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di Elisabetta Locatelli

Individualismo di rete, sembra un paradosso ma non lo è

Blog post del 11/06/2012

Le tecnologie digitali non stanno uccidendo la socialità e non sono sistemi che portano all’isolamento sociale. A questa conclusione sono giunti Lee Rainie e Berry Wellman nel volume “Networked: The New Social Operating System”, edito dalla MIT Press, che raccoglie una serie di ricerche svolte al Pew Internet Project e al NetLab dell’Università di Toronto. Piuttosto, argomentano i ricercatori nel post di presentazione del volume, le tecnologie digitali sono incorporate nella vita sociale degli individui e li aiutano a connettersi in rete oltre le logiche di gruppo e di socialità legata al territorio che si sperimentavano in passato.

Il concetto attorno a cui il volume ruota è proprio quello di “networked individualism”, ovvero il fatto che le tecnologie digitali ci legano sempre di più ad altri individui. “L’individualismo di rete”, se vogliamo tradurlo in italiano, è un vero e proprio “sistema operativo” che descrive le modalità in cui le persone si connettono, comunicano e scambiano informazioni. Esso coinvolge le persone singolarmente, insieme e per più attività contemporanee (il “multithreaded multitasking”). Ci consente, inoltre, di risolvere i problemi in modo nuovo e più efficiente, fa sperimentare un senso maggiore di libertà ma richiede anche nuove abilità (skill) sociali per muoversi al suo interno.

I risultati sono stati ottenuti dopo dodici anni di ricerca in cui l’obiettivo non era dimostrare che internet fosse positivo, ma studiare l’impatto di internet e delle tecnologie digitali nella società attraverso survey, come precisa Lee Rainie in un’intervista al WC3 Consortium. Se quindi fossero emersi dati opposti, la storia raccontata sarebbe stata un’altra. Queste ricerche continuative e sistematiche riguardano però solo il Nord America e sono quindi contestualizzate in un ambiente per molti versi differente dal nostro. Escludono direi, inoltre, i casi patologici che sono oggetto di altri tipi di indagini.

Sul blog dedicato al libro gli autori promettono di dare nei prossimi mesi alcune insight sulle loro scoperte e chiedono ai lettori di raccontare le proprie storie per avere spunti sul networked individualism ma anche sul suo “dark side” che spesso viene poco tematizzato.

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