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di Peppino Caldarola

Quando l’Italia aveva una politica estera

Blog post del 25/08/2011
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La Libia ha spaccato più la destra che la sinistra, ma nè l’una nè l’altra hanno dato prova di avere una visione internazionale e l’Italia ha fatto la consueta gran brutta figura. Se la posizione della Lega è stata tutto sommato coerente (era stata, infatti, contraria ai bombardamenti su Belgrado e all’intervento in Irak), la divisione ha attraversato in particolare il mondo berlusconiano. In crisi soprattutto i "bushiani" italici, quelli che avevano esaltato l’interventismo militare della superpotenza americana come segnale del primato della "morale" occidentale contro il relativismo della sinistra e che avevano sognato, con la defenestrazione di Saddam e il crollo del suo regime, l’apertura di un varco nel mondo arabo-musulmano con il crollo dell’Iran e la fine della minaccia fondamentalista. Questo stesso mondo di nuovi ammiratori dell’imperialismo democratico si è mostrato invece molto freddo nei confronti delle rivoluzioni arabe che hanno spazzato via regimi e dittatori al potere da decenni e ostile alla defenestrazione, manu militari, di Gheddafi.

George Bush e Silvio Berlusconi al ranch di Crawford, in Texas nel 2003
Sia l’esaltazione bellicista sia il tardivo pacifismo sono stati largamente influenzati da ragioni di politica interna e tardo-ideologiche nell’epoca della cosiddetta fine delle ideologie. Le guerre di Bush erano buone per definizione, assai meno quelle di Obama e di Sarkozy. Anche a sinistra si è avuto lo stesso riflesso partigiano con l’appoggio sovreccitato all’interventismo clintoniano, e blairista, e con il dissenso verso quello bushiano e dell’ultimo Blair. In sostanza sia la sinistra sia la destra della Seconda repubblica non sono sembrate in politica estera forti di grandi convinzioni e,anzi paradossalmente, sono sembrate assai più di prima vittime di una concezione della politica estera dipendente dagli interessi di partito e di schieramento "ideologico". E’ stato questo il frutto di un lento esaurimento della tradizionale componente estera nella politica italiana e anche della progressiva irrilevanza internazionale del paese. Si può anche dire che mentre nella Prima repubblica, che nessuno rimpiange, lo schieramento internazionale determinava l’orientamento delle grandi forze politiche, tuttavia segnalando anche momenti di autonomia, nella Seconda ha prevalso una navigazione a vista e soprattutto una tendenza a cercare sponde internazionali alla legittimazione di improvvisate leadershio in una politica estera senza più una visione.

Nel mondo diviso in blocchi, la politica estera, infatti, aveva un ruolo decisivo. Non si trattava solo di relazioni internazionali ma di vere e proprie visioni confliggenti. La Dc e i suoi alleati (dopo gli anni Sessanta anche il Psi) stava con l’Occidente e gli Stati Uniti. La sinistra stava con l’Urss e la rivoluzione mondiale. Ma lo schema reale era più mosso di questa schematica rappresentazione. Nella Dc era forte la componente dialogante con l’Urss e il mondo arabo, da Moro a Fanfani a Andreotti, per ragion inerenti agli interessi della impresa pubblica e della lobby energetica ma anche, soprattutto con il papato di Giovanni XXIII, per le aperture della Chiesa verso il mondo comunista. Nel mondo cattolico il vero spartiacque fu la guerra del Vietnam che via via schierò segmenti di popolo credente a favore della fine dei bombardamenti e vide prevalere il dinamismo del sindaco di Firenze La Pira.

Il Pci si creò, invece, una nicchia "inventandosi" una collocazione pacifista che gli servì a prendere le distanze (tenuamente) dall’Urss e garantendogli buoni rapporti con i movimenti anti-coloniali e soprattutto dandogli il primato nella battaglia per la neutralità italiana che sfociò nella battaglia contro gli euromissili e le basi di Comiso che fu l’ultimo impegno di Pio La Torre, poi ucciso dalla mafia. La svolta comunista la fece Enrico Berlinguer con la dichiarazione della fine della spinta propulsiva dell’Ottobre Rosso e soprattutto quando affermò, in una intervista a Giampaolo Pansa, che accettava l’ombrello della Nato perché si sentiva «più sicuro» con quella protezione. Quando muore la Prima repubblica lascia in eredità alla Seconda la completa occidentalizzazione della politica estera italiana. Una buona ripartenza, tuttavia in questi quasi ventanni dissipata.

La Seconda Repubblica, che nasce con la fine della guerra fredda e del mondo spaccato in due, vede infatti le forze politiche italiane senza politica estera. L’atlantismo temperato della Dc e il pacifismo unilaterale del Pci sembrano sepolti ma non emerge una nuova comune visione. Destra e sinistra continuano a dividersi sui temi internazionali persino più accesamente e più ideologicamente di quanto avvenisse nel pur turbolento passato. La destra gioca la carta della sua estrema occidentalizzazione facendo proprie tutte le impostazioni dei neo-con americani con una fidelizzazione che i vecchi democristiani mai dimostrarono verso l’establishment statunitense. A sinistra emergono invece le correnti pacifiste che hanno cercato di dominare il campo esponendosi alla logica ritorsione di li accusava di adoperare la battaglia contro la guerra solo quando questa veniva fatta propria dalla destra americana. Il veltronismo è stato un campione del pacifismo unilaterale. Al tempo stesso si rafforzava nella sinistra la componente realista e filo-araba che, forte soprattutto nel mondo dalemiano e fra i prodiani, guardava con simpatia a un indistinto blocco arabo-musulmano spingendosi al dialogo con le dittature, Gheddafi in testa, oltre che con l’Iran e con le fazioni più estreme del mondo palestinese.

Bandiere della pace a una manifestazione
Se la Prima repubblica può essere accusata di essere stata eccessivamente influenzata dalle alleanze internazionali dell’ltalia e di aver pagato un prezzo alto alla divisione del mondo in due blocchi, ma di aver portato alla luce anche contraddizioni assai feconde, la Seconda è apparsa cinica e iperrealista, ondivaga e priva di principi. Quindi pacifismo e interventismo, filo-arabismo e islamofobia si sono alternati negli stessi schieramenti dando vita a combinazioni parlamentari e prodotti culturali di netta caratterizzazione opportunista. Il dibattito su Gheddafi e sull’intervento militare occidentale rappresentano bene questo degrado con il servilismo berlusconiano ma anche con l’accondiscendenza di settori importanti della sinistra verso il dittatore e con la freddezza di entrambi gli schieramenti verso un intervento fortemente voluto dal Presidente della repubblica. Così, mentre molti leader della Seconda repubblica si sono convinti di essere diventati, nell’indifferenza internazionale, statisti, il paese si ritrova a non avere una collocazione internazionale decente.

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