L'attualità della dottrina sociale cattolica

Nicolò Cavalli

di Leonardo Nini *

"Gridate ora o tacete per sempre", dice in queste ore l'editoriale di Linkiesta a un mondo cattolico che mai come oggi sembra non solo lacerato nella rappresentanza politica locale e nazionale, ma anche indebolito e diviso dai giochi di potere che si stanno svolgendo attorno alla sempre più debole figura del Pontefice. Eppure sono tanti e di prestigio gli esponenti cattolici nel governo tecnico guidato da Monti e non sono passati molti mesi da quando, a Todi, si progettava la riunificazione dei cattolici in un'unica casa politica. Ma che cosa c'è da gridare? Qual è il messaggio politico della dottrina cattolica? Ce lo spiega Leonardo Nini, introducendoci il lavoro di Giuseppe Toniolo, "pubblicamente riconosciuto come il maggiore economista cattolico della storia".

Jean-François Millet, L'Angelus, 1857-1859

E' esattamente da un mese che, presso la basilica di San Paolo fuori le mura, a Roma, ha avuto luogo la cerimonia di beatificazione di Giuseppe Toniolo, pubblicamente riconosciuto come maggiore economista cattolico della storia. Gli avvenimenti delle settimane precedenti, segnate da un continuo scambio di battute fra governo e “parti sociali” in merito al disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro, hanno riportato in auge una tematica che già egli nei suoi scritti, fra i quali in particolare il “Trattato di Economia Sociale”, Toniolo affrontò compiutamente, contribuendo significativamente anche alla formazione della dottrina sociale della Chiesa.

Giuseppe Toniolo, nato nel 1845, visse proprio negli anni dell’esplosione della cosiddetta “questione operaia”, periodo nel quale il processo di industrializzazione pose, in Europa come in America, nuove ed inquietanti problematiche. Probabilmente fu anche dalle sue idee che il pontefice Leone XIII prese spunto per portare a compimento, con la celebre “Rerum Novarum” del 1891, una visione propriamente cattolica del lavoro e della società, andandosi ad affiancare alle ideologie allora dominanti, le cui applicazioni sono state e sono sotto gli occhi di tutti: da una parte, il marxismo ed il leninismo, dall’altra, il liberalismo ed il capitalismo.

Con tale enciclica pontefice si occupò principalmente della condizione dei lavoratori, volendo sottolineare con la scelta del titolo come il progresso tecnico ed organizzativo avesse portato, di pari passo con i diversi ed innegabili benefici, nuove ed urgenti problematiche. Proprio per questo si rendeva necessario per la Chiesa muovere alcuni concreti passi verso l’armonizzazione della società: come sottolinea Giovanni Paolo II nell’enciclica “Centesimus Annus”, edita nel 1991 in occasione del centenario della precedente,

«Ai tempi di Leone XIII una simile concezione del diritto-dovere della Chiesa era ben lontana dall’essere comunemente ammessa. Prevaleva, infatti, una duplice tendenza: l’una orientata a questo mondo ed a questa vita, alla quale la fede doveva rimanere estranea; l’altra rivolta verso una salvezza puramente ultraterrena, che però non illuminava né orientava la presenza sulla terra. [..] La Rerum novarum conferì alla Chiesa quasi uno statuto di cittadinanza nelle mutevoli realtà della vita pubblica.»[1]

Dalle parole del pontefice è possibile comprendere come il rischio peggiore cui poteva indurre un’ideologia come quella liberista era assegnare al capitale, inteso come insieme di mezzi di produzione, maggiore importanza rispetto al lavoro stesso. Il contributo dei lavoratori salariati, di fatti, nella più estremistica accezione di “capitalismo” viene ridotto a semplice merce, parificata a un qualsivoglia utensile. Tale errore venne aspramente criticato, sia da Leone XIII che da G. Paolo II (in diversi passi dell’enciclica “Laborem Exercens”):

«L’errore del primitivo capitalismo può ripetersi dovunque l’uomo venga trattato, in un certo qual modo, al pari di tutto il complesso dei mezzi materiali di produzione, come uno strumento e non invece secondo la vera dignità del suo lavoro – cioè come soggetto e autore, e per ciò stesso come vero scopo di tutto il processo produttivo.» [2]

Il capitalismo, d’altra parte, assume il suo vero significato storico non in tale accezione estremistica, quanto piuttosto in opposizione ad un’altra dottrina, quella del socialismo, per diversi motivi parimenti rischiosa. In primo luogo essa, pur costituendo una in apparenza semplice soluzione alla questione operaia, spingendo i poveri all’odio verso i ricchi e mirando a rendere pubbliche le proprietà di questi ultimi, finisce per danneggiare materialmente i poveri stessi; inoltre, sul piano antropologico, il socialismo impoverisce l’uomo considerandolo

«Come un semplice elemento ed una molecola dell’organismo sociale, di modo che il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale.»[3]

In altre parole, la libertà del singolo perde importanza di fronte all’esigenza di una pianificazione centralizzata. Si rende ad ogni modo fondamentale l’affermazione della dignità di qualunque lavoratore, nella consapevolezza che la realizzazione dell’animo umano passa anche attraverso l’esperienza lavorativa, nella quale la persona esprime se stessa e le proprie potenzialità.

Proprio per questo, assume grande importanza la presenza dei sindacati: attraverso di essi, è possibile una corretta rivendicazione dei legittimi interessi dei dipendenti, sia pubblici che privati. Tuttavia, le organizzazioni sindacali non necessariamente costituiscono il riflesso di una società divisa in classi o ceti, né

«Richieste sindacali possono trasformarsi in una specie di “egoismo” di gruppo o di classe, benché esse possano e debbano tendere pure a correggere – per riguardo al bene comune di tutta la società – anche tutto ciò che è difettoso nel sistema di proprietà dei mezzi di produzione o nel modo di gestirli e di disporne.»[4]

L’attività sindacale, di fatti, non può e non deve trasformarsi in attività politica, intesa come rivendicazione di interessi particolari, mirata a conquistare l’appoggio di determinate fasce di elettori.

Sul finire del XX secolo, nell’osservare l’evoluzione storica degli interventi statali in economia, Giovanni Paolo II osservava, nella sopracitata “Centesimus Annus”, come un cedimento, da parte dello stato, alle sollecitazioni ed alle pressioni delle classi sociali più disagiate potesse condurre alla degenerazione dell’assistenzialismo, con eccessive garanzie e tutele, responsabili a loro volta dell’ingigantimento della spesa pubblica:

«Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti».[5]

Tali riflessioni sono ancora oggi di assoluta attualità, considerando in particolare la situazione delle imprese italiane, la quale, basandosi su svariati indici forniti da istituzioni di rilievo (fra le quali la graduatoria doing business) è critica non solo per quanto riguarda la difficoltà congiunturali di accesso al credito, ma anche a causa dei molteplici adempimenti burocratici e della sostanziale complessità delle procedure di assunzione e licenziamento.

La tematica della burocrazia rimanda poi alla situazione degli impiegati pubblici, i quali, spesso in sovrannumero rispetto alle reali necessità, godono di livelli ancora superiori di tutela. Sorge spontaneo un interrogativo sulla correttezza delle soluzioni che sono state finora apportate: in attesa di conoscere gli effetti del cosiddetto “DDL lavoro” sull’efficienza del mercato del lavoro, è importante evidenziare come si siano fatti importanti passi avanti nella limitazione dell’assistenzialismo –in particolare attraverso il passaggio al sistema contributivo- mentre molto resta da fare in merito allo snellimento degli apparati pubblici, in particolare di quelli burocratici.

 

Note:

[1] K. Wojtyla, Centesimus Annus, 1991, cap.I

[2] K. Wojtyla, Laborem Exercens, 1981, par.7

[3]K. Wojtyla, Centesimus Annus, 1991, cap.II

[4] K. Wojtila, Laborem Exercens, 1981, par. 20

[5]K. Wojtyla, Ibidem, cap.V

 

* Leonardo Nini studia a Milano, dove vive nel collegio Milano Accademia, e fa parte dell’associazione Students for Humanity, che nasce per far diffondere l’idea del volontariato nell'Università Bocconi.

** Pezzo originariamente pubblicato su DISsonanze

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