Il buco nero della memoria
A Milano tra i molti vuoti ce n’è uno che nessuno indica, ma che è bene guardare in faccia. Non c’è una lapide laddove è morto Abdul Guiebre, più noto come Abba.
Emilio Alessandrini, magistrato, ucciso da Prima Linea; Sergio Ramelli, studente del Fronte della gioventù ucciso da militanti di Avanguardia operaia; Claudio Varalli, militante del Movimento lavoratori per il socialismo ucciso dalle forze dell’ordine; Luigi Calabresi. Tra loro non hanno niente in comune e nella loro vita quotidiana non avrebbero condiviso niente: né i luoghi di vacanza, né gli amici. Ma ciascuno di loro ha avuto diritto a un luogo di memoria e a una lapide.
Non tutti sono disposti a riconoscere loro questo diritto. Spesso qualcuno le danneggia, le imbratta, ma nessuno può rimuoverle.
Quelle lapidi hanno diritto di esserci non perché celebrano una persona in vita, ma perché ricordano un torto. Sono lì a testimonianza di ciò che quei corpi hanno subito e non in conseguenza di chi erano.
Anche per questo il silenzio non solo in occasione della morte di Abba, tre anni fa, il 14 settembre 2008, ma anche quello che si ripete ogni anno da allora, compreso ieri, ha bisogno che si dia una risposta che non trovi la scusante né dei biscotti rubati né dell’arroganza verbale. Di nuovo perché in quella lapide sia ricordata la violenza avvenuta, non le attenuanti generiche o l’immaginazione.
Non so cosa andrebbe scritto in quella lapide.
So dove dovrebbe essere posta: in via Zuretti, ma non so se intorno al n. 42, dalle parti del bar “Shining”, o all’incrocio tra via Zuretti e via Zuccoli dove Abba è morto.
E so chi dovrebbe esserci a inaugurarla: il sindaco di Milano, quello di ora, insieme a quello che allora, nel 2008, era Sindaco di Milano; il vicesindaco, quello di ora e quello di allora, e ancora tutte le forze politiche che sono rappresentate in quella città.
Dubito che qualcuno senta il bisogno di ricordare e men che meno che qualcuno vada lì, dalle parti di via Zuretti. In ogni caso se accadrà, avverrà tra molto tempo.
Per farlo occorre avere il coraggio, la forza e la fermezza di litigare con quelli della “propria parte”. Soprattutto occorrerebbero una classe politica, che non c’è, e parole che nessuno ha la forza e l’autorevolezza di pronunciare.Il problema di quel vuoto rimarrà intero e irrisolto, ancora per molto.
Commenti
sono completamente d'accordo con te, David, salvo che su un punto. C'è un altro cittadino di Milano la cui lapide ha avuto una storia travagliata, anche se è vero, lui la targa l'ha avuta, anzi, se non sbaglio sono addirittura due: Giuseppe Pinelli.
Articolo molto toccante e condivisibile. Ma la vicenda fu frutto di una violenza feroce messa in atto da cittadini e derivata da chissà quale induzione sociale o preconcetti personali; che dire allora dei morti da pirati della strada o dei caduti sul lavoro anche loro vittime di una degenerazione della considerazione della persona umana vista ormai come un intralcio alla propria libertà o alla propria economia, le targhe si moltiplicherebbero. Il fatto non è che qualcuno non voglia ricordare, la vita di ciascuno di noi è talmente piena di targhe di commemorazione reali o immaginarie per fatti di ingiustizie che non hanno avuto considerazione alcuna, e che ci siamo talmente assuefatti all'idea della inutilità della memoria, da arrivare addirittura a pensare una certa corresponsabilità delle vittime. Aggiungere nuove targhe non ha senso se le prime non sono servite a niente, anzi come detto sopra può essere controproducente.
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L'autore
David Bidussa (Livorno 1955) storico sociale delle idee. Lavora presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Il suo ultimo libro è Dopo l’ultimo testimone (Einaudi 2009). Ha curato Goffredo Mameli, Fratelli d’Italia (Feltrinelli 2010) e Antonio Gramsci, Odio gli indifferenti (Chiarelettere 2011).
