Questa maledetta cultura sportiva senza limiti

Alessia Barbiero

Sarà che io non ho lo spirito per diventare un vero campione. Sarà che non sono mai stata davvero avventurosa. Miei limiti, va bene. Eppure quando succedono le tragedie, come quella che ha appena colpito Marco Simoncelli, i miei limiti diventano improvvisamente i miei punti di forza. Ho ragione, mi dico. Non che questo poi ti faccia sentire meglio, la morte di un 24enne durante una gara sportiva non può lasciare indifferenti. Nessuno. Tant'è che la notizia dell'incidente in Malesia, ancora oggi, è sui giornali on line in rilievo rispetto a quella delle molte (ancora non quantificate) perdite causate dal terremoto in Turchia. Eppure, dicevo, eppure quest'ennesima vita spezzata riapre il dibattito sui limiti, troppo poco definiti, di alcuni sport e spinge a chiederci se davvero il gioco vale la candela, e se sì a quali condizioni.

Forse chi corre in moto lo mette in preventivo: di fatto è ogni volta una puntata sulla roulette della vita, è inutile che se ne dica il contrario. Certo, la probabilità di vittoria è più alta, ma il rischio è sempre in agguato. Lo sapeva Simoncelli, l'aveva detto ai cronisti che gli avevano chiesto se avesse paura di morire. «No. Si vive di più andando 5 minuti al massimo su una moto come questa di quanto non faccia certa gente in una vita intera». Chissà se poi uno lo pensa davvero, o semplicemente, come ha detto Giacomo Agostini sul Corriere della Sera, credi solo che non possa mai succedere a te, perché se inizi a pensarci, beh allora, «smetti di correre». Qui, come in altri sport, non c'è spazio per gli errori: troppe le varianti in ballo che possono trasformarti da asso sportivo a eroe compianto sui giornali. Lo stesso vale per la discesa libera (penso a Ulrike Maier morta a soli 26 anni per essersi schiantata a 105 chilometri orari durante una gara), per il bob (Nodar Kumaritashvili che ha perso la vita nel giorno di apertura delle olimpiadi invernali - 21 anni e 150 chilometri orari, i numeri),l'automobilismo (Michele Alboreto, vicecampione del mondo di formula Uno, morto durante un collaudo sul circuito di Lausitzring), e il rally (che ha visto la morte di Franco Ballerini, ct della Nazionale di Ciclismo), oltre ai tanti altri sport estremi. Solo alcuni esempi, di chi ha legato in modo fatale il proprio nome allo sport.

Certo gli incidenti capitano ovunque. Anche nel calcio, nel ciclismo. Ma tra la fatalità e la percentuale alta di rischio c'è una bella differenza. Gli sport sopra menzionati fanno della velocità il loro punto di forza ma è propria quella velocità (di fronte a indubbie carenze protettive - si pensi al fatto che i motociclisti, per esempio, hanno il collo completamente esposto e inutili sono gli studi per trovare un rimedio, dato che i piloti necessitano di poterlo muovere da un lato all'altro per assecondare gli angoli di piega) a essere pericolosa. La verità è che più passano gli anni, più si parla di affinare le tecnologie per rendere le gare ancora più veloci, in una continua sfida al secondo. Agostini lo dice chiaro, come si legge sulla Gazzetta dello Sport: «La gomma ha una colpa ma siamo anche noi piloti che vogliamo che la gomma duri dall'inizio alla fine senza calare di prestazione e spingiamo i tecnici a fare delle gomme che durino fino alla fine. Sarebbe più giusto fare come ai miei tempi, quando la gomma si degradava e si andava più piano fino ad arrivare al traguardo tutti nelle stesse condizioni».

Spingere sempre. Anche nei telefilm, in quelli in cui lo sport ha un ruolo primario, si pensa di poter sempre correre oltre. Nathan in One Tree Hill rischia di rimanere paralizzato eppure non rinuncia al suo sogno dell'NBA, suo fratello Lucas gioca una partita falsificando i risultati delle sue condizioni fisiche perché incapace di smettere di giocare a basket e rischia un infarto, stessa cosa per la ginnasta Payson in Make It or Break It che finisce per rompersi la schiena perché la gara ha la priorità su tutto il resto. Ci si salva sempre in corner, o quasi, in TV. Nella realtà ci sono invece i Simoncelli di turno, che non hanno la possibilità di rifare la scena.

Forse quello che manca davvero è quella cultura sportiva, in grado di fissare dei limiti nella mentalità degli sportivi e in quella di tutto l'entourage che sta dietro le quinte.

Forse basterebbe capire che la bellezza di una corsa non sta nello spaccare ogni volta il secondo in meno.

Forse rinunciare a un po' di spettacolo in cambio di qualche sicurezza in più non sarebbe poi così male. Ma del resto, io, non ho lo spirito per diventare un campione. Sarà.

: simoncelli / sport

Comments

Jennifer's picture
Inviato da: Jennifer
30 October 2011 - 17:58

Io non riesco proprio a capire lo sport agonistico. Mi sembra ce, come la caccia, sia ormai completamente fuori dalla storia. Per troppi rimane una scarica di adrenalina di chi si preparava alla guerra attraverso gli sport. Che senso ha tutta la giostra che gli gira intorno se non una gratificazione molto simile alla pornografia?
Che senso ha la grande considerazione per gente che, ad esempio, per eccellere in uno sport non ha studiato e lo si sente da come si esprime? La storia di Agassi e della Graff mi ha gelato il sangue: è da loro che ho appreso che i loro genitori gli hanno anche impedito di studiare.
Dopo il forte disagio subito hanno deciso di finaziare una scuola per bambini in difficoltà economiche.
Anche la mia scuola è infestata delle mille coppe di studenti che le hanno vinte a discapito dello studio regolare. D'altra parte non hanno tempo e sanno bene che il 10 in Educazione fisica copre il 4 in matematica, grazie ad un modo insulso di fare la media che, credo, si usa solo in Italia.
Quando mio figlio è caduto nelle grinfie di un'allenatrice di basket che gli impediva anche di uscire con gli
amici ho reagito prontamente. L'ho convinto a fare tutto lo sport che voleva come lo faceva la mia gnerazione: un gruppo di amici in un campetto. Ora i campetti si pagano ma ci sono anche più soldi e poi si divide fra tanti.
Il risultato è un ragazzo che ha praticato tre sport e che ancora oggi gioca regolarmente a calcetto con gli amici e suona regolarmente in una band. Tutto ciò dopo aver finito di studiare o lavorare.
Lo sport quindi come uno svago rilassante ed aggregante non come un'agoscia in più.

Alessia Barbiero's picture
Inviato da: Alessia Barbiero
25 October 2011 - 20:59

Gentile Joiroi,

è proprio in quella differenza che hai sottolineato tu (tra amatoriale e atleta professionista) che dovrebbe stare la risposta. Riesco a capire il voler spingersi oltre ai propri limiti, lo spegnere il cervello, il voler fare quel lancio nel vuoto di cui parli, ma proprio qui dovrebbe entrare in gioco una cultura sportiva che ci ri-inserisca nei binari corretti. Io credo fortemente che gli sportivi debbano avere un senso di disciplina veramente spiccato e che questo debba essere insegnato, il che significa anche saper riconoscere i propri limiti e rispettarli. Il volerli superare a tutti i costi è una battaglia persa in partenza, come quella di Sisifo contro gli dei. Non importa quanto si impegni, il sasso alla fine rotolerà ancora giù dalla montagna prima di arrivare in cima.

joiroi's picture
Inviato da: joiroi
24 October 2011 - 22:21

Parole sagge,tra fatalità e alta percentuale di rischio c'è differenza. . .e non credo sia un problema di cultura sportiva,chi si cimenta in imprese come guidare a 300all'ora su 2 ruote,o scendere una montagna a 130 km/h o qualsivoglia altro sport"estremo" infatti è conscio dei rischi che corre. . . .personalmente pratico snowboard,e nonostante mi sia relativamente calmato negli ultimi anni,è altresi vero che un qualcosa,dovuto sarà all'incoscienza,all'adrenalina,alla voglia di superarsi e di spingere comunque il piu vicino possibile al massimo delle proprie possibilità,esiste a livello quasi inconscio,tant'è che non è raro che in circostanze di quel tipo ritrovarsi ad "accendere il cervello" quando si è già ad un buon punto dell'opera,a volte persino troppo in la. . .certo,nn voglio nemmeno paragonarmi ad atleti,sportivi o agonisti professionisti come quelli di cui sopra,ciononostante mi sento di affermare che,mentre a bocce ferme potrei sottoscrivere questo post a occhi chiusi,la realtà è ben diversa,e consiste a mio avviso in quella commistione percettiva,sensoriale,emotiva che è parte costitutiva dell'uomo e che fa si che a volte i processi razionali vengano scansati a favore del "lancio nel vuoto",dell'affidarsi a percezioni e sensi che forse "dormono" quando ragione e raziocinio vigilano. . .insomma,il rammarico è tanto,ma non posso biasimare chi spingendo il limite delle proprie emozioni più in la,finisce per rimanerne vittima. . .piuttosto,c'è da chiedersi se questo "demone" che taluni si portano dentro,sia la stigmate di un retaggio culturale che ha visto gli uomini cercare in continuazione di prevalere gli uni sugli altri,oppure un vero e proprio ingranaggio del complesso meccanismo percettivo sensoriale che compone l'essere umano nelle sue varie sfaccettature,e che l'ha portato in talune circostanze a fidarsi piu di ciò che sente che di ciò che pensa. . . naturalmente immagino sia una domanda destinata a cadere nel vuoto,almeno finchè qualcuno non crederà di poter spostare l'asticella del proprio immaginario ad un punto tale da poter contemplare questo sistema dall'alto cosi da poterne decifrare il funzionamento pezzo per pezzo. . .concludo dicendo che si,è vero che c'è molto rammarico oggi per questo perpetuo "accadde domani",tuttavia credo che sia doveroso anche provare ad essere felici pensando ad un ragazzo che,ha si perso la vita,ma nel poco tempo che ha potuto godersi qui,ha saputo fare di essa ciò che lui voleva,e non diventare ciò che la vita volesse lui diventasse. . .dopotutto anche questa è una piccola lezione,almeno per me. . .

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