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di Marco Sartori

Quantum vanus dolor, stulta laetitia, avida cupiditas, blanda conversatio abstulerit; quam exiguum tibi de tuo relictum sit. (Seneca, De brevitate vitae).

Blog post del 1/12/2011
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I personaggi che seguono sono tutti frutto di fantasia. Vezzi e vizi pure.
I luoghi, invece, sono reali.

È un attimo.
Si apre alla vista in un secondo, passando dal gelo dell’ombra al bagliore del sole, sullo spartiacque fra la Val d’Ayas e la Valle di Gressoney, in Valle d’Aosta.
Lo si può vedere bene solamente da un punto: a pochi metri dall’arrivo della stazione di monte della seggiovia della Bettaforca, proprio dalla seggiovia, sospesi nel vuoto, mentre un cartello che sfreccia sulla sinistra ricorda che è ora di scendere.
Lo spettacolo dura pochissimo, perché il sole, che sbuca fuori proprio in quel momento dalle punte dell’Alpe Bettaforca, accieca e fa distogliere lo sguardo.
È uno spettacolo noto a tutti gli sciatori appassionati della zona che, per accedere alle piste di Gressoney, devono risalire la gola della Bettaforca, unico passaggio consentito.
Lungo la gola, che si percorre durante la corsa di circa sei minuti della seggiovia, si scorgono a sinistra tutti i «Quattromila» più famosi del Monterosa: Breithorn, Gobba di Rollin, Roccia Nera, Polluce e Castore.
Ma il punto è che la seggiovia della Bettaforca, nelle mattine di inverno, è sempre al buio e frustata da un vento siberiano.
È da brivido.
È crocevia di emozioni contrapposte: la meraviglia del Monterosa da un lato, ed il gelo che entra in ogni millimetro del corpo, dall’altro.
Ma negli ultimi cinque secondi cambia tutto.
Pochi secondi che valgono la pena di quella salita al gelo.
Pochi secondi in cui il sole rigenera e ricarica per l’imminente discesa.
Pochi secondi in cui, ve lo assicuro perché ci sono stato più e più volte, e più volte voglio ritornare, si apre come un sipario un panorama di una bellezza talmente sublime che viene voglia di urlare al mondo quanto è bello vivere!
Pochi secondi che, a chiunque capiti di lì, consiglio di gustare con tutti i cinque sensi, con tutta l’attenzione e tutto il cuore, dopo avere scolpito nella propria mente, durante il tratto di risalita che precede, ogni centimetro di quell’angolo di paradiso terrestre.
Perché qualcuno che è passato da lì, invece, se lo è perso e sicuramente se lo perderà ancora.
* * *
Era uno dei manager della c.d. «Milano bene».
E quello era il suo primo weekend di svago della stagione invernale.
Arrivato in cima dell’Alpe Mandria, stava disegnando elegantemente (leziosamente) una curva a destra ed una a sinistra, una destra ed una a sinistra, poi, più a valle, più scomposto.
Sciava da solo e pensava. Pensava. Totalmente incapace di bloccare, almeno per un momento, il suo tormentato cervello.“Ah finalmente, sono invincibile, guarda che stile che ho. Ma gli altri lo avranno notato come sono bravo?”. 

Moglie e figli a casa, perché “me lo merito, è il mio primo weekend dopo avere lavorato 24 ore su 24 tutto l’anno e perché i soci dello sci club (il cui presidente è anche mio cliente e che tra l’altro poi mi deve presentare quel pezzo grosso al cenone di capodanno) fanno tutti così. E devo far vedere che ho i miei spazi e so gestire il mio tempo libero e sono indipendente. Insomma, non posso che fare così, non me li posso mica portare dietro, è un mio diritto. Insomma, mi dispiace, ma ho ragione. Sì, ho ragione. Chiuso”.

Completo da sci nuovissimo, un paio di sci da oltre millecinquecento euro, scarponi stretti ai piedi da non far circolare il sangue - “perché Derek, che è anche mio cliente, mi ha detto che nelle discese vanno portati così” - e, naturalmente, stretto tra gli strati del completo, il «suo migliore amico».

Adesso era arrivato alla fila per prendere la seggiovia della Bettaforca, temperatura meno 15.
La prima sciata è andata bene “mi-tt-i-cco Derek, avevi ragione, mi scoppiano già le gambe, ma sono contento di portare gli scarponi così stretti e di soffrire come i veri campioni da discesa, non vedo l’ora di raccontarlo domani alla Manu quando mi porta il caffè, tanto mi ascolta sempre, qualunque cosa io dica. 

La Manu. Che donna eccezionale.

E guarda un po’, invece, questa qui accanto a me con i suoi due marmocchi piangina al seguito e con una tuta anni ottanta.
Li detesto.
Visto che ho fatto bene a mollare i miei a casa?
Li faccio passare avanti così mi prendo la seggiovia da solo”.

 

Si sale in quattro! Sbraita l’assistente della seggiovia.
“Ecchecosa vuoi, pezzente, ti detesto, me ne frego faccio quello che voglio.
Non hai idea di quello che passo durante la settimana e quindi tu non mi devi trattare così.
Non ti rispondo neanche e faccio finta di non guardarti”.

E il manager della c.d. Milano bene si siede da solo su un seggiolino da quattro, all’inizio del cono d’ombra della Bettaforca.

La seggiovia parte.
“sto congelando”

5 minuti
“Dunque facciamo mente locale e ripassiamo un momento. Allora.
Domattina alle 8:30 briefing. Perfetto. Speriamo che sia pronta la relazione che ho chiesto ieri alle 19:00 prima di partire e non mi vengano a dire che sabato e domenica non si lavora. Se sapessero cosa ho passato. Ma non si rendono conto che sono io a dargli da mangiare?
Mah.
Poi…oh no, ma domani c’è quello lì a cui avevo detto di sì giusto per fare bella figura perché è figlio di quel pezzo grosso. Dai. Lo sbologno in mezzora. Chissà cosa vuole. Pezzente, mica è come suo padre.
Lo detesto.

La seggiovia sta filando nella gola della Bettaforca.

4 minuti
“Dunque.
Poi c’ho la call con gli olandesi. Sono un mito. Adesso arriva il bello. Devono avere l’impressione di una professionista sempre sul pezzo”.

Il manager sfila prima un guanto e poi l’altro e li caccia in un angolo della giacca a vento (anch’essa acquistata su indicazione di Derek). Si sbottona gli automatici (a fatica, perché siamo a meno quindici gradi), tira giù la lampo e infila la mano nella tasca interna dove avverte subito la sagoma del suo migliore amico, lo smartphone. I guanti stanno per volare giù dalla seggiovia, ma li ripiglia al volo.
Il vento ghiacciato si infila sotto la magliettina in kevlartermicaantiventoignifuga consigliata da Derek, che usa anche lui e che costa tanto quanto la tuta (“dannazione, Derek, questa volta ti faccio una sceneggiata. Sì, ma non troppo perché alla fine sei sempre mio cliente ed è questo che conta”).
Non gli ci vuole molto, le mani intirizzite dal freddo si muovono sul touchscreen quasi in automatico.
“Allora. Messaggi. Bozze salvate. Bozza di ieri, 19:34.
Dear All, please find attacched herein the summary for tomorrow call. Best Regards. Allega presentazione. Il documento è stato allegato.

Invia a: Netherlandsgroup.

Sei sicuro di volere inviare? Sì. Mamma mia sto crepando di freddo.
Ma l’affare mi frutterà un sacco di soldi e mi compro la Porshe.
Gli devo essere grato agli olandesi: domani faccio una bella rampogna ai miei sull’etica del lavoro.
E domani prometto alla Manu che la porto a fare un giro”.

Plìn plòn, messaggio inviato.
Rimette a posto lo smartphone. Chiude la tasca interna. Tira su la zip. Chiude gli automatici. Si rimette i guanti.
Fa queste operazioni in meno di cinque nano secondi perché le mani non le sente più.
I quattromila del Monterosa sono apparsi uno dopo l’altro a sinistra e sono già scomparsi.

3 minuti
“che male gli scarponi.
quanto manca? Adesso appena su volo al primo punto di ristoro, me li allento e mi chiudo dentro.
Ti detesto ufficialmente, Derek”.

2 minuti
Trrr. Trrr. Trrr.
Lo smatphone vibra.
Si gela. Ma non si può non vedere chi è.
Stesse operazioni di prima, ma all’incontrario: guanti, lampo, automatici, tasca interna, smartphone.
“Messaggio in entrata.
Oh no. No. No. No. Gli olandesi!
Sono proprio gli olandesi, non c’è dubbio.
“Thank you very much, are you available in five minutes for a quick question upon tomorrow call core points?
Ma certo che non sono available pezzo di idiota, sono su una seggiovia a meno venti gradi e tra un po’ si scende. Ma dimmi te se devo lavorare anche di domenica.
Mi detesto.
Chiamo i miei.
Li chiamo subito quegli idioti. E chi se ne frega se è domenica, li pago per rispondermi.
Li detesto.
Crea messaggi. Oggetto: Chiamatemi tra dieci minuti.
Invia.
Sei sicuro di inviare messaggio senza testo?
Ma certo che sono sicuro.
Smartphone, ti detesto”.

Le bestemmie spezzano il silenzio della Bettaforca, mentre l’ombra finisce e spunta la Valle di Gressoney.

Ultimi secondi
Trrr. Trrr. Trrr.
Guanti, automatici, lampo, tasca interna, smartphone.
Un sms in entrata.
Leggi.
“E che è di colpo tutto ‘sto sole?”
Guanti con la mano sinistra insieme alle racchette, smartphone nella destra: ecco come scende dalla seggiovia il manager della c.d. Milano bene.
“Ciao tesoro spero che ti stia divertendo. Cosa vuoi per cena? Ti aspettiamo con i bimbi non partire tardi.
Opzioni. Vuoi cancellare messaggio?”

Preme su ok.
“La chiamo dopo”.
* * *
Caro il mio bel manager della c.d. Milano bene, quanto tempo ti hanno sottratto il vano dolore, la stolta allegria, la bramosa avidità, i lusinghevoli rapporti umani?

Quanto poco ti è stato lasciato di ciò che davvero ti appartiene?

Χαίρε, 

Marco Sartori
 

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