Blog di

di Andrea Mariuzzo

Dottorati di ricerca: formazione, lavoro, ammortizzatore sociale?

Blog post del 11/04/2012

Ripropongo un mio intervento apparso sul blog collettivo Precariementi ormai alcuni mesi fa, il 15 novembre 2011. Si era nei giorni del passaggio di consegne da Berlusconi a Monti, e c'era la speranza che con il sicuro miglioramento del profilo del personale politico anche le scelte di fondo cambiassero in positivo. Purtroppo, proprio nel ministero che probabilmente ha visto il più deciso incremento della statura intellettuale del titolare, quello dell'Istruzione, si è anche registrata la più inspiegabile inerzia. Così, in quel settore, sono rimasti irrisolti tutti i problemi sul tappeto, e anzi altri se ne sono creati. E sembra ancora più lontana da una soluzione la condizione di incertezza ormai insostenibile della nostra formazione dottorale. Nel 2010 Andrea Graziosi faceva opportunamente notare che il numero di iscritti a corsi di specializzazione e dottorali era allora il triplo del numero di studenti universitari iscritti nel 1914, con la differenza che chi nel 1914 finiva l'università si sarebbe trovato di fronte prospettive di carriera e un ruolo sociale piuttosto ben definiti. Ora, insomma, produciamo percorsi di formazione e competenze senza avere idea di che cosa significhi averli o non averli. Fare chiarezza sul tema è una necessità non più rimandabile, e col mio testo cercavo di proporre alcune riflessioni che, sulla scorta di opinioni straniere qualificate, mettessero in discussione l'idea sempre più diffusa per cui l'unica soluzione per i dottorati di ricerca è trasformarli sic et simpliciter in contratti di lavoro, a costo di diminuire il numero dei posti. Una simile soluzione può essere utile, nel breve periodo, soprattutto ai fortunati che riusciranno ad accaparrarsi i pochi posti messi in palio, ma a lungo termine si scontrerebbe, soprattutto nelle discipline in cui la situazione è più difficile, con l'impossibilità di trovare posto stabile nel mondo della ricerca "pura", accompagnata da una tipologia di attività che ha legato mani e piedi nell'ambiente universitario ai poveri malcapitati, impedendo una evoluzione di carriera più versatile.

Ecco invece che cosa pensavo, e penso tuttora. 

 

Qualche giorno fa su Perspectives on History, il magazine di discussione professionale dell’American Historical Association, il presidente Anthony Grafton ha pubblicato, firmandolo insieme al direttore esecutivo Jim Grossman, un interessante editoriale sui graduate studies in Storia, sostenendo posizioni che possono naturalmente valere per un più generale discorso relativo a tutte le discipline umanistiche.

Quando si parla di Grafton, ci si riferisce a uno studioso che nel corso del tempo ha sempre difeso a spada tratta il valore sociale e “civile” della professione di storico accademico (come dimostra il suo editoriale d’insediamento al vertice dell’AHA), e che nel contrasto alle chiusure di molti ambienti non accademici a una simile considerazione degli studi umanistici “puri” ha saputo sfoderare anche buone doti di provocazione e ironia (solo armati di queste qualità si può presentare la propria opera scientifica più importante, una storia intellettuale della storiografia sette-ottocentesca interpretata nel contesto della professionalizzazione dell’insegnamento universitario, come una storia della nota a pie’ di pagina). È quindi tanto più significativo che Grafton proponga come ormai vitale e non più prorogabile la necessità di offrire ai graduate students nelle discipline umanistiche un “piano B” di carriera al di fuori del mondo accademico, ovvero una serie di alternative concrete, realmente qualificanti e direttamente connesse con la propria specializzazione e con il livello di capacità di riflessione intellettuale conseguito nel corso degli studi.

Troppo spesso, ricorda Grafton, nel corso degli anni i supervisori dei dottorandi hanno presentato le collocazioni professionali esterne all’università in termini generici e sfuocati, e hanno posto comunque simili eventualità sul piano del ripiego rispetto a ciò per cui si è stati preparati, per non dire del vero e proprio fallimento. Atteggiamenti del genere sono però insostenibili, e non da ora. Il saldo negativo tra numero di dottorati conseguiti in discipline storiche e numero di posizioni tenure-track messe in palio negli USA non è l’effetto di una “crisi transitoria”, visto che dai primi anni Settanta in poi (e il terminus a quo è dovuto semplicemente al fatto che solo da allora si hanno statistiche attendibili) il dato è stato costante, con l’eccezione di due periodi (i primi anni Ottanta e i primi Duemila), non a caso immediatamente successivi alle campagne di investimenti statali straordinari nella formazione superiore decise dalle amministrazioni Carter e Clinton.

Il problema, inoltre, non è limitato solo alle discipline meno “fortunate” sul piano degli sbocchi professionali in quello che di solito gli accademici chiamano “il mondo reale”: meno di un anno fa un articolo dell’Economist ha messo in evidenza come negli ultimi vent’anni si sia verificata una vera esplosione dei posti dottorali in tutto il mondo, solo parzialmente spiegabile con l’adeguamento al modello di training anglosassone da parte di sistemi universitari di altra tradizione: i dottorandi, infatti, hanno finito per rappresentare ovunque personale qualificato e a basso costo per la conduzione dei progetti di ricerca grazie ai quali le università potevano posizionarsi al meglio nei ranking internazionali, e in breve è venuta meno qualunque ratio tra numero di posti dottorali assegnati e reale necessità di personale docente e ricercatore.

Pur guardandosi bene dall’offrire una soluzione preconfezionata per una questione i cui termini variano da disciplina a disciplina e anche da una sede universitaria all’altra, Grafton e Grossman mettono in risalto che qualunque intervento dovrà passare necessariamente da una profonda modifica dell’offerta formativa del dottorato di ricerca, che insomma non dovrà più creare professori universitari (che per lo più saranno professori universitari mancati, visto il trend ormai consolidato) ma personale intellettuale adeguato a un più ampio spettro di attività, dall’insegnamento liceale all’organizzazione culturale, dalla public history alla gestione di spazi espositivi e di studio, fino all’amministrazione della comunicazione scientifica radiotelevisiva e nei nuovi media.

Mentre là dove si sa cosa sono i dottorati si sta sviluppando un dibattito che, forse non a breve termine, dovrebbe condurre alle necessarie modifiche strutturali della formazione post-laurea di elevato livello culturale, in Italia la situazione sembra essere un’altra. Da tempo, infatti, nell’ambito della principale associazione nazionale di categoria le discussioni si sono incentrate sulle condizioni dei dottorandi senza borsa di studio, dapprima nel tentativo di limitare il più possibile quella che a più riprese è presentata come “l’anomalia tutta italica” dei posti dottorali gratuiti, poi in quello di abolire per questi ultimi tasse e spese universitarie.

Dietro questa scelta di impegno rivendicativo c’è tutto un mondo. In primo luogo, c’è una certa ignoranza su quel che succede all’estero: quasi ovunque, infatti, il dottorato è per sua natura senza stipendio, e richiede il pagamento di una quota di iscrizione: i vincitori del posto concorrono, certamente, per borse che coprano le spese e garantiscano anche una retribuzione, e/o inseriscono nel proprio curriculum attività retribuite (per esempio la partecipazione all’insegnamento o a un progetto di ricerca finanziato). In poche parole i dottorandi all'estero sono pagati, generalmente meglio che in Italia, ma nella misura in cui contribuiscono secondo le loro capacità alla vita universitaria e all'offerta didattico-scientifica, non automaticamente

Tutto questo non è immotivato, e porta a un altro elemento di possibile critica. Ovunque, l’offerta dottorale è interpretata essenzialmente come offerta formativa: i dottorandi sono studenti, che a differenza degli undergraduates possono offrire concreti contributi alla vita universitaria e per questi sono retribuiti, ma che essenzialmente fanno il dottorato per ricevere un servizio, non per erogarlo. Al dottorato entrano persone che ancora devono imparare a fare un mestiere, e alla fine dovrebbero averlo imparato: se riescono a mantenersi agli studi risultando idonei per una borsa devono cogliere questa opportunità, così come devono cogliere l’opportunità di lavorare nel loro ambiente di formazione ed essere pagati per farlo, ma non c’è alcuna ragione per reclamare uno stipendio per ottenere quello che è già di per sé un asset, ovvero una formazione più qualificata e competitiva.

L’anomalia italiana rispetto a gran parte dei paesi che sono così civili e attenti allo sviluppo della cultura e della ricerca, quindi, è proprio questo collegamento diretto tra il posto in graduatoria in un concorso dottorale e la borsa di studio.

Eppure, a leggere gran parte degli interventi che i dottorandi italiani di qualunque disciplina scrivono un po’ ovunque, questo argomento appare alle loro orecchie quasi eretico: i dottorandi si percepiscono non come studenti, ma come ricercatori precari. Ritengono quindi che il fatto di essere stati selezionati per il corso dottorale dopo la laurea abbia sancito che essi, in questo campo, non hanno più nulla da imparare su come si fa ricerca, si insegna, ecc., visto che lo fanno già ad un livello tale da richiedere un pagamento da parte dell’istituzione che può pregiarsi del loro servizio.

Su questa convinzione, del resto, si regge una associazione che riunisce in un unico fascio dottorandi e dottori di ricerca, cioè chi studia per fare un certo mestiere e chi (generalmente) lo fa già come lavoratore precario. Pensare che gli interessi di un dottorando e quelli (per dire) di un assegnista possano trovare adeguata rappresentanza nello stesso posto è semplicemente sbagliato. Un assegnista fa già ricerca a tempo pieno, è già stato non solo formato ma anche ritenuto adeguato per un lavoro di questo tipo, e i suoi interessi sono in primo luogo cercare di migliorare le sue condizioni contrattuali attraverso l’ordinaria attività rivendicativa, e soprattutto capire se dietro questa opportunità di lavoro se ne trova una di stabilizzazione in qualunque forma, così da capire se il tempo che spende all’università o in un centro di ricerca è buttato o no. Il dottorando, invece, non ha alcuna assicurazione di risultare idoneo all’attività di ricerca a tempo pieno, e avrebbe interesse a frequentare un corso di studi il più formativo e competitivo possibile, così da formarsi un bagaglio di competenze e di esperienze adeguato a un mercato del lavoro qualificato complesso e non limitato alla vita accademica se non in piccola parte. Se (come in generale avviene in Italia) il corso di studi non è adeguato e competitivo, allora occorre premere perché lo diventi, oppure rinunciare e andare altrove, perché se anche si riceve una borsa da 3000 euro al mese per 4 anni, con un corso di dottorato da poco non si troverà posto nemmeno all’estero, visto il trend di cui si parlava all’inizio. Qui invece sembra che il trattamento economico dei dottorandi sia l’elemento fondamentale, come se si parlasse di un contratto di lavoro, e come se si pensasse: “Alla fine del corso dottorale non troverò niente, quindi è meglio che mi metta in tasca quanti più soldi possibile, poi al limite vado all’estero, perché intanto se mi hanno offerto un lavoro come dottorando vuol dire che so già far ricerca, e quindi non avrò problemi”.

Tutto questo insieme di contraddizioni, naturalmente, ha radici antiche, che si possono ritrovare nel momento fondativo dei dottorati di ricerca in Italia, nati solo con la legislazione del 1980, dopo l’aborto (mai tanto vituperato, visto quanto accaduto dopo) della riforma Gui del 1965, e creati proprio per garantire un sostentamento ai laureati avviati alla ricerca il cui inserimento nei ruoli appariva almeno in un primo tempo piuttosto difficile, vista la cancellazione del classico cursus inaugurato dalla libera docenza, la scomparsa di una serie di figure di insegnamento accademico provvisorio la cui situazione e il cui numero negli anni Settanta era diventato insostenibile e la promozione ope legis di un elevato numero di precari in attesa. Che allora si potesse ancora legittimamente ritenere che una semplice laurea, accompagnata dalla verifica successiva delle capacità intellettuali del giovane aspirante docente, potesse bastare a conclusione di un percorso di formazione all’attività accademica, è discutibile; che lo si possa pensare oggi è però semplicemente assurdo, e chi vive l’università ha di fronte a sé ogni giorno le prove. E proprio gli studiosi più giovani (oltre agli aspiranti tali) dovrebbero essere i primi a uscire da questa illusione e a spingere, con la foga che spesso ha caratterizzato altre loro rivendicazioni, per un rinnovo strutturale di un nodo ormai fondamentale della nostra formazione superiore, il miglioramento del quale contribuirebbe senz’altro a restituire all’Università la credibilità necessaria a sopravvivere all’assalto di cui, per ora, si è avuto solo l’antipasto.

COMMENTI /

Ritratto di mtre
Mer, 11/04/2012 - 11:31
mtre
Caro Mariuzzo, parlo da dottorando italiano in Francia: che in Italia il dottorando sia un ricercatore precario e all'estero uno studente è una semplificazione grossolana. Il confronto tra francia e italia rivela quasi vero il contrario. Per esempio la riforma Pecresse assegna ormai "contratti dottorali": cioè un vero contratto universitario e non una "borsa", specifica su un progetto di ricerca che serve al laboratorio. Che poi sono dati a quei pochi che riescono ad averli (di solito spinti dai prof che conoscono e che bandiscono un bando apposta). Altre forme di finanziamento sono sempre legate a delle attività di ricerca precaria, in aziende o laboratori di ricerca attraverso progetti ANR o internazionali. In Italia, poi, la scuola dottorale tende a dare tutta una struttura formativa che in Francia di fatto non esiste. Dubito che i problemi siano li'. Il problema è la totale precarizzazione del "dopo dottorato", la mancanza di professori giovani (sono tutti assegnisti, a contratto e se va bene ricercatori dopo dieci anni), un vero e proprio gap generazionale per il semplice fatto che le università non assumono. Il rapporto con le imprese a mio avviso dovrebbe essere più sviluppato dalla parte delle imprese che da quella dell'università, sono le imprese che spesso essendo piccole e familiari non hanno le conoscenze necessarie per capire l'utilità di un filosofo in direzione, in pochi si parono alle conoscenze umanistiche sviluppate e ne traggono grandi benefici (come Diesel per esempio).
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mer, 11/04/2012 - 14:22
Amariuzzo
"che in Italia il dottorando sia un ricercatore precario e all'estero uno studente è una semplificazione grossolana". sono cosi' d'accordo che non mi sono certo fermato li'. il mio modello e' decisamente piu' complesso, forse piu' di quanto sia assimilabile da un lettore distratto, visto che quello che semplifica cosi' le cose c'e' sempre. Se fossi un giornalista, dovrei pensare che se non sono stato capito e' perche' non mi sono spiegato: fortunatamente, col mestiere che faccio posso permettermi il lusso di pensare che se non mi sono spiegato i problemi li abbia innanzi tutto il mio interlocutore. quello, infatti, voleva essere un primo passaggio per chiarire quanto sia insostenibile il pagamento di una borsa per la sola relazione della tesi (elemento che si identifica con il corso dottorale, in Italia). Se poi leggi bene il mio intervento, vedi che la forma francese e' ESATTAMENTE uno dei possibili tipi (non il piu' efficiente, perche' la Francia non e' affatto un modello di efficienza in ambito universitario) di finanziamento ai dottorandi che penso io: se un dottorando puo' collaborare a un progetto di ricerca, gli si fa un contratto PER QUELLO e lo si paga, se puo' insegnare PER QUELLO lo si paga, ecc. Non e' assolutamente scontato che, almeno con la selezione italiana, un dottorando sia in grado di svolgere questi servizi, e se non li svolge non lo si paga. lascio da parte i particolari processi di selezione del sistema francese, che sicuramente rendono meno accessibile dei nostri il dottorato e che quindi porteranno immediatamente alla formazione terziaria persone con competenze piu' raffinate. anche quello aiuta. Continuo poi a non capire perche' tutti vi fissiate sulla questione della borsa o non borsa (soprattutto chi non usa il suo nome per commentare: sul denaro abbiamo ancora preclusioni di matrice cattolica, temo), quando con un modello che segua quello che dico io i dottorandi che vengono pagati potranno probabilmente ricevere molto piu' denaro di quanto riceveranno ora, semplicemente senza considerare il fatto di essere dottorandi come di per se' una ragione per essere pagati e per essere gia' idonei alla ricerca. Quando ero ad Harvard, borsista di scambio equiparato a un dottorando, guadagnavo piu' del doppio della mia borsa italiana (che peraltro era gia' la piu' generosa del nostro paese), ma guadagnavo per l'insegnamento e l'attivita' al tutoring center. che poi il grande problema del dottorato in Italia, non solo nelle aree umanistiche ma anche in discipline ben piu' direttamente applicative, sia la mancanza di una formazione strutturata, che fa si' che chi vi entra non impari altro se non quello che ha trovato nella sua ricerca singola, mi sembra cosi' evidente che non credo ci siano bisogno di dimostrazioni. fatto salvo che quello che dici del sistema produttivo e' giustissimo, forse dovremmo pensare che la scarsa interazione tra esso e l'accademia si ha anche per problemi interni a quest'ultima,e i dottorandi dovrebbero essere i primi a spingere affinche' non sia cosi'. Sulla questione delle scarse assunzioni, e' vero, e probabilmente per alcuni settori e' una patologia tutta italiana. ma per le discipline umanistiche come si vede dagli interventi che ho citato, la situazione in Italia non e' che l'estremizzazione di un pro,blema che si ripete, e che trova una soluzione nello sviluppo di competenze al dottorato, quindi nel rafforzamento del dottorato come momento di formazione.
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mer, 11/04/2012 - 14:54
Amariuzzo
per un supplemento di documentazione. e vi prego di ricordare che l'elenco di chi puo' ragionevolmente pensare di fare un dottorato in Humanities NON e' riferita esclusivamente all'Italia, come a pelle puo' sembrare: http://chronicle.com/article/Graduate-School-in-the-Huma/44846/
SHARE
Ritratto di MarcoS
Mer, 11/04/2012 - 15:01
MarcoS
'Se fossi un giornalista, dovrei pensare che se non sono stato capito e' perche' non mi sono spiegato: fortunatamente, col mestiere che faccio posso permettermi il lusso di pensare che se non mi sono spiegato i problemi li abbia innanzi tutto il mio interlocutore'. Scusi come? Purtroppo ero sostanzialmente d'accordo con quello che ha scritto nell'articolo, per cui sono andato avanti a leggere la sua risposta all'anonimo dottorando in Francia e anche qui, purtroppo ancora, sono molto d'accordo. Le segnalo pero`, molto umilmente, che, come dice Lei, e` solo perche` sono cosi` d'accordo con il resto che non mi sono fermato li` a leggere. Tutto questo mi fa sorgere, ancora purtroppo, un dubbio: non sara` che, a monte di tutti i problemi che lei molto lucidamente (e chiaramente) nota dell'Universita` italiana, ve ne sia uno (certo non esclusivo dell'Italia, ma da noi molto diffuso) che sta nel pensare che chi sa ha sempre il diritto di essere ascoltato, e non, molto piu` concretamente, il dovere di farsi capire, nonostante l'ignoranza altrui ? Secondo me, e` proprio in questo che sta (anche) il fatto di saperne di piu` degli altri. Non ho invece proprio capito il discorso sull'anonimato, i soldi ed il cattolicesimo: scusi che c'entra?
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mer, 11/04/2012 - 15:28
Amariuzzo
Quando e se alla mia presunzione corrisponderanno strumenti sufficienti per influire, nel bene o nel male, sulla vita universitaria italiana (i.e. quando e se avro' mai un posto di ruolo), se ne potra' riflettere. per ora, purtroppo, non ho la possibilita' di contribuire direttamente allo sfacelo. mi chiedo sempre pero' se sia legittimo che chi insegni all'universita' possa farlo senza avere la convinzione di sapere di piu' e meglio, su cio' che studia, rispetto alla "general readership". che' se io non ne fossi convinto sarei andato in cantiere con il mio povero papa', a fare un lavoro decisamente piu' remunerativo.
SHARE
Ritratto di MarcoS
Mer, 11/04/2012 - 15:57
MarcoS
Ancora una volta, scusi che c'entra? Il mio argomento partiva evidentemente dal presupposto che lei ne sa DI PIU` dell'anonimo dottorando italiano in Francia (per brevita`, ADIF). Ed e` proprio sulla base di questo assunto che attribuivo a LEI l'obbligo, di fatto poco riconosciuto nella professione universitaria italiana (ma a questo punto mi sembra addirittura 'difficile da concepire' per un ricercatore italiano), di interpretare la mancata comprensione di quelli che ne sanno MENO di lei (nel caso specifico, ADIF), quando prova a SPIEGARE loro qualcosa, come un 'problema' fondamentalmente SUO, non loro. Riconoscere di saperne di piu` o, comunque, rivendicare di sapere 'altro' che merita attenzione (elemento evidentemente che contraddistingue il fatto di fare ricerca per professione, qui sono d'accordissimo con lei), fa sorgere (questo il succo), un obbligo di spiegarsi bene, avendo sempre presente chi ti ascolta di gia` e chi vorresti ti ascoltasse ma ancora non lo fa. Sul fatto che lei sia o meno influente sinceramente mi interessa tra il poco e il nulla, devo ammettere. Da lettore che le presta attenzione, mi pare gia` di averle riconosciuto la possibilita` di essere influente sul mio pensiero. Sinceramente non vedo che cosa io (e ADIF, s'intende) le potremmo offrire di piu`.
SHARE
Ritratto di Serena Cappelli
Mer, 11/04/2012 - 16:21
scappelli
Caro Andrea, ciò che scrivi a proposito del mestiere di giornalista (Se fossi un giornalista, dovrei pensare che se non sono stato capito e' perche' non mi sono spiegato: fortunatamente, col mestiere che faccio posso permettermi il lusso di pensare che se non mi sono spiegato i problemi li abbia innanzi tutto il mio interlocutore) non dovrebbe invece valere anche per il mestiere di accademico, che presuppone l'insegnamento? O, addirittura, non dovrebbe valere più in generale? Sapere le cose meglio di altri, purtroppo, non significa automaticamente anche saperle spiegare. Con simpatia, Serena
SHARE
Ritratto di Riccardo
Mer, 11/04/2012 - 19:12
Riccardo
D'accordo con Serana. L'unico mestiere per cui potrebbe valere questa "presunzione" credo sia quello clericale: questa è la parola di dio, se non capisci il problema è tuo. Nel mondo accademico e scientifico, l'onere della prova sta a chi presenta le sue tesi. Se non sei capito, vuol dire che non ti sai spiegare. E se non ti sai spiegare, il più delle volte è perché tu stesso non hai capito in primo luogo! :-)
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mer, 11/04/2012 - 16:31
Amariuzzo
MarcoS: rispondevo al suo: "non sara` che, a monte di tutti i problemi che lei molto lucidamente (e chiaramente) nota dell'Universita` italiana, ve ne sia uno (certo non esclusivo dell'Italia, ma da noi molto diffuso) che sta nel pensare che chi sa ha sempre il diritto di essere ascoltato, e non, molto piu` concretamente, il dovere di farsi capire, nonostante l'ignoranza altrui ?", declinando la responsabilita'. non mi dispiacerebbe essere colpevole dei problemi che ha la nostra universita', perche' la mia vita sarebbe piu' tranquilla, ma se essa li ha non dipendono da me. tutto qui. spero comunque che i miei ragionamenti siano andati al di la' di una battuta ironica relativa a tanti commenti che credono di criticare i blogger dicendo "e lei scrivendo questo cose crede di essere un buon giornalista?", quando la risposta piu' frequente e "no, non sono un giornalista, quasi nessuno dei blogger de Linkiesta lo e'". per carita', avra' anche fatto poco ridere, lo ammetto, ma mi pare lasci il tempo che trovi nell'economia generale di quello che propongo, e mi sembra che abbia suscitato un'attenzione spropositata rispetto al resto (sarebbe interessante capire perche', caso mai).
SHARE
Ritratto di MarcoS
Mer, 11/04/2012 - 17:32
MarcoS
Guardi che bastava dicesse: 'avete ragione, mi sono espresso male', o, 'non volevo dire che gli accademici (visto che sanno) sono (nel loro campo) esenti da qualsiasi critica, avete frainteso', e finiva tutto li`. Di fatto lei mi sta dicendo che la sua risposta era un 'internal joke' con gli altri blogger de Linkiesta? Non voglio necessariamente fare quello spiacevole, ma magari la prossima volta potrebbe provare a usare le parole un po' meglio. Ho dedicato attenzione alla sua battuta perche`, come mi pare di aver detto piu` volte, sono molto d'accordo con quello che dice d'altro (che, mi rendo conto, ovviamente, e` il messaggio fondamentale del suo articolo) e, ovviamente, quando si e` d'accordo c'e` meno da dire! Oltretutto, si sara` sicuramente accorto che il tema che ho cercato di sollevare investe direttamente il genere di cose che si dovrebbero/potrebbero insegnare, e che altrove insegnano, nei normali corsi di dottorato: quali sono gli obblighi del ricercatore, come si discute con quelli che ne sanno di meno, come si deve pensare alla professionalizzazione del lavoro intellettuale, ecc. ecc. ecc. Lei e` stato ad Harvard, bravo!: non so per le altre facolta` ma alla Law School le figure professionali di amministrativi (non professori) che si occupano specificamente di spiegare queste cose ai JD o agli LLM (piu` o meno simili a dei dottorandi, quindi, contando che si tratta di una graduate school), quando cominciano a buttar giu` qualche pagina di ricerca per i loro diplomi, sono addirittura difficili da contare! Da ultimo, non le sara` sfuggito nemmeno che la capacita` dei cittadini italiani di dare valore all'istruzione accademica (oggi oggettivamente bassina, questa capacita`, dovra` ammettere) e` una variabile importante da considerare nel tentativo di riqualificare il dottorato verso sbocchi professionali non necessariamente interni alla carriera accademica standard, e dipende (almeno in parte) dalla capacita` di quelli che fanno ricerca, precari o di ruolo non importa (prima, dopo, o durante il dottorato) di spiegare il valore di quello che fanno. Perche` tutto cio` suscita una attenzione spropositata rispetto al resto? Domanda ovviamente molto interessante e difficile. E secondo lei perche`, invece, la 'retorica dei baroni' della Gelmini (ovviamente non solo sua) ha trovato cosi` tanto terreno fertile? Non sara`, forse, anche perche` la maggior parte degli studenti universitari italiani (di dottorato o meno) hanno vissuto (legittimamente o meno non importa) le loro relazioni fondamentali con l'autorita` universitaria (l'insegnamento, la discussione critica, il voto e la selezione) come, sostanzialmente, una serie infinita di ingiustizie? Non pensa che l'interesse spasmodico nella 'borsa di dottorato' dipenda, anche, dalla scarsissima fiducia di cui gode l'autorita` universitaria in Italia (la cui attivita` deve essere quindi regolata fino al dettaglio)? E non e` proprio questa fiducia che segna la prima e immediata differenza che si riscontra andando, come ha fatto anche lei, all'estero?
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mer, 11/04/2012 - 16:45
Amariuzzo
<p>e&#39; anche da capire come mai cinque parole in croce abbiano avuto un effetto cosi&#39; magnetico, a fronte del fatto che siano state evidentemente SMENTITE da qualcosa che dovrebbe essere decisamente piu&#39; importante, come i fatti. alle spiegazioni al primo commento ho dedicato una risposta lunga quanto il post, ma questo elemento ha avuto meno appeal.</p>
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mer, 11/04/2012 - 18:04
Amariuzzo
<p>pero&#39; allora provo a rigirare un attimo la domanda. il mio post era davvero cosi&#39; astruso nei ragionamenti ed esoterico nei vocaboli? quello che veniva fuori era che i dottorandi dovevano lavorare gratis? e lo stesso puo&#39; dirsi dei miei chiarimenti nella mia risposta? ho dimostrato di voler deliberatamente erigere una barriera tra le mie competenze specifiche e il resto del mondo?</p> <p>perche&#39; se io spedissi a qualcuno i commenti e gli chiedessi di dedurre da che tipo di intervento sono stati generati, questo qualcuno penserebbe subito che io mi sono comportato cosi&#39;, mentre a me non sembra.</p> <p>Quello che ho cercato di fare in entrambe le occasioni, e anche nel mio primo post su Linkiesta, sempre relativo all&#39;universita&#39;, e&#39; caso mai evitare di dire che esiste una ricetta univoca e chiara per risolvere i problemi dell&#39;universita&#39; (che poi sono i problemi della societa&#39; italiana, a cui la nostra universita&#39; appartiene, e nel contesto non funziona nemmeno peggio del resto). siamo di fronte a una situazione in cui non e&#39; produttivo ragionare sempre e solo in termini di vittime e colpevoli, siano essi dentro o fuori l&#39;universita&#39;, generalmente assolvendo la categoria a cui si appartiene.</p> <p>nell&#39;istruzione superiore, come nel resto della vita sociale italiana, i cambiamenti da fare hanno dimensioni di breve, medio e lungo periodo, e i primi, soprattutto, dipendono moltissimo dalle nostre scelte individuali, che non devono essere condizionate dall&#39;inerzia (&quot;mi prendono al dottorato? bene, io mi ci butto, poi se e&#39; scadente e non esco preparato la colpa e&#39; &#39;loro&#39; e &#39;loro&#39; devono rimediare trovandomi un posto d&#39;insegnamento&quot;).</p>
SHARE
Ritratto di MarcoS
Mer, 11/04/2012 - 18:47
MarcoS
Assolutamente no! Non era esoterico e astruso, anzi molto chiaro. E oltretutto i vari link sono davvero interessanti, cosi` come i lavori dello storico che cita e che non conoscevo minimamente. Ma infatti, cerchiamo di intenderci, la mia critica era rivolta alla SOLA frase incriminata che ho citato all'inizio e basta. Una frase che, mi pare, riflette bene un certo atteggiamento della accademia (anche di livello alto o altissimo) italiana e della cultura popolare di reazione che questa tende a generare. E lo si vede da tempo, in fondo ed e` questo il motivo per cui ho insistito, punto. NON mi permetto ASSOLUTAMENTE di dire che lei e` il simbolo vivente di quel genere di atteggiamento. E, come dice lei, sulle questioni che solleva si e` spiegato anche lungamente!
SHARE
Ritratto di Oliviero Andreussi
Mer, 11/04/2012 - 18:15
Oliviero Andreussi
D'accordo su molte affermazioni, ma non sulle conclusioni. E' innegabile che in Italia il dottorato sia un periodo di lavoro precario, non di formazione: di solito ci sono pochi corsi da seguire, concentrati il primo anno e con scarsissima influenza sulla permanenza o meno nella posizione di dottorando. Inoltre, la ricerca di dottorato di solito verte su argomenti su cui lo 'studente' ha gia' familiarita' per averci lavorato durante la tesi di laurea o prima. Questo secondo aspetto e' talmente vero in Italia, che quando uno prova a cambiare campo di ricerca di pochi passi, di solito non trova nessun professore pronto a supportarlo per presentare progetti di ricerca o fare domande di ammissione ai corsi di dottorato. Questa e' stata la mia esperienza, di laureato in chimica interessato a fare un dottorato in fisica, quasi tutti i gruppi che mi hanno proposto di fare domanda con loro lo hanno fatto pensando di utilizzare le mie conoscenze di chimica, non per farmi lavorare su progetti di fisica. In campo non scientifico credo che la situazione sia ancora peggio, nel senso che le persone che conosco che hanno fatto un dottorato umanistico si sono occupate sempre di argomenti di loro personale interesse, continuando a collaborare con i professori con cui avevano studiato anche quando i loro dottorati erano formalmente a centinaia di kilometri di distanza e in istituzioni completamente differenti da quella di partenza. Detto questo, la differenza principale con un posto come gli USA e' che gli studenti italiani usciti da un corso di laurea medio hanno una preparazione sull'argomento di dottorato superiore a quelle dei loro colleghi stranieri. Questo non e' una opinione campata in aria da parte dei dottorandi, come sembra suggerire l'autore dicendo: "Ritengono quindi che il fatto di essere stati selezionati per il corso dottorale dopo la laurea abbia sancito che essi, in questo campo, non hanno più nulla da imparare su come si fa ricerca, si insegna, ecc., visto che lo fanno già ad un livello tale da richiedere un pagamento da parte dell’istituzione che può pregiarsi del loro servizio." Rispetto a molti loro colleghi stranieri (in particolare anglosassoni), gli italiani hanno studiato per cinque anni solo un argomento e nella maggiorparte dei casi hanno passato gia' un anno o sei mesi a fare una tesi di ricerca. Questo e' il motivo che gli permette di essere subito produttivi nella ricerca scientifica una volta laureati, al contrario degli americani per cui la formazione all'interno del programma di dottorato e' essenziale. Ovviamente questo va a scapito della flessibilita' e riflette benissimo la contrapposizione tra il mondo accademico-lavorativo italiano, per cui una volta che hai fatto una scelta il tuo cammino e' fissato e non esistono possibilita' di cambiamento altrimenti perdi la tua unica chance, con l'idea tipica del mondo americano per cui devi essere libero di iniziare qualunque attivita' in qualunque momento della tua vita senza essere giudicato (conosco studenti di ingegneria che finto il dottorato si sono iscritti a medicina). Altra differenza fondamentale tra Italia e resto del mondo e' che il titolo di dottore di ricerca dalle nostre parti non vale niente in ambito non accademico, il fatto stesso che nel resto del mondo uno si possa fregiare del titolo di dottore solo dopo aver conseguito il dottorato, mentre in Italia chiunque puo' usarlo anche dopo una laurea di primo livello, la dice lunga. In conclusione, fanno bene i dottorandi italiani a chiedere di essere pagati per fare il dottorato, in quanto non ricevono nessun servizio dalle universita' (nessuna formazione e nessun titolo utile in ambito lavorativo) a fronte di una prestazione di ricerca per cui sono gia' sufficientemente qualificati al momento dell'assunzione. Se i primi due livelli di laurea italiani si dequalificassero a sufficienza (come sta accadendo), allora forse il dottorato potrebbe rappresentare il vero momento di formazione dell'universita', ma siamo sicuri che questa sia la strada migliore? Concordo con l'autore sul fatto che il dottorato possa offrire altri spunti di formazione (didattica, mondo lavorativo), ma occorre rivisitare in maniera radicale non solo i meccanismi di reclutamento e di formazione, ma anche il modo in cui i baroni italiani vedono i dottorandi. Il che, sinceramente, mi sembra utopistico.
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mer, 11/04/2012 - 18:50
Amariuzzo
<p>&quot;fanno bene i dottorandi italiani a chiedere di essere pagati per fare il dottorato, in quanto non ricevono nessun servizio dalle universita&#39; (nessuna formazione e nessun titolo utile in ambito lavorativo) a fronte di una prestazione di ricerca per cui sono gia&#39; sufficientemente qualificati al momento dell&#39;assunzione.&quot;</p> <p>Il problema dei servizi e&#39; un buon argomento per questa posizione, anche se l&#39;idea di corredare un posto dottorale a una borsa per il solo fatto di esistere puo&#39; essere una soluzione di breve periodo. nel lungo, occorre intervenire proprio sull&#39;erogazione dei servizi di cui si parla. La seconda affermazione, secondo me, e&#39; vera in parte, quantomeno nelle discipline umanistiche e nelle scienze sociali: in quei casi, dopo le tesi anche migliori la strada da percorrere e&#39; ancora tanta per arrivare a garantire quella qualita&#39; nel lavoro intellettuale che serve a essere competitivi in un mondo dell&#39;insegnamento e della ricerca universitaria i cui numeri si vanno restringendo a livello globale assai piu&#39; che negli altri settori (lo scorso anno il numero di posti tenured assegnati nel mondo per la storia risultava essere 1/5 rispetto a quelli per fisica, tanto per dire).</p> <p>e poi il discorso ha valore, sicuramente, nel confronto con gli USA, ma meno con l&#39;&quot;estero&quot; in generale: per esempio in UK e Francia si arriva al dottorato con una preparazione paragonabile a quella italiana, e anche li&#39;, in misura e in modi diversi perche&#39; diverse sono le modalita&#39; di reclutamento, il dottorato e&#39; oggetto di discussione proprio nella misura in cui e&#39; eccessivamente ancorato a una progressione accademica che non puo&#39; piu&#39; essere garantita.</p> <p>Su molti altri appunti si potrebbe poi continuare a discutere:</p> <p>- il dottorato italiano fuori dell&#39;accademia non vale niente, perche&#39;? perche&#39; le aziende fanno poca ricerca, certo, ma non forse anche perche&#39; un percorso di formazione che si riduce sostanzialmente alla scrittura della tesi non rappresenta un arricchimento cosi&#39; significativo delle proprie capacita&#39; in quello che negli USA gli accademici chiamano &quot;the real world&quot;? un dottore di ricerca che, per sopravvivere, ha organizzato corsi, preparato (anche nel &quot;lavoro sporco&quot; di chiamate, catering, coffee break, per dire) convegni, DOVUTO (pena la morte per fame) passare anni in gruppi di ricerca maturando la flessibilita&#39; e la propensione al teamwork necessari, non sarebbe piu&#39; appetibile? qui poi ci sarebbero alcuni casi specifici che mi vengono in mente ma tralascio.</p> <p>- un percorso dottorale meno flessibile e&#39; giustificabile col fatto che un dottorando, arrivando gia&#39; con dimestichezza su un tema, possa continuarlo con risultati apprezzabili? non e&#39; un suicidio? non dovrebbero essere i dottorandi stessi a rifiutarsi pretendendo piu&#39; formazione a tutto tondo? non si sta forse parlando di persone la cui vita non finira&#39; con la discussione della tesi, e che quindi devono usare questo periodo per sviluppare le loro conoscenze e le loro competenze nel modo piu&#39; completo, almeno nel loro ambito generale di studi? cioe&#39;, se anche ci fossero delle ragioni per cui in Italia il dottorando-gia&#39;-ricercatore-e-basta puo&#39; sussistere, non sarebbe meglio evitarlo?</p> <p>&nbsp;</p> <p>Piuttosto, una cosa che mi ha stupito di un sistema magari meno lontano dal nostdo di quello USA come quello inglese, e&#39; un&#39;altra cosa: nel 2007, temendo di non aver nulla da fare in Italia, mi sono informato per un dottorato in storia a Cambridge. Lascio stare che mi han detto che per un dottorato in storia ero troppo qualificato perche&#39; ne avevo gia&#39; fatto uno (e questo dovrebbe far capire che cosa si pensa di questo tipo di esperienza). la cosa straordinaria era che l&#39;anno prima il dip. di Storia aveva oferto 53 posizioni dottorali. 53!!!! cioe&#39;, se si va a vedere in UK le scuole dottorali (in Humanities, sempre) non sono necessariamente in tutte le universita&#39;, quelle di storia saranno 15-20 o giu&#39; di li&#39;, ma sono concentrate in luoghi che possono effettivamente sostenere il peso di una formazione di livello per personale, biblioteche, scambi internazionali, ecc., e in queste scuole si concentrano gli studenti. Naturalmente, in Italia per fare questo bisognerebbe rivedere drasticamente le procedure di selezione e di mobilita&#39; tra sedi e la differenziazione degli obiettivi di ogni istituto, ma credo che come idea regolativa a cui puntare sarebbe interessante.</p>
SHARE
Ritratto di Riccardo Bevilacqua
Mer, 11/04/2012 - 19:02
Riccardo Bevilacqua
Un ragionamento interessante, il suo. Tuttavia lei scrive che "quasi ovunque [all'estero] il dottorato è per sua natura senza stipendio, e richiede il pagamento di una quota di iscrizione". La mia esperienza è tutt'altra. E contraddice assolutamente il suo "quasi ovunque". Io ho conseguito un PhD in Svezia, ove i dottorandi sono assunti con contratto di lavoro statale -- a tempo determinato -- dalle rispettive università, per tutta la durata del corso di studi. E spesso anche per qualche mese dopo averi discusso la tesi, per poter completare il lavoro di ricerca. Lo stesso avviene negli altri paesi scandinavi. E molto spesso lo stipendio non è legato ad attività di insegnamento, quanto piuttosto al fatto che il dottorando compie un effettivo lavoro come ricercatore. Questo non si limita ai paesi del nord: la Commissione Europea, ad esempio, assume con contratti di lavoro a tempo determinato i dottorandi che -- affiliati ad una università -- effettuano il loro percorso di studi e ricerca presso i Joint Research Centres comunitari. E lo stesso si potrebbe dire dei medici specializzandi (dottorandi a modo loro), che lavorano a tempo pieno negli ospedali di tutto il mondo: non dovrebbero essere pagati? Non si tratta di "mettere in tasca più soldi possibile" da parte di "studenti-che-saranno-disoccupati". La ricerca effettuata dai dottorandi è spesso di alto livello. Uno per tutti: Konstantin Novoselov ha vinto il premio Nobel per la fisica nel 2010 proprio per il lavoro fatto come dottorando!
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mer, 11/04/2012 - 19:32
Amariuzzo
allora: cerco di chiarire una volta per tutte che al di la' delle specificita' locali (che sono diversissime e devono essere messe nel contesto degli obblighi che vengono richiesti, oltre che della situazione generale), quello che sostengo e' - una persona non deve essere pagata solo perche' ha vinto un posto dottorale. soprattutto nelle humanities, in Italia, questo non significa altro che il fatto che il vincitore scrivera' una tesi, sulla cui qualita' non si potranno fare previsioni, e rischiera' di essere autoreferenziale e slegata ai grandi sviluppi disciplinari, visto che nella maggior parte dei casi non saranno offerti gli stimoli necessari ad evitarlo. - se una persona insegna, fa lavoro amministrativo, partecipa a un gruppo di ricerca finanziato con un suo contributo, DEVE essere pagata, e bene. se questo coincide col suo lavoro di tesi dottorale, buon per lui/lei. se un ente o una fondazione offre un finanziamento su un progetto specifico o su un tema che ritiene rilevante e un dottorando ottiene il finanziamento, quei soldi sono tutti suoi. qui rientra il caso (assolutamente eccezionale per i risultati) di Novoselov - in un sistema universitario (come sono generalmente quelli in cui all'ammissione al dottorato consegue un contratto) in cui l'ammissione al dottorato coincide con questo tipo di attivita', il cui contributo alla vita dell'universita' e' certificato, non ci sono problemi. qui non e' cosi', come ho detto. - quello che propongo e' semplicemente che le borse dottorali non siano date in base alla graduatoria di ammissione, ma vengano distribuite come compenso per le attivita' interne all'universita' e/o facciano parte come fondo ad hoc dei finanziamenti ai progetti di ricerca, cosi' da arrivare a chi effettivamente svolge un'attivita' per cui si DEVE essere pagati. detto questo, non vedo perche' impedire a qualcuno di frequentare una scuola dottorale pagando, se e' ammesso ai corsi, non ottiene finanziamenti in questo modo e ritiene comunque un asset importante la formazione che puo' ricevervi. la scelta individuale e' fondamentale. naturalmente perche' questo succeda senza che a pensarlo siano solo persone con problemi psichiatrici molte cose devono cambiare, l'ho anche detto. ma spingere affinche' la formazione terziaria diventi piu' competitiva e' comunque una cosa necessaria. - Lungi da me l'idea di risolvere cosi' tutti i problemi strutturali dell'universita'. qui si parla di una cosa specifica, e per ragionamenti piu' generali rimando a http://www.linkiesta.it/blogs/mente-fredda/concorsi-e-ricorsi-storici. qui mi limito a dire che molto spesso l'accesso al dottorato, pure quello, e' stato oggetto di dubbi sull'obiettivita' delle selezioni. forse rendere piu' complessa l'assegnazione di borse e sostegni vari, coinvolgendo piu' gente, puo' aiutare. forse no
SHARE
Ritratto di Riccardo
Mer, 11/04/2012 - 21:14
Riccardo
Probabilmente abbiamo esperienze molto diverse su cosa sia un dottorato di ricerca. Dal mio sistema di riferimento, scrivere una tesi di dottorato vuol dire compiere un lavoro di ricerca originale, che ampli le conoscenze specifiche in un certo campo. non esiste quindi la possibilità di "scrivere una tesi" in modo che questa azione sia slegata da attività di ricerca. -- il sistema universitario (il supervisore, ed anche la facoltà) deve garantire, nelle verifiche annuali e nella difesa finale, che una tesi non sia "autoreferenziale" e di "scarsa qualità" (mentre non vedo nulla di male nel fatto che sia "slegata" dalla ricerca main stream, anzi!) Quanto all'ipotesi che il lavoro di un dottorando sia valido solo qualora giunga ad un risultato, credo sia un'opinione quantomeno naive: se si avesse garanzia del risultato, non sarebbe ricerca. Spesso ci si muove in direzioni ragionevoli, ma dai risultati incerti. Ciò nonostante, un dottorando -- nello scrivere la tesi, ovvero nello studiare, leggere, confrontarsi, scrivere, sperimentare, ragionare, pensare -- svolge un lavoro che (per dirlo con la Costituzione Italiana) "concorre al progresso materiale o spirituale della società". Ed è quindi giusto che sia retribuito.
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mer, 11/04/2012 - 22:17
Amariuzzo
<p>il punto di partenza della mia riflessione sono le scienze umane, ed effettivamente in altri settori la struttura del lavoro intellettuale rende meno pressanti certi problemi, per varie ragioni legate alla struttura disciplinare ecc.. tuttavia ritengo che queste considerazioni possano avere un impatto generale sul modo di intendere cos&#39;&egrave; un dottorato. nell&#39;ultimo paragrafo del mio precedente commento mi sembra di aver detto a grandi linee anche perch&eacute;. Non parto nemmeno da un problema solo italiano, visti i link che mi hanno interessato: sto cercando di capire un problema di ruolo sociale assai pi&ugrave; ampio, e le ragioni per cui in Italia stiamo peggio ancora che altrove.</p> <p>SE stiamo peggio: se per qualcuno il dottorato italiano va bene cos&igrave; com&#39;&egrave;, se lo tenga: lo fa, ha ottenuto le competenze e le esperienze che voleva, quindi non avr&agrave; problemi a posizionarsi bene sul mercato, se ha ragione. A me il passaggio dal concorso a cattedre alla cassa del supermercato che ci caratterizza crea problemi, e non credo che siano tutti nel sistema economico che non capisce quanto siamo bravi &nbsp;(al limite nelle lobbies che hanno chiuso tutti gli sbocchi alternativi proteggendosi, su questo posso essere pi&ugrave; d&#39;accordo).</p> <p>Perch&eacute; poi &egrave; anche questo il punto: a tutti brucia la storia del retribuito-non retribuito, non capisco perch&eacute;. se il dottorato davvero funziona ed &egrave; valido allora pagano tutti, che paura c&#39;&egrave;? questo timore inconscio secondo me &egrave; indicativo...</p> <p>che ci sia differenza tra l&#39;&quot;autoreferenziale&quot; che ho usato io e una definizione come &quot;&quot;slegata&quot; dalla ricerca main stream&quot; spero sia chiaro a tutti.</p> <p>il fatto per cui le verifiche periodiche spesso non danno i risultati che dovrebbero dipende da tanti fattori, compreso il fatto che, appunto, dopo il concorso il tutto continua per una serie di automatismi che nessuno ha interesse a rimuovere. trovare il modo di costringere qualcuno ad avere interesse a farlo non &egrave; una brutta cosa. Questo &egrave; un po&#39; il punto fondamentale: io propongo un assetto che smuova dall&#39;inerzia TUTTI. poi le modalit&agrave; si possono vedere.</p> <p>a discutere l&#39;idea che &quot;il lavoro di un dottorando sia valido solo qualora giunga ad un risultato&quot; lascio chi eventualmente l&#39;ha espressa. io mai. n&eacute; mi pare che i progetti di ricerca di nessun tipo siano pagati a rendimento.</p> <p>Ripeto ancora una volta: se una universit&agrave; &egrave; cos&igrave; sicura del contributo che i suoi dottorandi danno alla sua vita e al progresso materiale o spirituale della nazione (un contributo che deve essere per&ograve; RADICALMENTE maggiore di quello che pure danno gli studenti, che non sono stipendiati), allora li paghi tutti. possibilmente trovandosi i soldi. Ottenere finanziamenti a progetti di ricerca su base competitiva e/o coinvolgere fondazioni &egrave; un modo per trovarsi i soldi. la distribuzione a pioggia sulla fiducia &egrave; un altro modo. un terzo &egrave; quello di fare debiti di cui si fa garante lo stato emettendo altri debiti. io preferisco il primo.</p> <p>E poi veramente basta con questa storia della borsa! non ve la tocca nessuno, anzi ve la aumentano pure, se fanno come dico io! se avete un livello minimo di professionalit&agrave;, ovviamente...</p>
SHARE
Ritratto di Riccardo
Mer, 11/04/2012 - 22:14
Riccardo
Credo innanzi tutto che vi sia una distinzione notevole tra uno studente di corso di laurea, ed un dottorando. Il primo studia cose note, svolge esercizi che hanno sempre una soluzione, riproduce risultati già raggiunti. Il secondo amplia gli orizzonti dell'ignoto, affronta questioni che non necessariamente hanno una soluzione e crea innovazione. Il "lavoro" secondo la sua definizione fisica è dato dalla "forza per lo spostamento". Sia lo studente del corso di laurea che il dottorando devono impiegare una certa forza, ma solo il dottorando causa uno "spostamento" della conoscenza verso orizzonti nuovi. Questa è la differenza fondante, e questo è il motivo per cui un dottorando deve essere pagato -- ed è semmai una vergogna che esistano i dottorati senza borsa. L'università italiana -- seguendo in qualche modo, anche se discutibile, il dettato costituzionale -- prevede che i posti di dottorato siano assegnati per concorso pubblico. La graduatoria del concorso pubblico è il modo in cui l'università decide chi ha migliori capacità per svolgere attività di studio e di ricerca come dottorando. Questo è il criterio stabilito per legge in Italia. Forse non è il criterio migliore, ma tant'è. Quindi chi vince il concorso ed ha un posto utile in graduatoria ha il diritto di avere la borsa. Non capisco quindi la sua discussione sui "finanziamenti a pioggia" e la boutade polemica su "allora li paghi tutti". (Quanto sopra, nel merito. Nella forma, vorrei osservare come lei schivi tutte le osservazioni che le vengono fatte, facendo un po' il nesci -- o lo gnorri che dir si voglia. Non so dire se si usi così tra gli storici. Da fisico nucleare, ne esco un po' infastidito. E non mi dica che non capisce a cosa mi riferisco. Con cordialità.)
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Gio, 12/04/2012 - 18:48
Amariuzzo
<p>come ho detto nel primo punto del precedente intervento, io sono partito dalle scienze umane, dove la distinzione &egrave; meno chiara, lo statuto disciplinare pi&ugrave; confuso, ecc. Gi&agrave; il concetto di &quot;risultato originale&quot; &egrave; pi&ugrave; controverso, perch&eacute; un po&#39; tutto pu&ograve; esserlo, e nulla lo &egrave; oltre ogni dubbio. Succede comunque che le peggiori tesi di dottorato non siano strutturalmente diverse dalle migliori tesi di laurea specialistica (molte di quelle che fanno gli studenti che conosco alla Normale).</p> <p>se effettivamente questo problema in altre discipline non si pone, non c&#39;&egrave; problema. meglio cos&igrave;. e sono d&#39;accordo che a quel punto, come ho detto, dovrebbero essere pagati tutti. Mi limito a mettere in evidenza che questa sua impressione nell&#39;ambito delle hard sciences e&#39; piu&#39; diffusa&nbsp;(sicuramente per le ragioni di un piu&#39; solido e condivisio paradigma scientifico e per i modelli di condivisione integrata della conoscenza), ma non universalmente accolta. nella migliore delle ipotesi, non ovunque e non in tutte le esperienze, soprattuto in realta&#39; accademiche&nbsp;periferiche e meno attrezzate per reggere una scuola dottorale, si riesce a garantire come scontata questa qualita&#39; dell&#39;esperienza formativa. in quei casi, finanziare dottorati di ricerca non ha senso, sarebbe meglio drenare quelle risorse per i luoghi in cui un&#39;esperienza di qualita&#39; e&#39; assicurata.</p> <p>Sulla questione del concorso pubblico, la costituzione non fissa n&eacute; i termini di massima del suo svolgimento n&eacute; l&#39;ambito di validit&agrave; di una graduatoria. per essere pi&ugrave; chiari, una borsa di studio deve essere assegnata per concorso ai capaci e meritevoli, ma non necessariamente nella stessa selezione, e con la stessa graduatoria, con cui una universit&agrave; ha ammesso gli studenti a una scuola dottorale. Che poi per fare cose diverse da quelle che si fanno ora si debbano cambiare le leggi, &egrave; ovvio (e che male c&#39;&egrave;? il fatto che le leggi applicative del dettato costituzionale in questo preciso momento siano queste non significa che si possano cambiare radicalmente senza venire meno all&#39;applicazione del dettato!), ma la costituzione pu&ograve; benissimo restare com&#39;&egrave;, non &egrave; proprio il caso di scomodarla. e questo senza in alcun modo sostenere che cambiarne il testo sulla base delle procedure previste dall&#39;art. 138 sia una bestemmia: non l&#39;ha scritta il dito di Dio sul monte Sinai.</p> <p>l&#39;ultima parte faceva riferimento al fatto che solitamente le sedi universitarie sono propense a considerare idonei di borsa di studio dottorale quanti pi&ugrave; studenti possibile (con il limite posto solo dai soldi che arrivano) e a non interrompere la frequenza di dottorandi i cui risultati non sono di buona qualit&agrave;, essenzialmente perch&eacute; se fossero pi&ugrave; responsabili in questa gestione gestirebbero le stesse identiche somme, quindi non lo trovano conveniente.</p> <p>Quali sono gli appunti a cui non ho risposto?</p>
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Mer, 11/04/2012 - 23:52
Amariuzzo
<p>questo tenendo conto che non sono obbligato a rispondere a niente, potrei anche non commentare. solo che non mi va che qualcuno possa pensare che non ho ragione quando invece posso chiarire il fatto che ce l&#39;ho. del resto, se le osservazioni non scalfiscono il mio ragionamento di fondo (non cos&igrave; disprezzato, mi pare, anche da chi ha avuto critiche di dettaglio), non posso far altro che continuare a ripeterlo, spiegando perch&eacute; non &egrave; stato scalfito. &egrave; noioso, ma &egrave; anche la cosa intellettualmente pi&ugrave; onesta.</p>
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Gio, 12/04/2012 - 18:38
Amariuzzo
e' avvilente vedere che chi ha compiuto un percorso di studi e di carriera cosi' impegnativo nel mondo della produzione della conoscenza, e dovrebbe quindi essere consapevole di quanto possa essere complesso un ambito di studi, non mostri per altri settori il rispetto che io mostro per chi studia l'attrazione gravitazione, senza considerarmi in grado di poterne parlare con piena cognizione di causa solo perche' ne sono soggetto. se mi mettessi a sputare sentenze sull'argomento, penso che molti esperti del settore darebbero l'impressione di "schivare" le mie osservazioni meno pertinenti e peggio argomentate, probabilmente per non umiliarmi. non so fino a che punto, in quei casi, io sarei legittimato a insultarli mettendo in dubbio senza argomenti la loro professionalità. se lo facessi, allora si' avrebbero il diritto di uscirne infastiditi.
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Gio, 19/04/2012 - 21:04
Amariuzzo
Rileggendo il malloppo di commenti, mi accorgo di aver lasciato una questione in sospeso dando l'impressione che altri rispetto a me avessero ragione. non mi piace lasciare le cose a metà, quindi pubblico questo tardivo intervento per chiarire che avevo ragione anche in quel caso. Si dice che se qualcuno non capisce qualcosa, la colpa è di chi spiega, non solo in un giornalismo che vive di pubblico e che il pubblico deve seguire e a volte inseguire, ma anche in settori professionali (come quello dell'istruzione superiore) che vivono di ricerca della verità, e per cui la correttezza e l'esattezza delle posizioni espresse è importante, anche se comporta l'impossibilità di abbandonare un livello di complessità che per alcune menti è inaccessibile. eppure è così. ci sono temi di studio che devono essere spiegati con la chiarezza che mi è stata riconosciuta, ma che non possono essere semplificati oltre un certo livello di complessità, perché altrimenti le argomentazioni diventerebbero scorrette o quantomeno deboli. per un giornalista il problema si pone meno per la natura dei temi che tratta (di solito più immediati) e per una diversa funzione. ma nella riflessione scientifica ci deve essere un punto al di là del quale, se il discente non capisce, il problema è quantomeno ANCHE suo, e deve impegnarsi attivamente per trovare una soluzione. ed è questa responsabilità che troppo spesso viene messa tra parentesi. Agli esami d'ammissione alla Normale (la partecipazione ai quali dovrebbe sottintendere una certa ambizione, e in cui le materie sono A SCELTA, quindi sono quelle che si presuppone l'esaminando conosca meglio) spesso rompiamo il ghiaccio chiedendo al concorrente dove ha studiato, se il percorso che ha fatto lo ha soddisfatto, ecc. Qualcuno ci dice che proprio per Storia aveva un prof. poco capace. La domanda successiva, naturalmente, è: "e allora cosa ha fatto per rimediare a questa mancanza?". generalmente gli occhi si spalancano come di fronte a un'eresia. Mancanza? un prof. che insegna male una materia è di solito visto come una calamità naturale, non ci sono rimedi, si accetta, si continua a studiare il resto, ci si arrangia in quella materia, e via. prendere lezioni, studiare da soli, quando mai? la scuola è quella, quello che mi chiede faccio, e del fatto che nel resto del mondo ci sono milioni di persone che studiano qualcosa meglio di me non mi interessa. Quando dovrò confrontarmi con loro (ed è questo il peggio) dire che il mio prof. a scuola era incapace dovrebbe essere una scusante sufficiente, di cui bisogna tenere conto. e infatti tutti ci chiedono di tenerne conto a ogni errore, a ogni incertezza, a ogni scena muta. Insomma, in due parole: tutto quello che sappiamo, e che rappresenta la base delle opinioni che abbiamo, ci è stato insegnato da qualcun altro. però spero che tutti siamo d'accordo nel dire che delle nostre opinioni, fondate sulle nostre competenze, i responsabili siamo noi. e se le nostre opinioni si rivelano deboli o errate perché poggiano su competenze deboli, i responsabili siamo noi. non possiamo, sempre e comunque, dare la colpa del fatto che sappiamo male qualcosa a chi ce l'ha insegnato, come se non avessimo alternative.
SHARE
Ritratto di R.
Mar, 01/05/2012 - 20:11
R.
Mi fa sorridere questa sua pervicacia fanfarona, un po' autoreferenziale e certo dimentica dell'ortografia.
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Ven, 04/05/2012 - 00:42
Amariuzzo
di solito si dice che chi si attacca agli errori di battitura o alle parole eventualmente saltate per la fretta non ha argomenti. direi che è questo il caso. e sarei lieto di dimostrare che la mia posizione regge ad altre obiezioni, se in questo commento ve ne fossero.
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Ven, 04/05/2012 - 18:03
Amariuzzo
tra l'altro, di fronte a certi atteggiamenti mi ritorna alla mente questo post di Luca Sofri. http://www.wittgenstein.it/2012/03/26/siamo-tutti-loggionisti/ La differenza è che davanti alla tastiera il "buuu" si traduce nel vezzo, che tanti studenti universitari di materie scientifiche che ho conosciuto maturavano nei loro anni di università ed evidentemente non perdono invecchiando, di provare a impressionare l'interlocutore avventurandosi in un lessico che controllano poco, e che di solito finiscono per distorcere con qualche leggera opacità semantica. "Domenica sera sono stato alla Scala, ho visto Le nozze di Figaro, e da amante dilettante dell’opera che in vita sua dal vivo ne ha viste credo manco sei, mi è piaciuto molto. E va bene. Poi alla fine sono usciti tutti i cantanti e sono stati applauditi intensamente. Poi è uscito il 24enne direttore d’orchestra ed è stato fischiato, e gli hanno fatto buuuu. Glielo avevano già fatto qualche giorno prima, mi hanno spiegato. Mi hanno spiegato che la sua direzione è criticata, che è freddo, che va troppo veloce, che molti lo trovano arrogante. Non mi hanno spiegato, ma mi è parso evidente, che un direttore di appena 24 anni alla Scala debba scontare un pregiudizio negativo. A esserci, quando succede, è molto spiacevole e fastidioso: ma mi hanno detto la tradizione eccetera. Ma al di là di ragioni o torti delle eventuali critiche (un buuu non è una critica), l’impressione di un contesto in cui il dissenso si esprime anonimo, aggressivo, offensivo, superficiale, nei confronti di qualcuno che ha fatto un lavoro straordinario e pazzesco che non saranno mai capaci di fare in mille anni quelli che gli fanno buuu e che trovano solo così occasione di affermazione del proprio preteso amore per ciò di cui si parla, mi ha illuminato su una cosa che penso e dico da molto, e che ho visto confermata. I commenti prepotenti, saccenti, violenti e privi di argomenti su internet vengono da lontano, e non li ha inventati internet. Internet ha solo dato un’alternativa – spazio, tempo, possibilità di argomentare e farsi ascoltare anche senza urlare – mostrando chi la vuole sfruttare e chi no." mi verrebbe anche da dire che il buttare lì critiche prive di denotazione, tipo "e non mi dica che non ha capito dove ha mostrato di fare lo gnorri", di fronte a una discussione a cui mi sono impegnato a rispondere su tutto punto per punto e quindi non posso certo avere capito da solo se per caso ho saltato qualche passaggio, non ricorda solo il "buuu" sofriano. ricorda l'abitudine al non detto di gruppi sociali che secondo gli stereotipi sono usi esprimersi attraverso le teste di cavallo mozzate.
SHARE
Ritratto di Andrea Mariuzzo
Sab, 18/08/2012 - 12:38
Amariuzzo
a quanto pare non c'è poi tutta questa autoreferenzialità, peraltro http://www.uni-bielefeld.de/soz/forschung/orgsoz/Stefan_Kuehl/pdf/esna-bulletin_134_444.pdf
SHARE
Ritratto di Chiara
Mer, 10/10/2012 - 16:31
Chiara
Mi soffermo solo sul fatto che in Italia vi sia questa enorme distinzione tra dottorandi con borsa e dottorandi senza borsa, com'è già stato rilevato. Qualcuno è in grado di spiegarmene il motivo?
SHARE
RESTA AGGIORNATO
Iscriviti per non perdere gli articoli e i post del giorno.
Acccetto le condizioni sulla privacy

BREAKING NEWS

Scossa di terremoto a Firenze, magnitudo 3.8

L’epicentro è stato individuato nella zona del Chianti a 9,3 Km di profondità

Napolitano: imminente la fine del mio mandato

Il presidente della Repubblica: «Non c’erano alternative alla missione di Renzi»

Mettete matite nei vostri cannoni

Un cartone animato nordcoreano di propaganda per convincere i bambini che gli USA sono cattivi
SHARE

Andrea Pirlo non è sinti. E a dirlo è proprio lui

La leggenda delle origini Sinti del calciatore della Juventus, smentita da lui stesso
SHARE

Come superare le feste senza ingrassare

Il Natale è uno dei periodi peggiori per chi vuol perdere peso. Consigli per vincere le sfide
SHARE

Il terzo segreto della satira: tra tv, web e Renzi

Un pomeriggio da comparsa nel backstage del Terzo Segreto di Satira. Tra battute e riflessioni
SHARE
Quitaly Compra la raccolta dei reportage di Quit su Amazon e Ibs.it

PRESI DAL WEB

Jobs Act, verso un indennizzo di soli tre mesi per i nuovi assunti

Le anticipazioni del Corriere: tra i licenziamenti senza reintegro anche quelli per scarso rendimento. Non ci sarebbe copertura per l’Aspi per i collaboratori

L'addio di Napolitano: «Parlare di voto o di scissioni evoca l'instabilità»

Il saluto del presidente alle alte cariche dello Stato promuove il governo Renzi: «Procedere senza stop s