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di Martahasflowers

J. Edgar, di Clint Eastwood

Blog post del 12/01/2012

C'è un solo vero motivo per cui si deve vedere questo film su J. Edgar Hoover, controversissimo direttore dell'Fbi per 37 anni filati.
È la meravigliosa prova d'attore di Leonardo DiCaprio.
Che dai tempi di Buon Compleanno Mr Grape (1993, quando aveva 19 anni) fino a questo J. Edgar, passando anche per il Titanic (dove ci siamo tutte innamorate di lui, eroe romantico e sexy che di più non si può) ci ha deliziato con un talento straordinario, con personaggi indimenticabili (che dire di diverso del marito in Revolutionary Road?), giovani, vecchi, dolci, cattivi, per bene, tossici. Sempre diversi, sempre oltre le aspettative.
Anche qui Leo è impeccabile: convincente sia quando è un Edgar ventenne, ambizioso e forsennato, sia quando è vecchio, gonfio, incattivito, paranoico, disperato.
E non è merito di un trucco sapiente, perché la stessa credibilità non riesce a darcela il suo collega Armie Hammer quando interpreta l'amato vice Clyde Tolson ormai decrepito, anche se non è male quando lo impersona da giovane, ingenuo e schiavo d'amore.
Leo recita senza mai una sbavatura, secco, tutto di occhi, che qui sono scuri e di fuoco.
E senza muovere un muscolo è capace di apparire, ed essere, sconvolto e perduto di fronte alla morte della madre, in preda al panico davanti alle avances di una donna, spietato al pensiero dei (più o meno presunti) nemici dell'America e suoi.
Detto questo, poi c'è il film.
Che, nonostante un cast eccezionale, le risorse economiche a disposizione, l'ottimo lavoro di scenografi e truccatori e un regista che ha firmato capolavori (Gran Torino sopra tutti), non mi ha convinto mica tanto.
Intanto dopo un paio d'ore ho iniziato a chiedermi smaniosa quando mai sarebbe finito, e questo non è bene. È noiosetto, insomma, e inutilmente ripetitivo.
Ma soprattutto, anche se volutamente concentrato sull'uomo Hoover più che sul suo ruolo storico nell'Fbi, il film non mi ha commosso mai. Non quando muore la madre (nonostante gli occhi di DiCaprio), non quando muore lui, non quando Clint Eastwood ce ne mostra le fragilità.
E anche il modo di ricostruire la storia delle imprese dell'Fbi attraverso i ricordi di Hoover per poi smentirli in un bel momento finale è di certo una trovata intelligente ma mi sembra risolta a metà, indebolita da un continuo disseminare indizi sulla parzialità della sua ricostruzione.
Forse la parte più riuscita del film è la tensione amorosa che si avverte chiara e tonda tra Hoover e il suo Clyde, il suo braccio destro, amato e amante forse, anche se di un amore soffocato dalla vergogna e dal senso di colpa di fronte alla propria omosessualità impossibile da accettare: c'è una scena bellissima, che mi tornava in mente mentre pedalavo verso casa, ed è quando Clyde, rimasto solo, legge la lettera della signora Roosevelt, moglie del presidente degli Stati Uniti, alla sua amata. Una lettera rubata illegalmente da Edgar per i suoi maneggi, da lui derisa e oltraggiata, e che diventa invece l'unico momento di verità in questa loro tormentata, infelice storia d'amore.

 

 

 

COMMENTI /

Ritratto di Beppe Roncari
Gio, 12/01/2012 - 17:06
GRoncari
Gli avranno fatto il film grazie al potere di pressione dell' EF - BI - AI...
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Ritratto di Marta D.
Gio, 12/01/2012 - 17:46
Mhasflowers
<p>epper&ograve; non ci fanno una gran figura...</p>
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