Blog di

di Peppino Caldarola

Ecco perché per il tecnico Monti il difficile comincia adesso

Blog post del 14/01/2012

Il difficile per Monti comincia adesso. La cosiddetta fase uno del suo governo è andata in porto con successo. L’immagine internazionale del paese è stata restaurata e Monti appare un leader europeo di prima grandezza. Il decreto “Salva Italia”, malgrado la sua durezza, è passata senza conflitto sociale e con un ridotto conflitto politico.

Mario Monti

Ora invece cambia lo scenario. Innanzitutto cambia lo scenario sociale. Probabilmente assisteremo a una mobilitazione senza precedenti che vedrà da un lato i sindacati confederali trattare a muso duro sui temi del mercato del lavoro e dall’altro agguerrite organizzazioni corporative ostacolare i disegni di liberalizzazione. Toccherà ai tassisti dare il segno della protesta essendo questa un categoria assai compatta e soprattutto abituata a forme di lotta estreme che possono portare a problemi di ordine pubblico nelle principali città. Bersani ne sa qualcosa. Il conflitto diverrà quindi il tema principale del dibattito politico che vedrà i partiti, già inquieti per la perdita di centralità, cercare di riprendere spazi nel dibattito pubblico.

Se i partiti di sinistra dovranno fare i conti con le turbolenze che verranno dalle grandi confederazioni, per la prima volta dopo molti anni unite in un unico fronte di lotta, i partiti di destra saranno sollecitati da categorie che costituiscono spesso la base del loro consenso elettorale. Il paradosso dei partiti di destra è rappresentato dal fatto che, malgrado i proclami liberisti, saranno costretti a scelte di tutela di interessi di categoria. Se volessimo fare di tutt’erba un fascio, operazione culturalmente inappropriata, potremmo sintetizzare questo passaggio di fase con l’affermazione che il governo tecnico deve fare i conti con tutti i lacci e lacciuoli che imbrigliano l’economia e la società. Personalmente solidarizzo con i sindacati confederali, ma non posso fare a meno di notare come finora non sia venuto da loro alcun contributo di idee significativo. Neppure nel cercare di indirizzare le scelte economiche verso una nuova centralità dell’economia reale. Sono lontani i tempi dei sindacati che facevano della battaglia per l’industrializzazione e per le grandi fabbriche il centro della loro iniziativa immaginando, a partire da questa premessa, uno scontro contro l’arretratezza italiana e le posizioni di rendita. Anche il confronto con la Fiat soffre di questa mancanza di visione. Se ha ragione Giuseppe Berta nel suo saggio del Mulino su “Fiat-Chrysler. La deriva dell’Italia industriale” (che viene dopo il bellissimo libro sulla fine dell’ “Italia delle fabbriche”, di qualche anno fa) nell’indicare nel nuovo assetto della casa torinese non la prosecuzione di un vecchia storia ma la nascita di un nuovo soggetto industriale non più solo italiano, il limite del sindacalismo sta tutto nella sua incapacità di opporre alla globalizzazione un’idea su quel che dovrebbe diventare l’economia italiana, sui suoi nuovi pilastri e centri di mobilitazione economica e sociale. Questo ritardo che li spinge a contrastare proposte radicali di modifica del mercato del lavoro si incrocia con le difficoltà della politica di costringere piccole e grandi lobbies ad accettare provvedimenti di liberalizzazione. È su questo versante che si sente la mancanza di visione degli attuali partiti, costretti a fare i conti con i fermenti nei propri blocchi di interesse e elettorali senza riuscire a governarli fornendo a chi resiste un progetto in cui incardinare il proprio futuro.

Questa tenaglia politico-sindacale-sociale può arrestare il cammino del governo Monti a meno che il nuovo premier non trovi le parole e l’abilità negoziale per portare a termine i suoi progetti di modernizzazione. In questi anni la politica ha cessato di guidare la società e di ispirare l’economia e si è limitata ad assecondare i processi in corso esaltandosi solo in estenuanti dibattiti sul sistema politico. Oggi tutto è cambiato e cambierà ancora. Le prossime settimane e i prossimi mesi riveleranno quanto sia spaccata la società italiana e come sia stata illusoria la convinzione, alla base di tante avventure politiche, che ormai la scena fosse dominata da un immenso ceto medio.

Riparleremo di lavoro dipendente, di emarginazione sociale, di categorie aggressive e politicamente influenti di fronte a una crisi che non vede ancora vie d’uscite. In questi casi se ne esce con governi politici che abbiano la capacità di mobilitare interessi e sentimenti prevalenti. Noi dobbiamo invece sperare che un governo di professori sappia individuare il filo rosso che possa tenere a freno le spinte corporative e ricostruire un progetto sociale. Forse chiediamo troppo a Monti. Tuttavia Monti con questo si deve misurare se vuole passare alla storia. 

COMMENTI /

Ritratto di Andrea Tavecchio
Dom, 15/01/2012 - 14:03
Atavecchio
@ Daniele secondo me hai ragione meno costi, meno tasse, meno rendite, meno mafie ma Peppino Caldarola fa una analisi giusta. Monti ha ereditato un paese messo come sappiamo e dovrà combattere su mille fronti interni ed internazionali, dovrà convincere "tutti" dalla Merkel al rantier piccolo o grande, se lo fa passa alla storia altrimenti andiamo verso uno scenario B che significa entrare in una terra sconosciuta. Come ha ragione Caldarola quando dice che sta finendo un ciclo politico durante il quele si e' parlato di baggianate e bagatelle visto ex post il risultato complessivo finale. A presto AT Ps sulla riforma delle pensioni sei ingiusto, era ed e' importante per i numeri non per ideologia. Come e' importante rivedere la spesa sanitaria.
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