Il paradosso del costo della politica
Duecentosettantamila euro il costo di uno stenografo della Camera dei deputati al massimo della anzianità. Duecentotrentamila lo stipendio del Presidente della Repubblica, capo dello Stato. Un paradosso, un assurdo se giudicato con il metro di una qualsiasi grande azienda. Ma non è il solo paradosso che emerge da un’analisi comparata dei costi della politica tra diversi paesi europei (documento completo).
Vision, cinque anni fa, nell’ambito di un progetto sulle trasformazioni della democrazia proponeva un’analisi che evidenziava quanto è grande la differenza - in termini di costi - tra il parlamento italiano ed gli altri grandi parlamenti europei. Da quel momento due crisi di livello epocale hanno reso sempre meno sostenibile quei livelli di costo, e anche in Italia quasi più nessuno riesce a negare l’inevitabilità di una revisione profonda di certi meccanismi. Nell’ultimo anno il processo di riduzione dei costi del parlamento è stato avviato. Tuttavia, ancora molto deve essere fatto e molto dipende da una serie di complesse revisioni costituzionali, anche se alcune analisi più recenti sembrano limitare l’entità del problema.
Cinque anni fa la ricerca di Vision aveva calcolato in 2,3 miliardi di euro la somma dei costi dei parlamenti nazionali delle prime cinque economie europee. Ed era sorprendente accorgersi che il parlamento italiano costava quasi quanto gli altri quattro parlamenti nazionali messi insieme. È ancora più sorprendente che dopo cinque anni la situazione è addirittura peggiorata. Ed è, davvero, incredibile che – mentre in Italia infuriava la polemica e montava un’antipolitica sempre più dilagante – il costo del parlamento più costoso è riuscito persino ad aumentare più di quello degli altri. Ancora più evidente è il disallineamento del nostro paese rispetto agli altri, se rapportiamo il costo del parlamento alla dimensione del paese.
Grafico 1 – Costo dei parlamenti nazionali (camera bassa) per cittadino, €
Fonte: Bilanci della Camera dei Deputati, Congreso de Los Deputados, Buntestag, Assemblee Nationale, Eurostat
Il parlamento italiano costa per cittadino tre volte più che in Francia, dieci volte più che in Spagna. Peraltro, questo differenziale di costo appare del tutto ingiustificato. Ma non meno sorprendente sono le cause di tale divario, perché nel confronto tra i parlamenti risulta, infatti, che non è tanto il molto discusso numero di parlamentari che fa la differenza ma il costo per parlamentare. Ma la sorpresa ulteriore - richiamata da certe polemiche recenti – è che ciò non significa che la remunerazione dei parlamentari italiani sia di molto superiore a quella dei parlamentari europei, e che non è il costo dei deputati a rappresentare la maggiore determinante di questa situazione. In pratica il costo delle retribuzioni per i parlamentari in servizio, nonché quello per quelli che hanno terminato il proprio incarico è pari a poco più di un quinto del totale.
La situazione, solo parzialmente, giustifica i parlamentari italiani. Perché se è vero che non sono loro ad intascare direttamente la differenza di costo rispetto agli altri grandi parlamenti europei, rimane una domanda ineludibile: come è possibile che i deputati italiani in cinquanta anni hanno consentito (o, in alcuni casi hanno deliberato) che – fisicamente accanto a loro – crescesse e si consolidasse il sistema retributivo più assurdo di un Paese che pure ha conosciuto privilegi e protettorati di tutti i tipi?
LA PUNTA DELL’ICEBERG. È vero che il parlamento e i suoi addetti costituiscono – ne parleremo tra un attimo – la punta dell’iceberg di un problema chiamato Stato. E, tuttavia, come è possibile che i rappresentanti del popolo italiano non si siano accorti che accanto alla propria scrivania si sviluppava la più potente delle caste? E perché oggi - piuttosto che stare sulla difensiva sulla propria retribuzione - non passano ad una proposta forte per eliminare un’inefficienza che rischia di esporli ad una riduzione di consenso forse non più reversibile?
Va detto, tuttavia, che la situazione che descriviamo vede il parlamento solo come la punta di un iceberg. Il grafico che segue dice, ad esempio, di come alcune assemblee regionali costino ai cittadini persino più del parlamento nazionale.
Grafico 2 - Costo per abitante dei Consigli Regionali e del Parlamento Italiano, euro, 2011
Fonte: Vision su dati dei Consigli regionali di Lombardia, Puglia, Lazio, Sicilia e del Parlamento Italiano
La situazione che si presenta racconta di una spesa fuori controllo e riproduce esattamente le stesse dinamiche del confronto internazionale: l’assemblea regionale della regione più povera e di gran lunga quella più costosa arriva ad assorbire, del resto, il doppio delle risorse consumate dal parlamento spagnolo; e se anche ci spostiamo nelle regioni con statuto ordinario troviamo differenze assai significative, con l’assemblea lombarda che costa meno della metà di quella della regione Lazio.
Il problema più grande va anche oltre questa catena di paradossi. Ed ha a che fare con l’assenza di un metro di giudizio – aldilà di quello comparativo – con il quale giudicare quanto sia davvero alto o giustificato un costo. Non esiste, infatti, quasi nessun meccanismo che leghi il costo di una istituzione alla sua produttività o per meglio dire (visto che il concetto di produttività non è esattamente applicabile ad una istituzione) alla sua capacità di generare valore per i cittadini che ne sopportano il costo. Questa è una caratteristica di tutti i paesi di democrazia parlamentare. Si tratta di una questione urgente di democrazia che passa attraverso l’identificazione di strumenti che incentivino i rappresentanti a dar conto dei propri risultati ai rappresentati e a risponderne anche in termini economici. Esiste, ovviamente, un momento cruciale delle elezioni nel quale gli elettori scelgono e, tuttavia, si pone il problema di rendere anche la politica nel suo complesso responsabile del proprio operato.
LE AZIONI INTRAPRESE E LE IDEE. Alcune misure sono, in effetti, già state prese. Nel 2011 una riduzione è stata fatta sulle pensioni - con il passaggio al sistema contributivo e l’innalzamento delle età minime che riduce la disparità di trattamento rispetto agli altri lavoratori - e sulle indennità. La novità vera è, però, il principio del riallineamento delle retribuzioni dei parlamentari alle medie europee è diventato legge. La misura – la cui applicazione è, tuttavia, rimandata alla prossima legislatura e dipende da una serie di approvazioni di rilevanza costituzionale – rischia però di non risolvere il problema. Più efficace sarebbe estendere la disposizione all’intero parlamento (includendovi magari tutte le altre assemblee elettive): il costo non del parlamentare, ma della istituzione nel suo complesso deve essere reso uguale alla media dei paesi più simili al nostro.
C’è da segnalare, poi, una proposta di legge costituzionale (Proposta di legge del 25 agosto 2011. Atto camera 4599. Presentata dal deputato Sandro Gozi) che propone di emendare l'articolo 69 della Costituzione introducendo per i parlamentari una disciplina già contenuta per i giudici della Corte costituzionale dalla legge 11 marzo 1953, n. 87: la «sterilizzazione» di qualsiasi altro emolumento per la durata del mandato parlamentare. In altri termini, l'unico lavoro che può essere remunerato, per il membro del Parlamento, è quello di rappresentanza della nazione. Inoltre gli stessi promotori della modifica costituzionale propongono che anche le somme destinate a promuovere il rapporto “eletto – elettore” siano da trasformare da contributo in fondo perduto in cifra da rimborsare direttamente da parte del parlamento sulla base di un rendiconto.
Esistono, poi, altre misure che cercano di collegare le retribuzioni alla produzione. Esse prendono come parametro determinati indicatori di attività, come le presenze in commissione o in aula. Altri propongono, invece, di misurare la politica sulla base del numero di leggi o riforme. Ma è possibile che simili soluzioni siano controproducenti. E allora? Come facciamo a collegare costi della politica e qualità dell’attività di governo? Una possibilità, ad esempio, potrebbe essere quella di determinare due – tre parametri di tipo macro e di predefinire una “indennità di risultato” da corrispondere se il paese sopravanza la media di paesi simili (ad esempio le cinque grandi economie europee che abbiamo considerato in questa ricerca) o se migliora rispetto al passato o, al contrario, di definire una eventuale penalizzazione.
Altra idea – più originale e persino di più semplice applicazione – consisterebbe nel dare un valore all’astensione. Essa – legittima in un paese moderno e peraltro sempre più diffusa tra fasce di popolazione con tassi di istruzione più elevata e maggiore sensibilità politica – può essere misuratore del consenso che i cittadini hanno nell’offerta politica complessiva. Un incremento oltre certe soglie del numero di cittadini che arrivano a rinunciare ad un proprio diritto per sfiducia, potrebbe generare una riduzione lineare dell’ammontare complessivo dei rimborsi elettorali, ad esempio, creando un interesse trasversale ai partiti a migliorare complessivamente la propria credibilità, oltre che a farlo a discapito delle altre formazioni politiche. Incentivi e disincentivi andrebbero, del resto, introdotti in misura piccola e simbolica all’inizio e nell’ambito di sperimentazioni di forme nuove di democrazia. Estendendoli ovviamente a tutte le assemblee elettive.
Ci sarebbe, poi, da intervenire con logiche simili di accountability sul resto dei costi dello Stato. Sui costi dell’amministrazione pubblica a partire da quelli degli stenografi parlamentari.
Una politica che abbia accettato la sfida del valore sarebbe, però, pienamente legittimata a condurla.
Paper Completo: www.visionwebsite.eu/UserFiles/COSTI_POLITICA.pdf
AUTORI: Oscar Pasquali (Vision), Gianfilippo Emma (Vision), Francesco Grillo (Vision e Phd LSE), Sandro Gozi (Deputato della Repubblica).
Commenti
Molto interessante questa analisi. Non conoscevo Vision e fa piacere che ci siano think tank all'inglese anche nel nostro paese. Il punto chiave dell'argomento è che i parlamentari sono pagati perchè dovrebbero generare valore per la comunità che li elegge ed invece molti di loro arrivano agli onori della cronaca solo per cattiva condotta (l'ultimo della lista è Lusi). Quando finalmente avremo una classe politica competente - e non solo all'interno del Consiglio dei Ministri - allora forse l'Italia sarà un paese migliore
Sono d'accordo, bisognerebbe rimuovere le spese inutili della classe dirigente, oltre a diminuire anche il numero di parlamentari che è come sempre superiore alla media europea,anche se di poco....
non sappiamo votare, abbiamo sempre da contestare e da ridire, guardiamo gli altri meglio di noi, approfittiamo delle situazioni a ns. favore, incolpiamo gli altri e noi siamo sempre i migliori.
Noi italiani abbiamo quello che meritiamo.
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L'autore
Vision è un think tank, un pensatoio, una fabbrica di idee indipendente. Le idee vengono aggregate in progetti innovativi e trasformate in proposte concrete per il dibattito politico. I visionari che animano il think tank vivono dispersi tra città italiane e capitali europee, lavorano in prestigiose società di consulenza, istituzioni, scuole, organizzazioni sopranazionali o internazionali, giornali. www.visionwebsite.eu
