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di Lorenzo Dilena

Minoranze e indipendenti, il prossimo cda di Rcs è pieno di vecchie conoscenze

Blog post del 24/04/2012

Le cronache finanziarie sono uno stress test continuo per le regole della Borsa a tutela dei soci di minoranza. Prendiamo Rcs, il gruppo editoriale che pubblica il Corriere della Sera. Il prossimo 2 maggio eleggerà un nuovo consiglio di amministrazione: il patto di sindacato fra Mediobanca, Fiat, Intesa Sanpaolo, Pesenti e un’altra decina di azionisti che insieme controllano la società, ha candidato 12 manager e professionisti in buona parte proposti come “indipendenti”, come cioè non legati a questo o quell’azionista del Patto Rcs o che non hanno avuto con essi significative relazioni commerciali. Sulla base delle dichiarazioni dei diretti interessati, il futuro cda confermerà con tutta probablità ogni autoqualificazione di indipendenza. Sul piano formale sarà dunque tutto in regola, eppure questi sono tempi in cui, vedendo quel che accade in società quotate dove tutto formalmente era a posto, in cui bisogna sforzarsi di andare oltre i requisiti formali, e badare alla sostanza.

Prendiamo il caso di Giuseppe Vita, manager italiano che ha fatto fortuna Germania, professionista di grande spessore indubbiamente,e per di più presidente del comitato di sorveglianza dell’editore tedesco Axel Springer. Nei documenti allegate alla candidatura, si è dichiarato indipendente. Nel frattempo è stato però designato come presidente di Unicredit, che è il primo azionista di Mediobanca. Visti questi legami oggettivi, che prescindono naturalmente dall’indubbia levatura professionale di Vita, è ancora sensato, al di la delle formalità, che lo si consideri “indipendente”?

Roland Berger è invece uno storico consulente del gruppo Fiat, l’«eminenza grigia accanto all’a.d. di Fiat, Sergio Marchionne», secondo una definizione del settimane tedesco Spiegel, come si può leggere sul sito italiano di Roland Berger.

E poi l’indipendente che più indipendente non si può: il gran cerimoniere dei patti di sindacato, la levatrice di ogni pace armata in casa Rcs, presidente della Fondazione Corriere della Sera: Piergaetano Marchetti. Lui che è notaio, e dunque notifica con i sacri crismi dell’Ordine, dichiara di possedere i requisiti previsti dall’articolo 148 comma 3 del Decreto legislativo n. 58/1998, ovvero sia che non è legato alla società o alle società da questa controllate o alle società che la controllano o a quelle sottoposte a comune controllo ovvero agli amministratori della società e ai soggetti di cui alla lettera b) da rapporti di lavoro autonomo o subordinato ovvero da altri rapporti di natura patrimoniale o professionale che ne compromettano l’indipendenza, visto letto e sottoscritto notaio Marchetti.

Si potrebbe continuare nome per nome, e trovare quasi per tutti un collegamento, una vicinanza, quando va bene un’affinità elettiva che come minimo si esplica in rapporti d’affari e privati. Ma poi quello che colpisce a guardare i cognomi dei candidati è la sensazione che nel futuro cda della Rcs si sia data appuntamento la storia della finanza italiana, o meglio di alcune delle sue pagine più cupe.

Uno dei candidati, Andrea Campanini Bonomi, è nipote di Anna Bonomi, il cui nome, ricorda il coccodrillo che uscì su Repubblica, alla notizia della sua scomparsa «ricorreva con frequenza in un contesto del tutto diverso, quello cioè delle cronache del Palazzo di Giustizia di Milano e degli sviluppi giudiziari della complessa vicenda del crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, da cui Anna uscì con un patteggiamento nel processo di appello. A far incrociare le sue sorti con quelle Calvi era stato direttamente Michele Sindona, che ancora recentemente la Bonomi aveva definito il miglior finanziere del dopoguerra, “uomo di un’intelligenza spettacolare, al di là di tutte le vicende che sono successe”».

Sindona, P2, Banco Ambrosiano: siamo al crocevia di vicende chiave del capitalismo finanziario italiano e della storia della borghesia milanese. Nel cda del Banco di Calvi sedeva anche Luigi Rotelli – che per questo fu imputato nella bancarotta, anche se morì prima che si concludesse il processo –, padre di Giuseppe, il re delle cliniche e degli ospedali privati lombardi, attuale primo azionista del Corriere con il 16% fuori Patto e dunque ufficialmente “minoranza non correlata”. E però Bonomi ha coinvolto Rotelli nella Global Financial and Commercial Holdings, che è la società veicolo in cui il patron di Investindustrial ha messo la sua quota dell’8,6% nella Banca popolare di Milano, di cui è presidente. L’imprenditore delle cliniche ha circa il 3%, e accanto a lui c’è pure la G.B.Par., cassaforte delle famiglie Borromeo-Arese (imparentati con John Elkann della Fiat). Insomma, le liste saranno anche non correllate, ma gli investimenti sì. 

Nella lista del Patto Rcs, infine, è candidato Umberto Ambrosoli, figlio di quell’«eroe borghese» immortalato da Corrado Stajano, che all’indipendenza rese omaggio con la vita, non cedendo alle pressioni di chi non voleva che si facesse luce sui rapporti fra Sindona, mafia e P2. Di fronte alla tragedia tacciamo, e lasciamo a chi vuole di usare le categorie di nemesi, riconciliazione, restituzione, senso di colpa, riconoscenza. Per il resto ci prendiamo, invece, il diritto di cronaca. E quello che ci si para davanti, tra passati che si rincorrono, amici e parenti, impone di guardare al concetto di indipendenza con un sorriso. Amaro.  

P.S.

Un lettore attento ci ha inviato questo grafico sull’andamento del titolo Rcs.

Poco dopo il 2 aprile si vede un grosso sbalzo verso l’alto, cui segue un forte ribasso che annulla quella improvvisa crescita. Jonh Elkann, a.d. di Fiat e uomo forte del Patto Rcs, aveva salutato il rally dicendo che era merito del nuovo consiglio di amministrazione, quello di cui si parla qui sopra. Peccato si sia dimenticato di commentare l’andamento dei giorni seguenti. 

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