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UNA COMMEDIA DI REPORTAGE NARRATIVI

Io a L'Aquila non ci sono mai stato

Blog post del 6/07/2012

L’accensione improvvisa delle luci in sala sorprende un vecchio semi addormentato seduto tra i primi posti della platea. Il suo nome è Lykomédeios. Diàmitros, in uno scatto di nervi, va per svegliarlo. «Cosa? È il mio turno? Ne siete proprio sicuri? E Párochros? Eikonikós? Che fine hanno fatto?»

Io a L'Aquila non ci sono mai stato. Ale ci tiene ad averci, prima del grande giorno. Dice che non ci può raccontare, non ci può scrivere, dobbiamo andare, vedere, capire. Altrimenti, insiste, saremmo come dei turisti. «Tizià, che ne pensi? La porto la Nikon? O finisce che Ale se la prende male? E poi lì come ci dobbiamo comportare? Come ci vestiamo? Tu dici che fa freddo? No, io i pantaloni non li porto. Dopo una settimana in ufficio, voglio che le mie gambe prendano aria.» Arriviamo alle 7 di sera, un caldo che si muore. Per rompere il ghiaccio mi metto a parlare del concerto dei Radiohead, il palco crollato a Toronto, le date europee slittate a non si sa quando e lui mi risponde, senza pensarci troppo, che non gliene fotte un cazzo, che tanto i soldi per il biglietto non li aveva.

Parcheggiamo vicino al corso, andiamo a vedere i locali: giusto, perché lungo il corso adesso puoi trovare solamente bar e negozi. Ale previene le nostre domande. Ci spiega che le case sono inagibili, la legge impedisce ai legittimi proprietari di tornarci ad abitare. I gestori degli esercizi commerciali si sono procurati una certificazione di agibilità parziale, firmata da tecnici di loro fiducia, che permette loro di riaprire i battenti. Niente case quindi, ma tanti bar per l’aperitivo. Ci sono pure due alberghi se non sai dove andare a dormire, e anche questa suona un po' come una contraddizione. In più c’è un’intera zona della città, una porzione abbondante del centro storico, in cui gli aquilani non possono proprio mettere piede.

Frotte di persone, un gran vociare. Preferiremmo il silenzio. Ale ci invita a seguirlo, ad abbandonare la via principale; ci infiliamo lungo una stradina che porta alla piazzetta del sole. Un vaso di ceramica in frantumi mi guarda, circondato da mucchietti di macerie, sparsi, ma ordinati. Ai lati della piazza un piccolo cortile ospita una carriola, simbolo di un gruppo di volenterosi che a partire dal febbraio del 2010 per cinque mesi ha pulito ogni domenica le strade. Dopo un po' la frequenza è andata scemando. Del popolo delle carriole è rimasto il ricordo. Chiudo gli occhi. L'unico rumore che sento adesso è il gorgoglio di una fontanella, una sopravvissuta. Riapro gli occhi e me la trovo davanti, la forma di un trono, ma senza il sovrano.

Torniamo al brusio della gente. Attaccate ad una recinzione ci sono mazzi di chiavi, le chiavi degli aquilani che aspettano di riavere le proprie case. Nel frattempo Tezenis ha riaperto, stanno allestendo la nuova vetrina. Ecco cosa non puoi fare a meno di vedere camminando per il corso: le vetrine, le insegne, le scritte sui muri, i cartelloni. Sembra che dopo il terremoto il nome della città abbia ispirato ogni possibile gioco di parole: uniti per L’Aquila, insieme con L’Aquila, sopra l’aquila la capra campa, sotto l’aquila… I più arditi ci provano anche con l’Abruzzo, ma risulta più difficile trovare uno slogan efficace. I muri raccontano la voglia di riscatto o semplicemente la voglia di dire qualcosa. Ad esempio c’è una vetrina piena di post-it: ogni adesivo un ricordo, un ricordo di come era prima, un ricordo di qualcuno che se ne è andato. E fino a qui niente di male, se questo amarcord multicolor non avesse preso sembianze grottescamente mocciane. «Questa cosa degli adesivi ad esempio mi fa un po’ cagare.» Alessandro, di nuovo, è più sbrigativo.

Sono quasi le nove, il mio stomaco comincia a brontolare. Un po’ mi vergogno a dirlo, vorrei che tutto ciò che ho visto fino ad ora mi avesse tolto l’appetito, ma così non è. Forse se ne accorge, forse guarda l’orologio per caso, comunque Alessandro si ricorda della promessa di quintali di carne annaffiati da un buon vino. Ci avviamo alle macchine. Non sono il solo ad avere il passo spedito, per fortuna. Facciamo una sosta di fronte a ciò che rimane della Casa dello studente. Un’altra recinzione. Questa volta appese non ci sono le chiavi, ma le foto di alcuni dei ragazzi risucchiati dalla terra la notte del 6 aprile: tre minorenni, una coppia di fidanzati, una manciata di versi su un pezzo di carta, protetto da un’esile plastilina. Tiziana ha la faccia di quando è incazzata, di quando vorrebbe lanciare sassi contro qualcuno qualcosa.

L’agriturismo dove andremo a mangiare si trova in una frazione aquilana, Colle Brincioni. Per raggiungerla dobbiamo salire, e di molto, lungo le curve che accarezzano le colline. Fuori dalla macchina fa un po’ freddino. Recupero la maglia dal cofano, Tiziana mi prende in giro: «Sai, ad averceli i pantaloni…». Si avvicina Daniele, il gestore, per salutare. Chiede ad Alessandro se siamo suoi parenti, amici, cosa siamo venuti a fare. Uno scambio di battute veloci in dialetto abruzzese, ci vuole inquadrare. Poi ripete a noi le stesse domande, questa volta in italiano, come se prima fossimo stati altrove. Ale ci spiega che Daniele è un matto scatenato che ci va giù pesante con le porzioni; scopriamo così che un piccolo antipasto, “tanto per cominciare”, consiste in porzioni abbondanti di sei diverse portate; scopriamo che il vino è buono, ma per l’acqua – dice Daniele – possiamo tranquillamente accomodarci alla fontanella fuori. La bistecca la prepara al focolare come fanno i miei genitori al paese. Mangiamo di tutto e tanto, ma spendiamo come se avessimo ordinato una pizza e una birra. Alla fine Daniele torna per sapere se abbiamo gradito. Chiede ad Alessandro cosa ci ha fatto vedere, dove ci vuole portare. Ale ha intenzione di mostrarci la zona rossa, il centro storico vietatolingressoainonaddettiailavori. Di notte il rosso dei divieti fa più scena. Torniamo in città, in giro per il corso c’è ancora più gente di prima. E soprattutto c’è musica, musica da discoteca ad alto volume. Sento una ragazza chiedersi se tutti questi decibel non facciano male alle costruzioni già compromesse dal terremoto. Non lo so, a me danno fastidio a priori.

Entrare nella zona rossa è facile: basta spostare una delle recinzioni, stare attenti a non farsi notare, sapere dove andare. L’intera zona è circondata dalle camionette dei militari che a distanza di tre anni hanno ancora un piccolo presidio nel capoluogo abruzzese. «Ale, ma che succede se ci pescano a gironzolare qui intorno? » «Niente, solo una multa dai 300 ai 6000 euro. Ma voi non vi preoccupate, eventualmente ci parlo io.» C’è un attimo di silenzio a dire il vero. «Voi, però, non avete la faccia di chi si fida…» L’ironia è l’unica arma che ci difende da ciò che non siamo in grado di accettare. Chiedo ad Alessandro, se ha mai avuto modo di parlare con i militari, di farci un discorso serio, se loro sono in grado di spiegare quale sia, oggi, la loro utilità lì per le vie aquilane. Cioè, cosa puoi dirgli a uno che vuole andare a controllare in che condizioni si trova la sua casa? Mi spiega che alcuni sono tranquilli, addirittura consapevoli di eseguire degli ordini insensati, che con alcuni ci si può ragionare. Intanto il tempo passa e loro sono ancora lì, parcheggiati come le loro camionette, ad occupare le strade.

Continuiamo l’escursione nella zona proibita. I led dei contatori non hanno mai smesso di lampeggiare. Non si sono accorti di niente, strano. Per un istante mi viene da pensare a tutti gli altri abitanti della zona, a tutti gli altri inconsapevoli: gatti, topi, cani randagi, tutti fuorilegge da condannare. Ci guardiamo intorno, chissà che non si incroci un gatto nero. Apriamo un portoncino in legno che dà su un piccolo cortile. Ale è rimasto un po’ indietro, ma ci fa segno di non avere timore, entriamo. Il cortile è circondato da una rampa di scale che porta ad un balconcino. Ci sono ancora i panni stesi dalla notte del 6 aprile. Neri, sgualciti, pieni di buchi. «Cazzo, Tizià. Qui il tempo si è fermato.» Tiziana mi fa segno di no, indicandomi una pianta che sta crescendo lentamente tra le crepe dei gradini. Approfittiamo dell’iphone, per scattare una foto ai panni stesi. Di nuovo la questione delle foto. Ale sembra prevedere ogni volta i nostri pensieri. Deve essere abituato ad ogni reazione. Me lo figuro per un istante, nei panni di Virgilio, visite guidate nell’inferno del terremoto. «Immaginate che ogni cosa che potete fotografare, ogni scorcio aquilano che portate a casa nel vostro rullino, è già stato ripreso da qualcun altro prima di voi.» E allora mi chiedo, se tutto è stato scritto, fotografato, raccontato, perché ogni cosa che osservo ha il sapore di una prima visione?

Giriamo l’angolo e ci infiliamo in un vicoletto. Buio. Mi rendo conto che sono sempre gli spazi stretti ad attirare la nostra attenzione. Come se l’istinto ci indicasse una strada o un sentiero tra le macerie. Uno spiraglio di luce arriva da una finestra al terzo piano di un palazzone. Alessandro lancia un urlo di gioia, applaude. È il segno che una famiglia, un gruppo di persone, ha deciso di riprendersi la propria casa, ha deciso di tornare a vivere nella zona rossa. I suoi occhi sono illuminati dal loro coraggio, dalla loro incoscienza. Oppure potrebbero essere dei ladri. Ladri a casa propria. Dovremmo salire anche noi per controllare. Tiziana però è già andata avanti e cerca di farci segno, di dirci qualcosa. Inutile Tizià, se non gridi non ti capiamo. Eccoli là, i militari, alla fine ci hanno trovato. Forse hanno sentito l’urlo di Ale, forse passavano di là per caso. Giro di sguardi. Scappiamo? No, andargli incontro ormai è l’unica cosa sensata. Tocca ad Ale fare gli onori di casa, è casa sua d’altronde, non certo casa nostra e ancora meno dei tipi in divisa. Sono in due, un lui e una lei. Ho sempre pensato che alle donne l’uniforme sta bene, un po’ meno gli scarponi. Sembra che i due gendarmi stiano cercando qualcosa. Ale non se ne accorge, prova a fare il simpatico: «Niente, mostravo la città ai miei amici, poi, ad un certo punto, dobbiamo aver preso la via sbagliata.» Il tipo parla al walkie-talkie, la voce dall’altro lato gli dice dove andare. Di certo non ce l’hanno con noi. Anzi, sono gentili, ci indicano l’uscita più vicina. Giusto in fondo alla strada, dopo la camionetta. E come? Tutto qui? Niente minacce, niente liti furibonde? Non ci portate in caserma? Tiziana era già lì pronta con il suo cipiglio guerrafondaio e voi vi mettete a fare le persone a modo? Non ci resta che seguire il loro consiglio. Mentre ci avviciniamo all’uscita, Ale si volta ogni tanto, per vedere se ci stanno controllando, avrebbe ancora un paio di posticini carini. La cosa buffa è che quando raggiungiamo la recinzione, questa non ne vuole sapere di concederci un varco. Uscire, lasciarsi la zona rossa alle spalle, non è così facile come entrare. Quasi quasi faccio segno ai militari, se ci vengono a dare una mano.

Di nuovo nel purgatorio, Ale mi guarda. «Vieni, c’è un’ultima cosa che devo farti provare.» Mi indica un primo bar, mi fa segno di entrare. «Dai un’occhiata, renditi conto di come e dove hanno riaperto.» L’interno è pieno di sostegni, puntellato ovunque, non esiste più il soffitto, mi basta alzare il braccio per toccare i sostegni con la mano, e sì che sono alto, ma mi chiedo se in un’altra città, sarei mai entrato in un locale in queste condizioni. Mi avvicino al bancone. Ale mi pizzica da dietro: «Per bere andiamo a trovare un mio amico.» Così torniamo al punto esatto da cui siamo partiti, dove abbiamo parcheggiato pomeriggio. «Questo è il locale più trendy in tutta L’Aquila», dice prendendo in giro il ragazzo che versa da bere. Poi gli chiede due genziane. Gli amici fanno un cenno di approvazione e si avvicinano per attaccare bottone. Ne approfitto per chiedere cosa mi hanno versato. La genziana è un amaro che gli aquilani fanno in casa, partendo dalle radici di una pianta che in realtà non potrebbero raccogliere. Il racconto di questa trasferta aquilana è sempre più zeppo di divieti: zone proibite, esperienze che non si dovrebbero fare, piccoli perimetri picchettati ancora di pianto. L’amaro ha un sapore insolito, faccio fatica a mandarlo giù all’inizio, ma dopo un po’ non è male, il retrogusto è piacevole. Credo che per gli aquilani bere la genziana, raccogliere le radici proibite, equivalga a riprendersi tutte le cose che son state loro rubate. I ragazzi sono curiosi. «La genziana o la odi o la ami. Tu cosa hai deciso?» Esito un attimo nel rispondere, poi bevo un altro sorso. Alessandro sorride e mi da una pacca sulla spalla. Grazie Ale, grazie di tutto. Ma almeno questa volta, lascia che sia io a pagare.

Dopo la genziana ce ne siamo andati a dormire. Io ero stanco, Tiziana distrutta. Nel tratto in macchina fino a casa, Ale ci ha anticipato cosa avremmo visto il giorno dopo: le novantanove fontanelle, che poi sono qualcuna in meno, la Basilica di Collemaggio, dove Papa Celestino riposa su ciò che rimane di un pilastro che quella notte ha ceduto; perfino le casette di Berlusconi, se avessimo fatto i bravi. Mentre lui parlava, io pensavo al motivo del viaggio: andare, vedere, capire. E in quel momento mi è venuta l’illuminazione.

«Ale, ma le coppiette ci vanno a fare l’amore nella zona proibita?» Lui si mette a ridere e mi risponde: «Quando è venuta la mia ragazza a trovarmi, due settimane dopo il terremoto, l’ho portata a casa, anche se non potevo. Era il posto più tranquillo per stare insieme.»

Lykomédeios (illustrazione di Mariagiulia Colace)

COMMENTI /

Ritratto di Anonimo
Lun, 09/07/2012 - 14:52
bello questo reportage emotivo. io adoro la genziana proibita...davvero dico.
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