Guardando alle elezioni, tra ironia e (un po' di) nostalgia

Andrea Mariuzzo

Per quanto limitate nella portata e trattate abbastanza in sordina dai vertici nazionali dei partiti, che evidentemente ritengono opportuno attendere gli eventi, le amministrative di inizio maggio saranno un passaggio importante, prima tornata elettorale dopo i rivolgimenti dello scorso novembre, e momento determinante per chiarire i rapporti di forza tra soggetti politici vecchi e nuovi in un momento di indubbia crisi della rappresentatività del nostro sistema politico. Pensando anche al voto che si terrà tra meno di due settimane, ho riportato la mia mente ad alcune immagini che, nella nostra cultura popolare, sono simboliche di campagne elettorali ben diverse da questa, in sostanza mai decollata.

 

 

 

 

 

L'immagine di Antonio La Trippa, n.47 nella lista del "Partito Nazionale Restaurazione", che assilla i condomini con la sua propaganda fatta in casa cercando di amplificare artigianalmente la voce con un imbuto, assilla i condomini, è una delle scene più note del nostro cinema, forse la prima che ci viene in mente quando si parla di campagne elettorali. Non tutti, forse, ricorderanno che nel film la cocciutaggine del personaggio interpretato da Totò si rivelò vincente: presolo in simpatia per i suoi improbabili messaggi, i compaesani erano ormai pronti a votarlo e a farlo andare a Montecitorio, e solo la sua onestà, messa a dura prova dai maggiorenti del movimento giunti a spiegargli le logiche spartitorie con cui le piccole forze parlamentari ottenevano appalti e prebende in cambio di sostegno al governo in emergenza, lo avrebbe spinto a rivelare ai suoi sostenitori lo "sporco" dell'alta politica, vivendo un fallimento della sua candidatura che però portò a fondo con sé anche i destini dei vertici del partito.

Quella del monarchico (quello era il partito, non nominato esplicitamente per ovvie ragioni) La Trippa era solo una delle storie raccontate dal film di Sergio Corbucci Gli onorevoli, uscito nel 1963 a raccontare quasi in tempo reale un immaginario spaccato delle elezioni politiche tenutesi il 28 aprile di quell'anno. Ad interpretare gli altri candidati figuravano Peppino De Filippo, lo sfortunato missino impegnato a sfuggire dalle grinfie di un taxista ex partigiano e a sopravvivere al boicottaggio delle maestranze di idee a lui opposte degli studi del Secondo canale, dove va a rilasciare un messaggio elettorale; Gino Cervi, ricco imprenditore "democratico liberale" che prima si diceva essere stato democratico-cristiano, e prima ancora monarchico, e prima ancora... beh, non era difficile immaginarlo; Franca Valeri, attiva parlamentare democristiana che però per l'attenzione alla condizione delle ex prostitute e in generale ai diritti delle donne sembra quasi richiamare la socialista Angelina Merlin.

Guardando alla pellicola con l'occhio dello storico, appare significativo già di per sé che nel 1963 si sia potuto usare un tratto così leggero, privo di rudezze ideologiche e finanche di partecipazione agli eventi, quasi da satira di costume, per trattare di politica. Proprio le elezioni del 1963, del resto, seguivano quelle che cinque anni prima avevano decretato la definitiva stabilizzazione del panorama politico repubblicano, dopo le passioni e i durissimi scontri delle tornate precedenti; soprattutto, esse giungevano tre anni dopo la mobilitazione nazionale che nel 1960 aveva portato alla caduta fragorosa del governo Tambroni, sostenuto con i voti determinanti del MSI, definendo chiaramente anche i ruoli che i partiti maggiori erano destinati a mantenere per circa vent'anni, con un centro-sinistra area di governo assolutamente privilegiata, un PCI comunque partecipe della vita democratica e non privo di influenza, e un'estrema destra libera di esistere, ma definitivamente esclusa dallo spazio istituzionale vero e proprio. Solo otto anni prima il tentativo di abbozzare la scena di un comizio ambientato verosimilmente in occasione delle elezioni di due anni prima, pur senza riferimenti diretti al tema caldo della "legge-truffa", aveva richiesto ben altri toni:

 

 

In Don Camillo e l'onorevole Peppone, girato nel 1955 da Carmine Gallone (lo stesso che nel 1937 aveva girato l'esaltazione del rinnovato impero fascista di Scipione l'africano), intanto, l'intera sceneggiatura è, come sappiamo ben ancorata al supporto di una delle due parti politiche: l'altra si umanizza e rientra alla "luce" della rappresentazione positiva solo nel momento in cui riacquistando il buon senso abbandona l'abito di nemica della patria, della libertà, della religione e del tradizionale ordine costituito che si è cucita addosso pur sentendolo chiaramente troppo stretto. Inoltre, l'uso e l'esposizione delle passioni politiche per caratterizzare i personaggi è spinto fin quasi al parossismo, al punto che solo lo shock di un altro, ben più profondo e interiorizzato, sentimento di natura politica smuove Peppone, anche se solo per un momento, dall'auto-imposizione dell'orientamento filosovietico a oltranza.

Nel 1963, insomma, il nostro cinema poteva guardare alla politica con un atteggiamento più distaccato, e anche le trovate comiche e/o brillanti, che nell'esempio degli anni Cinquanta nascevano direttamente dalla caratterizzazione ideologica dei contendenti e dalla loro contrapposizione, in Gli onorevoli non riguardano in alcun modo questa dimensione. Anzi, la tendenza è proprio un'altra. Se si eccettua il personaggio di Franca Valeri, intelligente e finanche furbo, ma dotato di una tempra morale che lo porta a rinunciare all'elezione certa in un gruppo parlamentare di primo piano per seguire quello che crede l'uomo della sua vita, il resto dei politici che calcano la scena non sono mai rappresentati in  modo troppo lusinghiero. Se Totò e Peppino si limitano ad essere macchiette ridicole, comunque inadeguate per capacità e carisma al ruolo di deputato a cui aspirano, i vertici dei partiti democristiano e "restauratore", così come il personaggio di Cervi, sono essenzialmente affaristi, approfittatori quando non apertamente disonesti, e il fatto che la differenziazione ideale e di proposta socio-politica dei diversi soggetti non venga mai messa in alcun modo in evidenza è consustanziale al fatto che agli occhi dello spettatore e dei protagonisti un partito vale l'altro, tutti essendo solo strumenti per la gestione del potere e per l'accesso agli appalti, alle raccomandazioni facili, ai piccoli e grandi vantaggi riservati alla classe dirigente.

Ecco un altro elemento che, avendo in mente l'attualità, fa riflettere. Dopo che, in un'epoca di conflitto aperto come quella del primo decennio repubblicano, la rappresentazione del politico era sì militante, ma non metteva in dubbio convinzione e buona fede anche dei settori politici che si cercava di contrastare, visto che proprio quelle convinzioni e quella buona fede erano l'oggetto del contendere, la "pacificazione" della fine degli anni Cinquanta era guardata come una sorta di svilimento della politica, che non dividendosi più in modo manicheo sulle grandi visioni del mondo e dello sviluppo storico sembrava quasi rinunciare alla parte più alta e nobile di sé. La riduzione (almeno nell'evidenza dell comunicazione pubblica) delle grandi fratture ideologiche e l'interesse per problemi e aspetti più concreti della vita sociale (sono di allora la scuola media unica, la nazionalizzazione dell'energia elettrica, la partenza dei grandi lavori autostradali) facevano sì che la politica prestasse il fianco a una rappresentazione che oggi, un po' impropriamente, chiameremmo "qualunquista".

Certo, veicolare questi messaggi nel 1963, quando probabilmente la vita sociale ed economica dell'Italia unita vivevano la loro massima e quasi "miracolosa" fioritura, non rappresentava un gran danno. La legittimazione di una classe politica certamente non perfetta era comunque nei fatti, nel lavoro che si trovava da un giorno all'altro, nelle buste paga che crescevano di mese in mese, in televisori e frigoriferi nuovi di zecca, nei figli di contadini analfabeti che si diplomavano e vedevano aprirsi davanti agli occhi prospettive insperate. Forse nemmeno si pensava a cosa avrebbe potuto significare la ripresa di certe pratiche discorsive in altri momenti in cui lo stemperamento dei grandi conflitti ideologici e identitari apriva la strada a stagioni politiche meno appassionate ma anche più incerte nei risultati. Come il 1992, dopo la caduta del muro di Berlino. Come il 2011-2012, dopo la caduta meno rumorosa di un piccolo imperatore.

(Avendo parlato di elezioni, oggi non posso che chiudere con un pensiero di gratitudine a chi ha permesso di tenerle con continuità per più di sessant'anni, a noi e agli italiani contemporanei ai due film a cui ho accennato)

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