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Il debito estero USA

Blog post del 1/10/2011
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A differenza del deficit pubblico, il debito estero non è necessariamente un problema: se le opportunità di investimento sono buone, e i risparmi scarseggiano, è economicamente ragionevole chiedere capitali dall’estero, e remunerarli con le opportunità di investimenti interne che grazie al debito potranno essere finanziate.

Non è però questo il caso dei deficit commerciali abituali dei Paesi ricchi (il deficit commerciale è all’incirca pari al deficit di capitale, in base all’identità nota come “bilancia dei pagamenti”). La Spagna ha fatto tanto debito per finanziare un boom immobiliare insostenibile, e non erano certo buoni investimenti. Idem per il debito delle banche USA nei confronti dei mutui immobiliari. In un boom speculativo generato dalle banche centrali attraverso garanzie pubbliche, liquidità assicurata e denaro a buon mercato, l’allocazione dei rischi sul mercato non ha alcun senso (moral hazard), e dunque non si può dire che gli investimenti siano oculati.

Inoltre, l’equity extraction e i bassi tassi di interesse stimolano i consumi a danno dei risparmi, e dunque riducono la quantità domestica di credito investibile, rendendo artificialmente necessario il deficit commerciale per finanziare la produzione interna. Questa è l'origine del boom del debito estero USA.

Gli USA scelsero di andare ad indebitarsi con l’estero all’inizio del boom che è finalmente esploso nel 2007: negli anni ’80, tempi di deficit e debito pubblico (poi si dice che Reagan era liberale… i liberali veri hanno sempre insistito sul pareggio di bilancio), di politiche monetarie (dopo Volcker, of course) lassiste, e di deficit commerciale (all’epoca col Giappone). La cosa rientrò successivamente con i risparmi militari legali alla sconfitta dell’URSS, ma a partire dal boom dell’azionario a fine anni ’90 si ricominciò ad indebitarsi con l’estero per finanziare il deficit pubblico e gli investimenti privati. Oggi gran parte dei fondi provengono dalla Cina, che di fatto è il “capitalista” che consente al “proletario” americano di ottenere i “mezzi di produzione”. Situazione sostenibile? Probabilmente no, ma a Washington non sono in grado di concepire un’alternativa, pare.

La Cina ha dei problemi col debito pubblico USA: con tassi di interesse bassissimi, e rischi di svalutazione competitiva del dollaro e di inflazione dei prezzi, i suoi crediti verso gli USA rischiano di rivelarsi carta straccia. Un’alternativa potrebbe essere l’Europa, che però è solo marginalmente più seria, sul piano macroeconomico, degli USA, quindi l’euro non è un’alternativa credibile al dollaro (e poi l’Europa ha problemi oggi, gli USA li avrà tra vent’anni, e a meno che non compriate titoli cinquantennali, la differenza conta). Fossi la Cina cercherei di diversificare, e punterei ad investire soprattutto in attività economiche reali, non in titoli pubblici, ma farlo sulla scala in cui lo fa la People’s Bank of China è difficile.

Se per caso i cinesi si stufassero dei T-bills, l’economia USA crollerebbe a picco, perché gli stranieri finanziano l’economia USA per una quantità pari al 7-8% del PIL (metà dalla Cina), e senza questi fondi occorrerebbe diminuire gli investimenti, la spesa pubblica e i consumi di quasi un triliardo di dollari l’anno. Le ultime due opzioni sarebbero positive nel lungo termine, ma produrrebbero una breve recessione. L’ultima sarebbe l’addio alla crescita economica, e dunque anche alla sostenibilità finanziaria del debito. Il governo federale, gli enti locali e i privati americani prima o poi dovranno uscire dal paese dei balocchi e guardare in faccia la realtà. E non ha un bell’aspetto.

Nel frattempo a Washington sono impegnatissimi a impedire che ciò accada: quando non ce la faranno più, la realtà sarà ancora più brutta da affrontare.

Pietro Monsurrò

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