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Agosto si preannuncia tempestoso, ma la politica fa soltanto molte chiacchiere

Peppino Caldarola

Il governo avrebbe preparato, scrivono alcuni giornali, una sorta di “gabinetto di crisi” per affrontare un agosto assai difficile in cui si prevede un nuovo assalto della speculazione all’Italia. Il mondo politico ufficiale non sta facendo l’identica operazione con se stesso. Il rischio è che ci si ritrovi nel pieno dell’estate con un governo che affronta in totale solitudine i venti rovinosi della crisi. Per di più con un avvelenamento della vita pubblica generato dai veleni lanciati contro il Quirinale da una disinvolta campagna propagandistica che tende a enucleare i duri e puri dell’antimafia contro una stragrande maggioranza di conniventi, vili e altro ancora.

Non voglio tornare su questo argomento né voglio polemizzare più con i lettori di avviso contrario al mio. Troppo ci separa. Soprattutto una idea di fondo. Vengo da una generazione che ha vissuto il Vietnam come scuola formativa e mi ricordo un acceso dibattito fra noi giovani di allora e nella sinistra imbastito attorno al fatto se, in nome della difesa di quel popolo, ci si dovesse unire superando le divisioni o dividere facendo diventare irrevocabili le differenze. Anche allora c’erano i duri e puri. Per fortuna prevalsero quegli altri. Punto.

La crisi di agosto può travolgere la politica. Che colpe le addebitiamo? Vista da fuori la politica sembra star facendo il suo lavoro e mettendo insieme i cocci. Maroni sta epurando la Lega anche a rischio di veder scappare vivo il fondatore. Berlusconi torna a riprendersi il partito anche a rischio di lasciar per strada gli An, tranne, si dice, Gasparri che non vuole assolutamente essere scaricato. Fini ha finalmente litigato con Bocchino e andrà da qualche parte senza più nessun vecchio amico di gioventù. Di Pietro ha trovato nell’attacco a Napolitano la chiave per rincorrere Grillo. Vendola sta affrontando positivamente, nel silenzio della stampa nazionale e con l’accordo del suo nemico storico Raffaele Fitto, il dramma dell’Ilva di Taranto. Bersani fa Bersani, cioè l’onesto dirigente della sinistra pieno di buone intenzioni e sentimenti alla guida di un partito che ormai nessuno riesce più a decifrare. Insomma sono tutti al lavoro.

Ma è quel che serve? Temo di no. Quel che serve è una strategia d’uscita che preveda di affrontare l’emergenza e di dare una guida sicura al paese. Da questo angolo visuale si potrà vedere che il ritorno di Berlusconi non salverà la sua destra, che Di Pietro non ce la farà a battersi con Grillo, che Fini sarà condannato alla solitudine o alle cattive compagnie, che Bersani dovrà decidersi a porsi a capo di uno schieramento largo indicando se stesso come leader, in un confronto duro con Renzi nelle primarie, ovvero candidando una personalità al di sopra delle parti chiamando una nuova stagione di solidarietà nazionale. Perché una cosa è chiara. Al Sud si dice quando la situazione si ingarbuglia che “le chiacchiere stanno a zero” ed è quel che sta accadendo alla politica che deve fare meno chiacchiere e più fatti.  

: berlusconi / bersani / Bossi / Maroni / Napolitano / vietnam

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