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Si dice che le foto siano fredde perché congelano gli istanti che ritraggono. Credo che la loro distanza derivi dal fatto che non descrivono mai il presente, ma qualcosa che è ineluttabilmente trascorso.
Le persone santificano il passato, trattano i ricordi come se fossero dei santuari e le foto come reliquie. Perdere il proprio passato è qualcosa di imponderabile.
Il rapporto tra la vita, la morte e la fotografia mi ha sempre ossessionato.
Quando ero piccolo le cene venivano passate in rigoroso silenzio, intenti a mangiare e ascoltare il telegiornale. Negli anni ’70 e ‘80 chi organizzava i servizi dei notiziari non si preoccupava della sensibilità del telespettatore: ricordo Aldo Moro nel bagagliaio di una Renault 4 in Via Caetani e decine di corpi crivellati da mafiosi e camorristi. I lenzuoli che coprivano le vittime erano come fogli di carta bianca su cui il sangue appariva come un evidenziatore.
In alcuni casi, quelli in cui le immagini drammatiche del fatto efferato non erano a disposizione, il telegiornale usava, come surrogato, le foto delle carte di identità e della patente delle persone assassinate. Foto inespressive e normali, di chi non c’era più.
Mi impressionava la frontalità di quelle foto-tessera riprodotte a tutto video, dietro le spalle dello speaker. Le persone avevano i capelli lunghi e i maglioni con il collo alto, la riga di lato e gli occhiali spessi, sembravano sfidare la morte senza troppa empatia, con un’espressione priva d’anima, forse presagendo il futuro.
Mio padre continuava a mangiare, gli occhi sul piatto. Mia madre restava immobile, completamente ipnotizzata dal racconto del cronista.
Nessuno fa foto ad un funerale. Non so se sia un fatto culturale. Sicuramente non vengono scattate perché nessuno vuole conservare la memoria di qualcosa di triste.
Fanno eccezione i funerali delle persone illustri, quando le testate ripropongono ossessivamente le immagini della cerimonia funebre.
Alla morte di Giovanni Paolo II dalla fila dei fedeli in S.Pietro si accendevano i flash dei cellulari.
In quel momento il desiderio del souvenir prevaleva sulla tristezza dell’evento.
Quando vado in un cimitero mi metto ad osservare le foto sulle lapidi. Cammino lentamente, osservo i volti, la data di nascita e quella di morte. Immagino che le persone mettano le foto su una tomba per esorcizzare non tanto la morte, ma la perdita della memoria.
Le foto di un camposanto conservano le sembianze di chi non c’è più, descrivono degli sconosciuti. Poco importa se la persona scomparsa avesse un tono di voce particolare, un odore, una risata contagiosa; quelli sono fatti secondari, o meglio minori, se confrontati con la permanenza dell’immagine di qualcuno, nei nostri ricordi.
Non ricordare le sembianze di un caro può creare un vuoto più profondo del disfacimento fisico.
Gli egizi mummificavano, i romani incidevano sulla lapide il mestiere del defunto, mentre i paleocristiani usavano simboli o ritratti.
Nei cimiteri le persone ritratte sono spesso felici.
Mi chiedo quale faccia avrebbero fatto se avessero saputo l’uso che ne sarebbe stato fatto di quella foto.

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