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Vedovi della Lira unitevi: banche centrali al lavoro per il ritorno delle monete locali

Blog post del 9/12/2011
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Per i vedovi della Lira la notizia è succulenta. Le zecche di diversi Paesi dell'Unione Europea si stanno muovendo per tornare a stampare monete locali, dopo che pensare l'impensabile è diventato esercizio quotidiano nel Vecchio continente, come il jogging per Bill Clinton o le flessioni su un braccio solo per Donald Rumsfeld. La differenza, rispetto a notizie simili lette in questi giorni, è che a scrivere oggi dei piani per il ritorno al mondo precedente al gennaio 2002, è il "re dei gufi", quel Wall Street Journal che, da buon americano, all'euro, più a ragione che a torto, non ha mai creduto. Il lavoro questa volta è serio e il pezzo (intitolato «Banks Prep for Life After Euro») è scritto a sei mani con altre tre colleghi che vi hanno contribuito.

Il caso forse più evidente è quello della Banca centrale irlandese la cui zecca, l'anno scorso, ha stampato banconote da 10 euro per un totale di 127,5 milioni di euro. Il meccanismo è questo: Francoforte determina la quantità di banconote da produrre, ma non le stampa. Le dà in outsourcing alle banche centrali dei Paesi della zona euro. Che in alcuni casi, come Grecia e Irlanda, hanno le loro zecche. Mentre, in altri casi, le fanno stampare a privati. Bene, secondo il quotidiano di Wall Street, la banca centrale di Dublino ha discusso di come ampliare la propria capacità nel caso si trovi nella condizione di dovere stampare moneta per un ritorno alla sterlina irlandese. Il dubbio dei funzionari è, nel caso, se riattivare le vecchie presse o se ricorrere ai privati. La Central Bank of Ireland si è andata a nascondere in uno di quei "no comment" che normalmente i giornalisti scambiano per una conferma ma forse sarebbe sorprendente il contrario: che con tutte le banche che simulano o parlano apertamente di una possibile dissoluzione della moneta unica, qualcuno non stia già pensando a come rimettersi a stampare il vecchio conio. Anche se per ora tutti gettano acqua sul fuoco: questi piani, dicono le banche centrali, non significano che ci aspetti la fine dell'euro. Semplicemente si preparano a tutto o, meglio ancora, allo scenario peggiore. 

Ma Dublino non è sola. Anche Paesi fuori dalla zona euro ma le cui monete sono in quache modo legate alle nostra si stanno muovendo: dal Montenegro alla Svizzera passando per la Lettonia, ognuno sta iniziando a guardarsi attorno per capire, fra l'altro, a quale altra moneta forte, o quale basket di monete, eventualmente agganciarsi.  

Alcuni euro sono poi stampati fuori dall'eurozona, come a Gateshead, nel nord del Regno Unito. Qui ha sede la De La Rue  che stampa moneta per conto di diversi paesi europei e che fa da supporto alla Bank of England per stampare sterline. La situazione ha preoccupato alcuni funzionari dell'istituzione di Threadneedle Street.  Temono che, se la moneta unica dovesse diventare materia per numistatici, l'impianto possa essere preso d'assalto dalle richieste di stampare monete locali, compromettendo la capacità di stampare sterline. Un portavoce della BoE ha escluso di stare chiedendo un accesso maggiore all'impianto di Gateshead mentre il Ceo di De La Rue, Tim Cobbold, si sfrega le mani e ricorda ai Paesi dell'euro zona che in genere occorrono circa sei mesi per sviluppare una moneta nuova con tutti i crismi di sicurezza del caso. 

Ora che con questa scarovanata di notizie funeree abbiamo reso felici i vedovi della Lira, vorremmo si fermassero un secondo a riflettere. È vero che l'operazione euro è stata costruita con ottusa rigidità teutonica e pletorica burocrazia francese, forse il peggio su cui si potesse edificare una moneta unica. Ed è anche vero che la Ue è nata con un deficit democratico (proprio agli irlandesi li hanno fatto votare finché non hanno votato la cosa giusta). Ma è altrettanto vero che quando il petrolio arrivò ai massimi, qualche anno fa, avremmo pagato la benzina 5.800 lire al litro. Certo in questi giorni è salita ancora, ai massimi in Europa, ma resta ben lungi da quel livello che, per un'economia basata sul trasporto su gomma come la nostra, sarebbe stato esiziale. E questo senza manco citare che andare a trattare a Pechino o a Brasilia come Roma vuole dire costringere il funzionario cinese o brasiliano ad aprire Google Maps. Poi certo con l'economia mondiale su cui volteggiano i corvi, il Brasile che nel terzo trimestre ha visto il Pil contrarsi dello 0,04% e la Cina la cui produzione industriale a novembre si è contratta per la prima volta in tre anni, i vedovi rischiano di vedersi soddisfatti. Ma nessuna resurrezione sarebbe più funesta.    

 

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COMMENTI /

Ritratto di Jacopo Barigazzi
Ven, 09/12/2011 - 19:42
jbarigazzi
<p>Gentile Franco44, grazie per la notazione ma ovviamente nel pezzo non si parla nel caso del Franco come di un euro peg. La locuzione &quot;in qualche modo&quot; voleva evitare di entrare nell&#39;aspetto pi&ugrave; tecnico a cui le rispondo ora. L&#39;articolo del Wsj cita anche il franco perch&eacute; le autorit&agrave; svizzere hanno usato l&#39;euro come indicatore esterno nei loro sforzi per mantenere la valuta stabile e ora &laquo;i funzionari della Banca centrale svizzera - scrive il Journal - stanno considerando quale moneta o quale basket di monete potrebbe sostituire l&#39;euro come punto di riferimento&raquo;. Tutto qua. Grazie, Jacopo&nbsp;</p>
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