Ho letto il manifesto proposto da alcuni sulla Generazione Perduta. E no, non ce la faccio a condividerlo.
Ho 33 anni, un contratto a tempo determinato, come altri ne ho avuti, una laurea che ancora qualcuno chiama seria. Penso di rientrare quindi appieno in quel range che quel manifesto vorrebbe interpretare.
Ma no, non l'accetto.
Non accetto che la mia generazione assuma in senso generale la frustrazione che riguarda una piccola parte di essa.
Non accetto che posizioni politiche vengano fatte passare per neutre e vendute come principi.
Non ce la faccio.
In questi anni ho rischiato di finire sulla barca del conflitto generazionale più di qualche volta. Ma ho avuto per fortuna a fianco a me persone vecchie abbastanza per mettermi all'erta:
“C'è sempre il conflitto generazionale, però un conto è se è quella cosa che libera l'Italia dal fascismo, battaglia per i diritti civili, prova a sopravvivere al terrorismo, un conto è quella cosa che serve soltanto a dimenticare che esistono i poveri e i ricchi, di ogni età”.
E così in questi anni ho visto crescere i frequentatori della barca dei “figli contro i padri”, nonostante i figli cominciassero a passare l'età limite, quella della tarda adolescenza, nonostante cominciassero a diventare a loro volta padri e madri. Anzi. Li ho visti ancor più accecati di rabbia e illogicità, affascinati dai discorsi dei telegiornali, dalle statistiche, dalle teorie dei governi tecnici.
Li ho sentiti diventare megafoni delle banalità calate dall'alto e vecchie come la storia d'Italia e primi firmatari di elenchi di supposizioni diventate come dati di fatto inconfutabili, pur senza dati matematici a supporto.
Li ho visti svegliarsi a scoprire le buste paghe dei politici, dimenticandosi di essere elettori da vent'anni.
E li vedo oggi teorici del nulla, come piace ai media, cercare il riscatto nella visibilità sulla scia dei pensieri che al momento vanno per la maggiore. Guai a metterci la faccia quando occorre andare in posizione “ostinata e contraria”. Guai ad esserci in piazza, quando ci si ritrova a dire di no, quando occorre essere solidali a chi sta peggio, quando occorre incontrarla quella parte che è rabbiosa sul serio, quando occorre capire che cosa succede.
E non mi si fraintenda. Non dico che stiamo bene. Ma credo che il nostro malessere richieda altre cure che 4 parole d'ordine. Mentre credo che 4 parole d'ordine siano comode ad alimentare un dibattito senza soluzione che proprio per questo da anni si va alimentando retoricamente.
Non siamo una generazione che non viene rispettata: siamo una generazione che non si rispetta. Che non prova a imparare come funziona un po' il diritto del lavoro quando vede che le cose non vanno bene, che non si coalizza per sistemare condizioni di sfruttamento, ma magari spera che sia la volta buona che licenziato sia quell'altro, che condanna tizio perché “se non trova lavoro è perché ha studiato filosofia” e condanna caio perché “se non trova lavoro è perché non ha la testa per studiare”.
E siamo una generazione che non rispetta: perché se si incolpa una manciata di persone con pensioni da lusso dimenticando la stra grande maggioranza di donne pensionate a 500 euro al mese, se si dimentica che la stragrande maggioranza dei nostri padri avrà una pensione da operaio o da piccolo impiegato (e la maggioranza delle nostre madri potrà contare solo sulla reversibilità della pensione del marito) allora vuol dire non aver cura del Paese, non saperlo leggere oltre al proprio singolo egoismo, non saper guardare al futuro neppure della propria famiglia, accettare il racconto di qualche polemico di turno perché fa comodo così.
Non siamo una generazione che vede il merito non premiato: siamo un Paese coi salari bassi, con condizioni di lavoro, prima ancora dei contratti, pietose. Siamo forse le prime manciate di persone che hanno potuto studiare senza avere il dubbio di poterlo fare pur proveniendo dalle famiglie meno abbienti: ma la diseguaglianza sociale non si annulla quasi mai neppure con una laurea. Non c'è meritocrazia senza uguaglianza sociale e senza pari rispetto tra i generi. Eppure sono poche, pochissime le menti brillanti della mia generazione che si impegnano sul serio su questi due campi.
Ciò nonostante la parola meritocrazia ha trionfato sovrana: senza accorgersi poi che è servita soltanto a diffondere categorie di merito settarie e ridicole. Ognuno potrebbe inventarsi i propri parametri di valutazione riuscendo comunque a lasciare indietro poveri, donne e chi poco ama auto compiacersi.
La meritocrazia pare la panacea che porterà tutti ad essere dirigenti e leader di partito. Ma non funziona così. Non inventiamoci soluzioni a condizioni che non abbiamo neppure provato ad analizzare.
Non siamo una generazione che debba riprendersi l'impegno: chi finora non ha mosso un dito perché non l'ha fatto? Perché ha deriso chi spendeva la propria adolescenza nei partiti, chi, nonostante il dolore di Genova 2001, nonostante la disfatta dei movimenti pacifisti dopo il 2003, ha continuato a credere che la partecipazione fosse importante? E' più facile dire che “nessun sindacato ci può rappresentare” che far in modo che i sindacati siano rappresentativi. E' più facile denigrare il lavoro delle RSU che spronarlo e valorizzarlo o andare ad ascoltare quelle storie che i media non vogliono raccontare. E' più facile contribuire a critiche generalizzate senza pensare che oltre al mondo sindacale cosa c'è oggi a poter venire incontro all'impiegata o commessa licenziata dopo la maternità?
E' più facile pensare che "eh, il sindacato tutela i garantiti" salvo poi scoprire che poteva aiutare anche te, per quanto possibile, magari provando a chiedere, insistendo, osando.
Senza parlare poi dell'impegno che comunque tanti non più ragazzi ci mettono nell'associazionismo e nel volontariato, mondi sempre più svuotati dalla nostra generazione, per quanto la meno impegnata nella storia a fare figli.
La dimensione dell'impegno più che perduta si è delegata all'estremo. Forse perché siamo stati troppo attenti, in massa, a pensare più a una narrazione dell'IO che a una del NOI?
Ecco, non siamo stati grandi sorgenti di cose da dire: eppure qualcuno ne ha dette e fatte. La partecipazione non è mai di massa ma dire che va recuperato l'impegno rischia di significare la volontà di negare che fino ad ora ce ne è stato, significa avere in mente magari un percorso che ne taglia fuori un pezzo e no, non mi piace.
E infine mi rifiuto che la progettualità individuale sia quella di un mutuo per la casa: proprio perché a ragionare così si perde ogni minimo aggancio con quella che è la progettualità collettiva.
La casa oggi è quel dramma che si trasforma in sfratto in maniera crescente: quando 2/3 di uno stipendi in tante città sono la soglia minima per trovare un tetto in affitto c'è qualcosa che non funziona.
In questi anni non c'è stato governo, Regione che non si siano mossi a finanziare e aiutare i mutui per la prima casa: quasi che arrivati a 30 anni comprarsi un tetto fosse un dovere, da single o da accoppiato (e ditemi voi se non c'è follia a pensare di pagarsi da soli 80.000 euro di un miniappartamento dal valore gonfiato dal bum del mattone con un mutuo di 30-40 anni. Magari ritorvandosi dopo 6 anni in cassa integrazione.). Si è gonfiata l'industria del cemento dimenticando del tutto l'edilizia popolare, il sostegno per chi i 200.000 euro per comprare una casa con 2 stanze non li ha né sarà probabilmente nelle condizione di averli. Non abbiamo saputo pronunciare la parola "case popolari" e ci vergognamo a pretenderle. Quasi fosse una vergogna pensare che un tetto debba essere un diritto per tutti, prima che possesso.
E no, non è che “i nostri genitori hanno potuto e...”. Ne conosco tante, tantissime di famiglie che ancora pagano mutui cominciati a pagare 20 anni fa, dopo aver venduto l'ultimo campo dei genitori per poter chiedere un prestito. E chissà, quando avranno finito di pagarla forse dovranno venderla per pagare la retta in casa di riposo.
Mentre i ricchi diventano sempre più ricchi, anche a trentanni, e i poveri sempre più poveri, a sessanta come a quarantanni, davvero tanta gente crede che il senso di ricostruzione del Paese sta nel conflitto tra giovani e vecchi?
Davvero è una cultura utile al futuro?
Io penso di no.
Ed ecco, con me credo ne sia convinto pure qualcuno magari appartenente a quel 60% abbondante di 30/40enni italiani senza i mezzi e le conoscenze per accedere a Internet e leggere le elucubrazioni mentali di qualche gruppetto fortunato.
Conoscenze, saperi, idee, valori: chi ne ha dovrebbe sempre metterne a disposizione senza pretendere in cambio per forza qualcosa. E' dovere di cittadinanza. E se c'è una responsabilità generazionale che ci spetta è quella di costruire dialoghi, dibattiti, relazioni: non permettere che siano altri a deviare il racconto sul Paese che vogliamo non per forza di cose tutti uguale, ma per forza di cose coeso e vivibile.
Abbiamo avuto tanto più di quanto siamo abituati a dire: è tempo di dare, e dare è anche pretendere e portare a casa contratti di lavoro dignitosi, proporre un modello di welfare che si prenda cura dei nostri genitori, pensare a come far si che un ragazzo non abbia paura di denunciare chi lo fa lavorare in nero. Sapere che così si fa un Paese migliore. Ad ogni età.

Comments
@Elisa ognuno può fare con quel che ha, se ha. Che siano nonni, zii, genitori. Osare con il conto a zero ovvio che è un po' duretta però. Chissà quando a zero saremo in tanti di più forse minori saranno le remore e le preoccupazioni...
@Enriquo che banalità allora dovrei dire che senti il disprezzo generazionale quando gli altri partono con la manfrina de "ai nostri tempi". Ormai pure chi ha 30 anni lo fa coi 15 enni. E' così da che mondo è mondo.
Ma basta con sta lagna delle generazioni....non sopporto nemmeno il termine...
..nemmeno io vedo di buon occhio il conflitto generazionale, ma ammetto che le numerose volte che sento gli esponenti della "generazione" del '68 lamentarsi di noi ( ex) giovani, di come siamo incoscienti, di come siamo materialisti, di come non abbiamo le palle che hanno avuto loro ai tempi...ammetto che in certi momenti un certo disprezzo gemerazionale lo sento..
trovo il manifesto della generazione perduta piuttosto fumoso e inconsistente ma non mi pare che inciti all' odio contro i più anziani..ma questo articolo me lo rende perlomeno più simpatico..
Narrazione dell' io vs narrazione del noi. Ma per favore..che banalità..
Ciao Sara,
io non credo assolutamente che il conflitto generazionale oggi sia il punto focale e neppure la povertà diffusa, di certo siamo in un momento di grande cambiamento.
Io neppure mi sento perduta e sorrido quando parlo con miei coetanei che mi vengono a dire che non si può pensare a farsi una famiglia o a fare dei progetti senza una casa e un posto fisso. Ho conosciuto coppie che per aspettare la sicurezza sociale si sono fatti vecchi nella consapevolezza di non aver osato!
Io credo davvero che in questo periodo le persone si distinguano in due grandi gruppi, quelli che rincorrono le certezze del passato, certezze che non esistono più e che quindi si sentono perduti, e persone che si inventano un nuovo modo di vivere il presente, che osano immaginare eprovare a creare qualcosa di nuovo almeno nel loro piccolo.
Hai ragione quando dici che siamo poco partecipativi della vita pubblica, come darti torno!
Il fatto è che ci hanno insegnato a guardare al nostro e la vita ci ha insegnato a suon di mazzate che degli altri ci si può fidare limitatamente, questo non vuol dire che non bisogna insistere e tenersi accanto le persone con cui si condividano dei principi e dei punti di vista, solo permettimi di dire che a molti passa la voglia di avere a che fare pubblicamente coi molti. Non fraintendermi, io credo nel sindacato e credo soprattutto nella partecipazione diretta, nel metterci la faccia per ciò che si crede e cercare di portare a casa i migliori risultati, solo mi rendo conto che non è questo il periodo delle lotte di massa, purtroppo!
Per la casa, questo sì, è un grande problema della nostra generazione, l'edilizia popolare è inesistente da anni, le lotte sono state fatte ma chi le ha fatte anche a suon di occupazioni e denunce di immobili abbandonati a se stessi si è portato a casa delle gran denunce e ha dovuto continuare a pagarsi l'affitto, se non c'è una massa un gruppo non porta a casa alcun risultato, senza considerare che sindaci e forze dell'ordine oramai tendono di più a tutelare la proprietà privata che i cittadini! Ora poi c'è sta pugnetta della crisi per giustificare l'assenza di interventi pubblici, chissà se sta crisi giustifica anche le vendite a prezzi ridicoli delle vecchie case popolari fatte 10 anni fa o se giustifica a anche il fatto che in 15 anni non si sia più investito in edilizia popolare...chiaro che sia mancata la volontà di farlo tanto fra la destra liberale (è questo è più che plausibile) ma peggio tra la "sinistra dispersa"!
Tantè che la casa, popolare o di proprietà, è davvero un miraggio per la nostra generazione, i mutui sono inacessibili come molto probabilmente lo erano 30 anni fa ma oggi non c'è neppure una prospettiva per il futuro allora invece sì.
E allora ritengo, lo so che non sei d'accordo, ma ritengo che i genitori, se sono nelle condizioni di farlo debbano intervenire ed aiutare in qualche modo i loro figli, magari con le case dei nonni o dei bisnonni!, perchè cmq anche 30 anni fa chi poteva permetterselo ha aiutato i propri figli e quindi non ci vedo nulla di male chiaro che i genitorni non si debbano rovinare la vecchiaia, mai lo chiederei e chi lo fa non lo condivido affatto, ma piuttosto di trovarsi il figlio 40enne frustrato ancora in casa...
In alternativa si può sempre optare per una "coabitazione", una "comune", un "condominio solidale" chiamatelo come volete, ma il problema qui resta sempre quello di trovare persone con cui davvero si possa condividere un progetto e a cui interessi la stessa zona dove abiatre!
Poi è chiaro che c'è un altro problema alla base che è la speculazione immobiliare diffusa ma ti assicuro che cercando e avendo voglia di arrangiarsi a riparare si trovano case discrete a dei costi accessibili, chiaro che la casa in centro a bologna, milano o roma è inacessibile ai più ma ti assicuro che per chi scegli altre vie per vivere la casa è acessibile, però bisogna avere il coraggio di osare!
E' sempre questo il punto, bisogna osare e a me sembra che i miei coetanei, talmente ben educati ad essere prudenti abbaino perso il coraggio di provarci, vogliono sempre cadere sul morbido, ma non è così, non lo è mai stato per nessuno, se si cade ci si fa male, sempre, l'abilità sta nel mantenere un'instabile equilibrio dinamico, essere degli equilibristi, dei giocolieri, perchè il mondo che ci circonda è instabile e noi non possiamo essere rigidi altrimenti non sopravviveremo se non sotto una campana di vetro.
certo, "fare gruppo" e "passare dall´io al noi" sono ottime cose sulla carta...peccato che (nella mia esperienza) finiscano per essere formule fatte, manifesti, gruppi facebook etc a dibattere di cose che dovrebbero essere il punto di partenza, a ripetersi a vicenda su chi siano i buoni ed i cattivi, a mettersi in luce nel gruppo. La base di tutto sono senso critico e approfondimento (che ahime´richiedono tempo) e magari spingersi oltre la vulgata dei lughi comuni, soprattutto in cio´che e´ economia, dove l´ignoranza diffusa e´a volte clamorosa, le categorie concettuali non lontane da 68 aggiornato forse a Naomi Klein...e dico questo condividendo gli obiettivi di fondo di maggiore equita´e sviluppo.
Cara @Sara
potresti ben essere mia figlia ... quindi sono uno di quelli che si sente la responsabilità di alcuni errori.
E' sicuramente giusto che ognuno si assuma la sua responsabilità e non penso affatto che questa vostra generazione non ne abbia ... ma questo non significa che altre e più gravi responsabilità siano in capo a chi governa il paese.
Dico solo che tutti dobbiamo combattere per assicurare quantomeno una libertà dai bisogni a tutti e che non si può bollare come perduta un'intera generazione lasciando intendere che se la devono cavare da soli.
Tu puoi forse accettarlo e sono sicuro che combatterai per la tua libertà ma non tutti hanno avuto dalla vita (e non solo dai genitori) i giusti insegnamenti per far valere i propri diritti.
sono abbastanza vecchio per "comprendere"che non vi'è chiaro il "concetto"di "MERITO". siete in un "continuo "di parolai inconcludenti.
@Fabio Scacciavillani per fortuna non è necessario guardare le cose dal suo punto di vista... Anzi.
@Rinaldo ma quale piagnisteo?? Beh, poteva almeno fare un esempio di tanti brillanti ragionamenti
@olly i miei correttori di bozze si saranno addormentati leggendo...
@anonimo chi merita di più è qualcosa di altamente criticato anche nei concorsi dove ci sono criteri molto rigidi di selezione (mi è capitato di vincerne uno perchè a parità di punteggio ero la più giovane: per me avrebbe meritato il secondo classificato, più anziano e con maggior esperienza.) Credere a chi promette merito è dar ascolto all'aria fritta...
E' vero che dobbiamo riprendere alcuni valori che ci hanno portato fin qui. Ed è vero che bisogna lavorare anche per partecipare. La libertà non è purtroppo gratis, così come non è gratis l'uguaglianza e non lo è la solidarietà (o fraternità se preferisci). Ma non credo che si possa prescindere anche dal merito. D'accordo, noi partecipiamo, noi abbiamo tutto quel che ci serve (o quasi), ma chi merita di più ci deve essere nel tuo manifesto?
Come commentare questo profluvio di vacuita'?
Semplicemente chi nasce agnello non puo' certo morire leone ed e' destinato alle cucine.
Si accontenti del contrattino a tempo determinato e si rallegri della solidarieta' che ha mostrato.
Sara Roncuto avrà pure 33 anni, ma ragiona come una 55enne ex sessantottina, ancorata a vecchie, vecchissime battaglie che non hanno più senso da decenni...per fortuna la sua generazione è capace di offrire interventi e proposte migliori di questo piagnisteo.
Un contro manifesto condivisibile, esattamente come condivisibile è quell'altro.
Eppure certe *convinzioni* in me sono dure a morire, proprio perché vissute sulla mia pelle di ormai quarantenne.
Nei miei vent'anni ho *militato* nell'ARCI, e ho potuto constatare come per molti diventare *dirigenti* nell' associazione era l'anticamera per poi esserlo nel PD, e un domani consiglieri o anche deputati. E anche per farci il servizio civile bisognava farsi raccomandare. Non ho mai preteso nulla, ho continuato a fare associazionismo, ma alla fine me ne andai sbattendo la porta.
Nei miei trent'anni poi, come precario nella PA, ho creduto in un sindacato nel quale sono cresciuto fin da bambino, respirando l'aria delle Camere del Lavoro col ritratto di Divittorio appeso al muro. Ci ho creduto e mi ci sono impegnato mettendoci la faccia per me e i miei colleghi precari, fino a perdere la loro fiducia a causa di un sindacato che - mi spiace dirlo - pensa unicamente a difendere le rendite di posizione, alle tessere che sei in grado di portare, e al relativo 1% di contributo della busta paga. Un sindacato nel quale le Categorie sono piccole lobby, e i loro dirigenti non molto dissimili da quelli dell' ARCI di cui sopra. L'unico vero sindacato è quello metalmeccanico, fatto di persone che lottano come una volta, per un lavoro che è rimasto -purtroppo - quello di una volta. Anacronismi insomma.
Oggi sono un insegnante, che proprio per combattere i piagnistei e la frustrazione latente di una delle categorie più maltrattate del Paese, ritiene che parlare di meritocrazia, basata su criteri condivisi, non lobbistici e gestiti all'italiana - raccomandazioni e arrivismo per intenderci - non sia affatto un tabù.
Insomma, desiderio un Paese moderno, nel quale l'individualismo non sia la scusa dietro la quale giustificare ogni nefandezza, un Paese capace di contare su se stesso perché ognuno conta sugli altri.
Ma l'Italia difficilmente potrà mai esserlo. Perché qualcuno fece l'Italia, ma gli italiani sono ancora ben lungi dall'essere fatti.
Ecco un perfetto esempio di come si può affrontare un problema partendo da un colossale errore concettuale. Complimenti ai due cuochi !
Cara Tinagli, la diagnosi è giusta ma la cura è sbagliata. I trentenni devono uccidere il padre
Massimiliano Gallo - 7 agosto 2012
@Anonimo ma quale sarebbe l'errore concettuale?
sara, i contenuti sono buoni e condivisibili, il senso del post mi piace molto.
però "fin'ora" e "un'abbozzo" non si possono vedere.
errori simili squalificano un testo.
@PasqualeAllegro e forse noi abbiamo ignorato le politiche clientelari?
io semmai posso affidargli la GRANDE COLPA che magari erano consapevoli delle politiche CLIENTELARI di partiti come ad esempio fra tutti l'ex DC però alla fine in quella situazione ci sguazzavano anche loro...così come un pò continuano a fare anche oggi....
La nostra è una generazione di illusi che si è bevuta la favola secondo la quale "democraticamente" (ovvero al massimo con qualche manifestazione e qualche blog) si cambiano le cose. Siamo affezionati alle nostre stesse catene, quelle delle democrazia liberale, del politicamente corretto, del pacifismo. Viviamo nella retorica di cose che non abbiamo mai visto (es. la seconda guerra mondiale), mentre la nostra vita è priva di qualsiasi azione vera. Ci siamo fatti pecore, ed il lupo ci ha mangiati. I nostri figli avranno un disprezzo senza limiti per noi. Dato che nel frattempo avremo perso tutto e loro saranno senza nulla da perdere, saranno dei veri rivoluzionari (ma non per l'uguaglianza, bensì per la grandezza di fronte alla storia). La nostra generazione non ha alcun senso di grandezza storica, ed è quindi destinata ad una fine miserabile, come tutti i mediocri.
@Roberto Orsi ciò che temo è che non abbiamo ancora fatto abbastanza danni per essere disprezzati, ma forse ne faremo...
@Roberto il fatto è che dopo i 20-25 anni non si può continuare a dare la colpa ai padri di tutto! Davvero siamo stati incatenati fino ad ora? Davvero siamo cresciuti impotenti? O forse in troppo pochi si sono mossi a interpretare le contraddizioni che ci crescevano attorno?
Cara Sara, i ragazzi vedono nei loro genitori dei maestri di vita. Allo stesso modo i giovani che partecipano alla vita politica, imprenditoriale, sindacale del nostro Paese vedono nei politici, negli imprenditori e nei sindacalisti "adulti" i loro maestri. Credo fortemente hella cultura dell'esempio, del sacrificio e della fatica nel conquistarsi le cose, e della meritocrazia, nella vita e nel lavoro. Che esempi positivi abbiamo avuto negli ultimi 25/30 anni? Se analizzassimo il nostro Paese dai risultati di questa classe dirigente, sia in termini di valori sia di bilancio, beh, si commentano da soli. Se un genitore insegna al figlio che dire bugie, rubare, fregare il prossimo é lecito, con che cultura di vita crescerá il figlio? Questa classe dirigente ormai solo autoreferenziale parla sempre di cambiamento e di giovani perché nulla cambi. Non ho mai guardato all'etá o al sesso delle idee perché o sono o non sono. Un'idea écondivisibile o meno a prescindere da chi la propone. Hai mai provato ad alzare la voce per esprimere dissenso? Sai cosa ti succede? Emarginazione se va bene. Gli adepti sono o "famigli" o i servi sciocchi alias utili idioti di turno. Tra le tante una cosa rimprovero a me stesso e alla generazione cui appartengo: dobbiamo imparare a fare squadra. Quindi, rimbocchiamoci le maniche e non prendiamo per oro colato quello che questi cattivi maestri ci dicono per imbonirci.
@untrentaquasiquarantenne è che ci sono cose che mi fanno pensare e altre che mi lasciano indifferenti. O altre su cui altri parlano già abbastanza e meglio di me. Ho passato un sacco di anni a fare proposte, ma non c'era mai nessuno ad ascoltarle. Forse non erano corrette. Così ora sto rifacendo l'analisi. E se scrivo comunque che la casa è un problema e l'edilizia popolare una strada c'è una questione e un abbozzo di direzione, no? La leggerezza, tanto cara a Calvino, sta ai veri scrittori: e di certo ancora non lo sono. Comunque scrivo anche cavolate tante volte, magari da altre parti. Se avessi modo e tempo mi inventerei uno stile migliore, magari se le cose mi andassero alla grande non vedrei nulla di brutto in questo mondo e neppure mi arrabbierei per qualcosa ;).
Cara Sara, il conflitto generazionale c'e' e ci sara' sempre. Significa semplicemente che ogni generazione deve governare il proprio tempo. Ormai e' oltre vent'anni che questa classe dirigente impedisce nei fatti il conflitto stesso che e' endemico. Le parole cooptazione, sudditanza psicologica, liste bloccate, ti suggeriscono qualcosa? Sono state il must di questi anni. Se fai il servo sciocco ascendi altrimenti ''ciccia''. Hai ragione, occorre sostituire il NOI all'IO ma questa e' stata l'educazione impartita. I valori della solidarieta', della meritocrazia e della liberta' la nostra generazione li ha solo smarriti, deve ritrovarli come il Peter Pan del film interpretato da Robin William. Anche se la generazione attualmente in auge ha nei fatti impartito altri insegnamenti, a volte in assoluta buona fede. La generazione perduta deve aggregarsi e creare i presupposti per volare e costruire la logica dell'alternanza delle generazioni. La velocita' di trasformazione anche delle regole del gioco di oggi impone questo. E per fare tutto cio' occorre caricarsi di responsabilita' ed insieme combattere questa battaglia. Perche' di cio' si tratta. Per i nostri figli, per un mondo migliore.
Io anche potrei condividere però non capisco perché in ogni tuo articolo ci sia sempre questa follia satura di tutto e un po' cioè di tutti i problemi e i piagnistei esistenti, tutti insieme in un post a prescindere dal contenuto. Ottime riflessioni ma sempre così pesanti e senza mai proposte.
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