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di Gaetano Farina

I peggiori anni della nostra vita raccontati da Oliviero Beha

Blog post del 7/08/2012

Dall’alto dei suoi 63 anni di studi, battaglie politiche ed impegno intellettuale teso alla (libera) ricerca della verità, Oliviero Beha si può permettere, ancora una volta, dopo la lunga parabola del berlusconismo politico, di abbozzare un’analisi del lento, anzi veloce, degrado culturale della nostra società. Lo fa col nuovo libro pubblicato da Chiarelettere, “Il Culo e Lo Stivale”, che sembra riprendere - e riaggiornare al declino del berlusconismo, solo nella sua forma partito - il discorso imbastito nel 2005 con “Crescete & Prostituitevi”.

Sia ben chiaro, per Beha l'immoralità che affossa il nostro Paese e che colpisce costumi, scuola, sanità, informazione ha origini ben più antiche dell’ascesa di Berlusconi e del berlusconismo. Anzi, “Berlusconi è egli stesso un prodotto del berlusconismo, è un prodotto della nostra cultura che, negli edonistici anni Ottanta, accolse entusiasticamente l’esplosione delle tv commerciali”. Già dalle prime pagine del suo nuovo libro, infatti, Beha intende marcare le distanze da quella folta schiera di commentatori che si etichettano come “antiberlusconiani” – operazione ormai ovvia che non comporta il benché minimo sforzo intellettuale e rischio di censura – per ergersi a “paladini dell’informazione libera” e che, spesso, pur non accorgendosene, portano dentro di sé, già da decenni, “i germi della mentalità berlusconista”. Come scrive nel libro, “l’antiberlusconismo è, spesso, nulla più che marketing politico”.

Ma, allora, per evitare qualsiasi interpretazione riduzionistica e falsificatrice che si limiti all’analisi del berlusconismo, ci può indicare quali e dove sono le origini dell’imbarbarimento della società italiana?
La proposta del mio saggio è un’analisi diacronica della repentina trasformazione della nostra società agricola-pastorale, a partire dal secondo dopoguerra. Tento di dimostrare che il processo di industrializzazione è maturato troppo velocemente rispetto ad altre realtà nazionali che, all’opposto, hanno avuto il tempo di metabolizzarlo con gradualità. La cultura popolare, basata sul “bello”, sul “giusto”, sulla “genuinità e la profondità delle relazioni”, è stata soffocata dai caratteri disumani della società industriale: l’operaio, isolato ed alienato, robotizzato e incastrato negli incontestabili meccanismi dell’interminabile catena produttiva, non ha avuto nemmeno il tempo di sviluppare una sua cultura e si è presto sottomesso alle nuove leggi del sistema consumistico. E, cioè, all’ambizione ed ostentazione materialistica, alla soddisfazione di bisogni superflui, alla ricerca di uno status e di un’immagine socialmente accettata. Anche perché, già a partire da fine anni ‘60, iniziò lo sviluppo delle comunicazioni di massa che pomparono alla grande consumi e nuovi bisogni. Da mettere in conto, poi, la devozione per i nostri “liberatori” americani, l’ammirazione per il loro luccicante e sorridente benessere, l’attrazione verso “l’american way of life” che già numerosi e poderosi saggi hanno lucidamente descritto.


E, rivolgendosi alle nuove generazioni, rimane qualche speranza di affrancamento dal sistema consumistico moderno?
Le risposte arrivano proprio alla fine del libro che ho scritto pensando ai miei figli ed immedesimandomi in loro. Come hanno già ipotizzato in molti, la crisi ci ha dato l’occasione di ritornare a ragionare…ovvero: di ritornare a distinguere fra “necessario” e “superfluo”. Senza superare il sistema capitalistico, ma ritornando almeno a riflettere sulla “necessarietà” e il “potere” del “capitale”, del “profitto”, della “merce”, del “consumo”, del “lavoro” correlato. Con l’obiettivo finale di ripristinare un’etica condivisa, di ridare centralità alla salute ed all’unità familiare, alla collaborazione ed alla solidarietà con gli altri, provando a conoscere direttamente le esperienze della disabilità, e di esaltare pienamente le capacità e potenzialità della donna.


Ne approfittiamo per conoscere la sua opinione sul Movimento 5 Stelle e sulla figura di Beppe Grillo identificati, da un sempre più alto numero di persone (come testificato dai sondaggi), quale “arma di distruzione” del sistema partitico.
E’ certo che non siano stati i “grillini” a compiere i disastri del passato, sebbene il sistema partitocratrico, compatto da sinistra a destra, li accusi già di quelli del presente e del futuro. Hanno conquistato poltrone politiche solo recentemente e, quasi sempre, fra i banchi dell’opposizione. Deve venir ancora il tempo per giudicare il loro operato. Per ora, mi sono limitato a scrivere una lettera, proprio pochi giorni fa, al sindaco Pizzarotti che è la figura istituzionalmente più avanza del movimento. In cui lo invito a mostrarsi meno timido e a raccontare pubblicamente quanto la partitocrazia latente vincola la politica anche amministrativa a restare quella che è, a non funzionare. L’invasività del sistema dei partiti condiziona, infatti, anche ora che hanno perso la vita di Parma, come quella di qualunque comunità italiana. Il nuovo sindaco, secondo me, raggiungerà così almeno due obiettivi: parlerà ai suoi concittadini guadagnando in autorevolezza e anticiperà quello che potrebbe accadere su scala nazionale.
Aggiungo che la piega presa dalla discussione sulla riforma della legge elettorale conferma, ancora una volta, quanto si teme chi è fuori dal Parlamento ed è in grado di intercettare la protesta popolare, come Grillo e il suo movimento. Presumo, quindi, che la nuova legge sarà destinata a rendere il più difficile possibile il ricambio, conservando il posto e il potere a coloro che in Parlamento già ci stanno e faranno l’impossibile per rimanerci.

 

Gaetano Farina
 

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