Oggi è facile diventare amici, basta un click su Facebook. E’ pure divertente in questa piazza virtuale: ci si sente in chat, si condividono foto, commenti e link. Piovono i “Mi piace” e gli apprezzamenti. Si scrivono frasi per ricordare una tal serata, scavalcando con una facilità estrema quel sentimento di riservatezza che oggi sembra aver giocato tutte le sue carte.


È come se si facesse strada, sempre più prepotentemente, il desiderio di raccontare tutto a tutti e di mettersi quasi in mostra in un contesto dove si fa a gara per dire dove e con chi si è. E allora sembra valere l’equivalenza: Facebook, dunque sono, titolo dell’articolo di Nathan Jurgenson apparso su La lettura (inserto del Corriere della sera, 8 gennaio 2012). Oggi c’è il pericolo di acquisire un “occhio da Facebook”: il cervello è sempre alla ricerca delle occasioni in cui il volatile momento dell’esperienza vissuta possa essere meglio tradotto in un post su Facebook, in un messaggio che possa attrarre il maggior numero di commenti e di gradimenti […]. Siamo così presi dal pubblicare la nostra vita su Facebook da dimenticarci di viverla nel presente?

Un interrogativo che fa pensare: forse, senza risposta. Certo, Facebook ha cambiato la vita di tutti, anche inconsapevolmente e sicuramente non soltanto in negativo. Ma la vita è un’altra cosa. È là fuori. Quella fatta di amici veri, di sentimenti che si toccano e non si scrivono, di giornate vissute insieme che non hanno bisogno di una fotografia postata per dire che sono esistite. Perché le amicizie, quelle vere, hanno bisogno di realtà, non di uno schermo virtuale e gli amici, quelli veri, si guardano negli occhi e non attraverso una fotografia.

Ed è con la realtà che si crea quel rapporto di fiducia, fondamento dell’amicizia, e si manifesta la parte più bella di noi. È la virtù che concilia e conserva le amicizie. Ora, questa, la virtù, quando s’è levata e ha mostrato il suo lume e ne ha visto e riconosciuto uno simile in un altro, a quello s’avvicina e a sua volta riceve la luce che è in quell’altro; di che s’accende sia l’amore sia l’amicizia: difatti, entrambi traggono il loro nome da amare; amare è poi nient’altro, se non voler bene a colui che si ama, senza pensare ad alcun bisogno da soddisfare, ad alcuna utilità da ricevere (Cicerone, De amicitia).


Una luce, quindi, che si avvicina ad un’altra luce. Un’immagine, questa di Cicerone, piena di verità, di bellezza e di grandezza che rischiano di essere offuscate dalla superficialità e dalla pubblicità a cui Facebook ci costringe. Pensare di non accedere a questo social network anche solo per ventiquattro ore, è piuttosto difficile: ormai il nostro mondo, almeno in parte, è anche lì dentro. Ma non diveniamone prigionieri. Perché tutti sappiamo che c’era un tempo in cui gli auguri li ricevevi soltanto da chi ti voleva davvero bene, le fotografie erano un ricordo prezioso diviso solo tra me e te, le pazzie fatte insieme non erano poi alla portata di centinaia di persone e la complicità della nostra amicizia non era di pubblica piazza. Un tempo di cui forse, abbiamo tutti un po’ di nostalgia.

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COMMENTI /

Ritratto di Federico Ammazzalorso
Ven, 15/06/2012 - 12:03
Fammazzalorso
http://www.linkiesta.it/blogs/la-fantascienza-e-adesso/il-sabato-sera-ai-tempi-del-web-20
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Ritratto di Gemma Musicco
Ven, 15/06/2012 - 12:45
Gmusicco
<p>molto vero il tuo pezzo! l&#39;avevo gi&agrave; letto!</p>
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