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Ha corretto il tiro Giorgio Squinzi. Come può correggerlo un presidente di Confindustria, certo, senza fare la figura dello stolto. Ma la correzione c’è stata e anche una presa d’atto. È rimasto scosso dalle polemiche seguite all’idillio di Serravalle con Susanna Camusso, rivelando un’ingenuità che non dovrebbe appartenere a chi ricopre un simile incarico. «Non mi apsettavo tutte queste polemiche sulle mie parole che sono state decontestualizzate. Il tono del discorso generale era diverso». Ha confermato che la spending review è nel suo programma di presidente di Confindustria; ha chiarito che non esiste alcun asse con la Cgil, ma che lui è un uomo abituato al dialogo e che in questo Paese di dialogo c’è bisogno; ha manifestato apprezzamento per l’operato del governo Monti, ma ha precisato che non sono le sue parole a far abbassare o aumentare lo spread, rispondendo così per le rime al presidente del Consiglio.
Insomma, una correzione c’è stata. E l’incidente diplomatico potrebbe anche essere archiviato. Squinzi è un uomo d’impresa, uno di quelli che è in azienda alle sei del mattino. Il primo a entrare, l’ultimo a uscire. Ha sbagliato a Serravalle, soprattutto a sottovalutare le conseguenze mediatiche delle sue parole, ma è un imprenditore vero, uno che ha portato la sua azienda, la Mapei, a essere leader mondiale. Uno che può dare un apporto significativo a questo Paese anche in termini di innovazione. Ieri lo abbiamo criticato per il suo sabato toscano. Oggi plaudiamo alla sua correzione. Non è proprio il momento di soffermarsi sulle polemiche.
Ma Squinzi non può non sapere che oggi è il presidente degli industriali. Non è più solo mister Mapei, quello che gioca in proprio e che ce l’ha fatta. Non è un Maverick. Può essere lui l’uomo capace di mostra che “un altro modo fare l’imprenditore è possibile”. Ma quel modo passa per lo spending review. E per il dialogo con la Cgil, certo, ma non per l’appiattimento su di essa. E anche per una netta di presa di distanza dal modello Marchionne, come Squinzi ha fatto.

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