamoroso misunderstanding del romanzo, tanto più clamoroso perché il commento è vicino a uno dei suoi motori più potenti). Un certo Marco sentenzia, a proposito dei Promessi sposi: «La storia non funziona, andavano limitati i giudizi personali dell’autore a vantaggio della trama». Tutti i pareri sono accettabili e, in senso etimologico, discutibili, ma verrebbe voglia, a difesa dell’autore più massacrato dalla pratica scolastica, di invitare l’estensore del giudizio a rileggere titolo (e soprattutto sottotitolo), del romanzo. E magari anche l’Introduzione. Capirebbe che chiede una cosa, nella logica di quel libro (che mi ostino a considerare un capolavoro) del tutto senza senso (e chissà se sospetta che gli converrebbe rinunciare a molta della più grande letteratura del Novecento). Come senza senso sarebbe chiederla per il Don Chisciotte o per il Tristram Shandy.
Gli esempî potrebbero continuare, ma ci si può fermare qui. Non prima, però, di aver notato che i due inserti riportati sono esemplificativi di quel tipo di reazione immediata e bruscamente personale. E che entrambi, così come tutti quelli che si possono leggere in quella rassegna, mancano del tutto della percezione che un testo è inintelligibile, o gravemente deficitario, se lo si legge senza avere lo sguardo al tempo in cui è stato prodotto, e senza considerare la storia della specifica forma letteraria che si sta leggendo. Più ancora, se lo si legge al di fuori del perimetro intellettuale entro cui è stato pensato. Interrogato dalla Lipperini, Alberto Rollo, direttore editoriale della Feltrinelli, afferma: «Quella che vacilla, soprattutto per i più giovani, è la consistenza dei maestri: non esistono più i fratelli maggiori. Semmai, sono i coetanei a essere credibili: ognuno rivendica la propria individualità, ma sono pronti a far proprie le convinzioni di uno scrittore capobanda che ritengono affidabile». Le considerazioni, in più punti critiche, di Rollo, sono fedele specchio di una realtà dove a farla da padrone sono scrittori del livello (basso, secondo il modesto parere dello scrivente) di Baricco (cui Repubblica fa una smaccata pubblicità, con contorno di cinguettanti duetti tra il perennemente «giovane» scrittore e il fondatore del giornale, grande personaggio in pericolosa tracimazione intellettuale, in cui si prendono a prestito, senza citarne l’origine, idee di Hofmannsthal sulla dimensione moderna della superficie, dette ormai un secolo fa), Mazzantini, Giordano e compagnia cantante.
L’inflazione di giudizî emessi a caldo è soprattutto specchio di una vera e propria inversione del tragitto intellettuale necessario a formulare un parere; il quale non parte dal centro costituito dall’opera per verificarne la consistenza e la capacità di essere ancora per noi viva, ma si accentra sul proprio io, reagendo in conseguenza delle pulsioni di quello. Nella dimensione reticolare e orizzontale della civiltà odierna, questa pretesa ha un volto (forse inconsciamente) tragico. La critica letteraria, ridotta a larva (anch’essa spesso enfiata in indigeribili tomi) ha le sue gravi responsabilità.

 

COMMENTI /

Ritratto di Giusi Meister
Sab, 01/10/2011 - 22:44
Giusi Meister
Credo che un conto sia la critica, un conto lo sfregio. Un conto la recensione, altro il semplice commento. La critica richiede argomentazione, e gli argomenti, si sa, si costruiscono con mattoni che pesano. Immagino che in un'epoca così volatile, sia più facile passare a fil di lama pagine e tempi e temi, piuttosto che fermarsi solo per un attimo a dare forma e struttura a quello che ci pesa sulla lingua. Il commento non richiede competenze, non richiede conoscenze, basta lo stomaco, e una manina nervosa che batta sui tasti. La recensione è altro, anzi, molto altro: è una questione di metodo, e soprattutto, di cura. Non è questione di testi sacri o di intoccabilità, tutto si può sottoporre a critica, ma non di certo a sfregio. E' un concetto semplice, forse, ma richiede lucidità di mente e linguaggio. Il punto è che ci è stato fatto credere che tutti possiamo fare tutto, anche quando non abbiamo né lo spessore, né la disciplina, né la capacità per farlo. In fondo, è la c.d. democrazia del web, ma siamo maturi, noi, per la democrazia?.
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Ritratto di Renzo Bragantini
Dom, 02/10/2011 - 07:37
RBragantini
Gentile Giusi Meister, La ringrazio per le Sue osservazioni, con le quali concordo pienamente. Insieme con l'autorevolezza, la cui scomparsa è stata da più parti lamentata (con particolare vigore dalla Arendt), è l'autodisciplina (giustamente da Lei segnalata come tratto decisivo) che è venuta meno. I due fenomeni sono probabilmente connessi.
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Ritratto di Giusi Meister
Dom, 02/10/2011 - 22:06
Giusi Meister
Ha ragione, l'autorevolezza è venuta decisamente meno, ed è significativo che, per contro, si imponga chi usa un tono più stentoreo degli altri. Credo che, in fondo, conti maggiormente imporre la propria opinione, imporla a tutti i costi, intendo, piuttosto che procurarsi strumenti funzionali alla costruzione di una capacità di analisi e di un metodo. Non so se sia stata la velocità dei tempi ad aver inciso così profondamente sulla nostra volontà di strutturarci intellettualmente, ma tant'è, ormai si ragiona e si parla e si scrive con lo stomaco. Ci verrà la gastrite alla testa fra un po'? Chissà...
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Ritratto di Charly
Dom, 02/10/2011 - 13:58
Charly
"L’inflazione di giudizî emessi a caldo è soprattutto specchio di una vera e propria inversione del tragitto intellettuale necessario a formulare un parere; il quale non parte dal centro costituito dall’opera per verificarne la consistenza e la capacità di essere ancora per noi viva, ma si accentra sul proprio io, reagendo in conseguenza delle pulsioni di quello." E' sufficiente mettere in relazione questa frase con i giudizi dei lettori sui presunti "capolavori" del passato: palese che a chi emette questi giudizi i suddetti "capolavori" non hanno più nulla da dire. Non vedo il dramma, tuttavia, eccezion fatta per i critici che si trovano senza lavoro. Sai che perdita.
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Ritratto di Renzo Bragantini
Dom, 02/10/2011 - 16:04
RBragantini
<p>Gentile Charly,</p> <p>i critici non sono senza lavoro, continuano a scrivere (talora imperversare) dalle colonne dei giornali. La perdita non &egrave; per loro, ma per i lettori, che spesso non sanno cosa significhi buttarsi sull&#39;ultimo <em>best seller</em>, mentre ignorano testi su cui si sono formate (nei secoli) milioni di persone. Si sar&agrave; trattato, nei secoli e con tali numeri, di perditempo?</p> <p>&nbsp;</p>
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Ritratto di Charly
Lun, 03/10/2011 - 14:53
Charly
Te credo che i critici lavorino: sulla stampa che io pago con i finanziamenti pubblici. E ne farei volentieri a meno. Sulla formazione nei secoli di milioni e mille mila persone, beh, è semplicemente falso. Fino a un paio di secoli fa (per l'Italia anche solo uno) il 90-95% delle persone era un semi analfabeta: non c'è che dire, le condizioni ideali per la lettura. Il romano medio (non Totti, quelli coevi) di Seneca non ha mai letto alcunché. Checché se ne dica di solito, questa è l'epoca storica con più lettori e con il maggior numero di libri. Nella sola Italia si pubblicano 50.000/60.000 testi l'anno, mi sa che è la stessa cifra di tutti i test scritti nel mondo classico. Sulla distinzione fra classici e best seller nulla da eccepire: bel trucco retorico. Da una parte abbiamo i capolavori (presunti) dall'altra la spazzatura. E vabbé, la "cultura" usata come clava e come segno di distinzione, un po' come il bauscia con il Suv. Peccato che sia sufficiente aprire un manualozzo (anche di base, eh) di sociologia e/o antropologia per capire che la definizione di "cultura" veicolata dai letterati sia un luogo comune del tutto infondato. Tornando al nocciolo della questione, se i presunti "capolavori" non vengono più apprezzati e non hanno più nulla da dire, beh, che sia bello o brutto è del tutto irrilevante. E', molto semplicemente, un fatto. Se fossi cinico, infatti, vedrei solo una difesa da parte dei critici. Se viene meno il ruolo di custode della "cultura", a loro, che resta? Qui si rischia la fabbrica... Cordialità
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Ritratto di giordano
Lun, 03/10/2011 - 16:47
giordano
L'idea di estendere le leggi del mercato anche ai lettori del passato per stabilire che questi, anche fossero oggi tutti lettori viventi, sarebbero comunque infima minoranza, e dunque i loro gusti insignificanti, è veramente originale. Incorpora l'idea che ogni minoranza debba avere necessariamente torto all'assorbimento nella contemporaneità di ogni passato: l'importante è ciò che piace e vende oggi, e solo questo. Tutto ciò che non interessa oggi non vale niente. Neppure ciò che interesserà in futuro. E non occorrono giudizi meditati, ma istantanei e autoevidenti (mi piace o non mi piace). Caro Charly, perché leggi sta roba sui libri, e commenti, invece di andare a lavorare, come è giusto tu faccia? Lascia perdere la letteratura, non fa per te, ti assicuro.
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Ritratto di Renzo Bragantini
Lun, 03/10/2011 - 17:06
RBragantini
<p>Gentile Charly,</p> <p>mi scusi, ma leggo tra le Sue righe un certo livore nei confronti della cultura, contro la quale s&igrave;, si usa, e da pi&ugrave; parti, la clava, come il governo attuale abbondantemente insegna; e forse anche, pure se Lei non lo ammetter&agrave; mai, un complesso di fondo. Quanto alle mie esagerazioni sui numeri e i secoli, forse &egrave; Lei a fare di tutta l&#39;erba un fascio. Innanzi tutto La inviterei, se potesse, a estendere lo sguardo oltre l&#39;Italia. Vedr&agrave; che quelle cifre, se pensa alla popolazione che occupa la terra, e agli oltre 550 anni di storia della stampa (prima ci sono i manoscritti, e se sapesse quanti sono quelli che sono sopravvissuti, anche di una sola opera, come la <em>Commedia </em>di Dante, tradotta oggi nelle pi&ugrave; sconosciute lingue del mondo, sarebbe sorpreso) non sono affatto eccessive; e sono confermate da statistiche internazionali che si leggono spesso sui giornali. E che il romano medio non abbia mai letto alcunch&eacute;, mi scusi, &egrave; un&#39;affermazione &quot;sparata&quot;, non il frutto di una reale argomentazione. Non ne ho io al momento, ma non ne ha neanche Lei. Meglio limitarsi a ci&ograve; che meglio si conosce, non crede? Dei 50.000/60.000 testi all&#39;anno, &egrave; al corrente che un&#39;alta percentuale, come gli editori per primi lamentano, finisce al macero? Quanto al luogo comune della &quot;cultura&quot;, so io per primo che la cultura non &egrave; solo la letteratura, n&eacute; il mondo delle arti in genere. Ma parlo di ci&ograve; che, pur con la manchevolezze che ognuno ha, conosco. Restando, per necessario rispetto delle competenze (sempre pi&ugrave; violentemente ignorate oggi), al campo della letteratura, se Lei preferisce leggere Baricco e&nbsp; compagnia invece di Tolstoj (per fare un nome) si accomodi pure; non sar&ograve; certo io a dissuaderLa.</p> <p>La saluto con cordiale tristezza (per Lei)</p> <p>&nbsp;</p>
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Ritratto di Charly
Lun, 03/10/2011 - 21:45
Charly
Questa risposta è, semplicemente, da incorrniciare. Non importa che io non abbia mai citato il lettore x o y, qui arriva il riflesso pavloviano: quel che conta è leggere l’autore certificato con bollino doc. Se lo si legge sei un figo, signora mia, sennò sei un poveraccio. Lo stesso ragionamento, per l’appunto, del bauscia: o hai un Suv o sei nessuno. Epic fail. Il necessario complemento di questa posizione è la presunta lotta contro la “cultura”, cosa di per sé impossibile come il suddetto manualotto di sociologia/antropologia dimostra. Eh sì che afferma di conoscere il termine “cultura”, mio caro interlocutore. E poi mi cade in questo errore? Se ha qualche dubbio al riguardo Le consiglio Prima lezione di sociologia di Bagnasco o Primo lezione di antropologia di Remotti. Occhio a quest’ultimo: non è scritto benissimo, ma è facile facile, anche per un letterato. Le consiglio, in ogni caso, il Bagnasco. E poi, crescendo, il dizionario di Sociologia di Gallino. Ma immagino siano in Suoi impegni ad averla portata all’errore. Capita, soprattutto ad una certa età. Passiamo alla storia. Che nel passato si leggesse poco, pochissimo, non è una sparata, ma un fatto. Se si è davvero convinti che un contadino della Siria del 1° secolo fosse ferrato in Seneca, beh, che dire. Debolucci in storia, eh? Per quanto riguarda le competenze mi sono laureato in storia presso l’Università degli studi di Torino nel 2008 con una tesi, guarda un po’, in storia greca: relatore Gianluca Cuniberti, voto finale 103. Ne so abbastanza, grazie. I libri al macero non inficiano quanto scritto finora, dimostrano solo che gli editori non conoscono il proprio lavoro. Un bell’esempio viene dalla recente querelle fra Fazi e Melissa P.: il genio aveva mandato in stampa una mega tiratura salvo poi non vendere un fico. Mai sentito parlare di più tirature? Unico commento possibile: muah muah mauh. Di fatto oggi si legge di più nel passato e l’individuo medio ha una preparazione nettamente superiore. Piaccia o non piaccia (viene meno la favoletta scolastica dei bei tempi classici andati, così) è un fatto. Quanto riguarda alla mancata dissuasione, troppo gentile, ma neppure io ho interesse in convincere chicchessia. Se poi con il Suo commento mi ha dato ragione, che dire? Grazie. Anzi, posso chiederLe un favore? Personalmente mi scoccia assai pagare lo stipendio a dei bei squinzi che poi ti trattano come dei poveri subumani. Non sarà il Suo caso, per carità, ma se ne vede uno potrebbe chiedergli di smetterla con l’una o con l’altra attività? A sua scelta, ovvio. Ah dimenticavo. Se Lei preferisce leggere Tolstoj e compagnia invece di Max Weber (per fare un nome) si accomodi pure; non sarò certo io a dissuaderLa. La saluto con cordiale tristezza (per Lei) e la lascio con la Sua superiorità etica, estetica, finanziaria e patafisica.
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Ritratto di Renzo Bragantini
Lun, 03/10/2011 - 22:24
RBragantini
Gentile Charly, La ringrazio per la Sua risposta, che traccia di Lei un ritratto che Le fa onore, e mi inchino deferente alle Sue plurime competenze, e alla civiltà delle Sue argomentazioni. Weber l'ho letto (e apprezzato), data la mia età, cui Lei giustamente accenna, prima che Lei si laureasse, forse prima che Lei nascesse; proprio perché non penso alla letteratura come fatto unicamente distintivo della cultura. Saranno certo persone delle Sue qualità che miglioreranno questo sgangherato paese. Per quanto riguarda il colloquio, vinto dalla formidabile articolazione del Suo pensiero, che nessun problema affronta senza prima sviscerarlo a fondo, non avrò più motivo di risponderLe. Saluti cordiali e allegri (per Lei, che traveste mirabilmente la Sua insicurezza)
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