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di Lillo Montalto Monella

Messico e Brasile: sarà finalmente amore?

Blog post del 2/05/2012
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Ci avevano provato per anni a funzionare assieme, Messico e Brasile, i due paesi più grandi dell’America Latina. Nel 2010, Calderón e Lula avevano annunciato addirittura annunciato a Cancun di avere dei piani per stipulare un patto di libero scambio fra i due paesi.

“Le due economie più forti del Latino America. Immaginate cosa possiamo fare assieme, immaginate se riuscissimo a complementarci l’un l’altro,” aveva dichiarato Calderon, ottimista.

Niente di fatto. Come riporta il Latin Business Chronichle (LBC) due anni dopo, le trattative si sono arenate su un trattato di deregolamentazione del commercio di automobili e pezzi di ricambio chiamato ACE 55. Da un lato, il Brasile alza barriere protezionistiche per mettere al riparo la sua economia dal contagio della crisi, dall’altro un Messico sempre più in crescita non gradisce.

Tradizionalmente, i due paesi non commerciano l’un l’altro più di tanto. Non lo fanno né con abbondanza né con stupefacente profitto. Nel 2010, l’export messicano con direzione Rio e San Paolo è stato di 3,78 miliardi di dollari, un misero 1,3% del totale delle esportazioni (più o meno lo stesso volume d’affari tra Messico e Colombia, un paese di scala infinitamente più ridotta). Viceversa, il Brasile ha esportato merci per un totale di appena 4,3 miliardi di dollari – ancora una volta, solo un 1,5% dell’import totale messicano.

Inoltre, i (pochi) flussi commerciali fra i due paesi sono cambiati in volume e qualità nel corso degli anni.

Il caso dell’industria automobilistica è esemplare. Una volta erano i brasiliani che esportavano auto nel paese di Calderón per un totale di 10milioni di dollari (2003-2009). Negli ultimi anni, le parti si sono invertite, finchè lo scorso anno è stato il Brasile a comprare dal Messico auto e parti per un totale di 2,1 miliardi di dollari.

Esperti intervistati dal Latin Business Chronichle ritengono tuttavia che le cose fra i due paesi possano finalmente cambiare nell’immediato.

Nonostante il Messico miri a legarsi sempre più all’economia statunitense, e le nuove misure protezionistiche messe in atto dal Dilma Rousseff siano una pillola amara da digerire, Calderón potrebbe essere tentato di lasciare col botto (un grande accordo commerciale con Dilma) la scrivania da presidente che ha occupato per gli scorsi sei anni - ricordati quasi esclusivamente per la frustrante lotta totale al narcotraffico.

Dall’altro lato, il Brasile non scenderà a patti con gli Stati Uniti se non alle sue condizioni; al contempo, però, il paese dell’ambiziosa Dilma vuole giocare un ruolo sempre più importante nel G20, e nel FMI. Un accordo bilaterale con il Messico proietterebbe una positiva immagine di leadership nei confronti di un grande blocco di paesi emergenti, soprattutto in tempi di instabilità politica in quel di Washington e di Bruxelles.

Per il Messico, ovviamente, emanciparsi da un’economia statunitense  in crisi sarebbe un vantaggio considerevole. L’enorme e crescente mercato interno brasiliano, in questa prospettiva, non può che far gola a Calderón e successori. Alle compagnie brasiliane, d’altro canto, farebbe comodo avere una piattaforma per penetrare nelle immense praterie commerciali statunitensi e canadesi. Un’entrata privilegiata, che sfrutterebbe il NAFTA (The North American Free Trade Agreement) in vigore fra il Messico e le due potenze anglofone.

Comunque vada, l’amore commerciale tra i due paesi è destinato prima o poi a sbocciare. Il terzo incomodo, quello per cui scoppiano le liti – gli Stati Uniti – rimane nel frattempo alla porta, in attesa di sapere che ne sarà del suo destino.
 

(articolo in pubblicazione per Pangea News)

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