Mask diplomacyLa Cina sta occupando gli spazi vuoti lasciati dal mondo libero, e sono guai

Mentre gli Stati europei annaspano in ordine sparso, privi di una strategia comune, la Cina si fionda nella baraonda cercando di conquistare l’amicizia, la riconoscenza e la dipendenza dei paesi più deboli

STR / AFP

«Chi voglia attaccare in modo irresistibile lo faccia infilandosi nei vuoti». Chissà se i leader europei hanno letto L’arte della guerra di Sun Tzu, il celeberrimo trattato cinese di strategia militare, risalente al VI secolo avanti Cristo. Ma farebbero bene a leggerlo, prima o poi, cominciando proprio da quella frase illuminante. La pandemia da Covid-19 è diventata, infatti, l’arma imprevedibile di una iniziativa strategica che la Cina sta realizzando nel cuore del vecchio continente.

Il 13 marzo scorso, un aereo cinese carico di forniture mediche ed esperti è arrivato in Italia, salutato con tanto di fanfare dei media italiani e di salamelecchi e inchini da parte del ministro grillino Luigi Di Maio. Lo stesso giorno, con una videoconferenza, il governo cinese si è rivolto a diciassette paesi europei dell’Europa centrale e orientale per offrire consigli sulla lotta al virus promettendo anche aiuti materiali. Mentre i paesi europei sono travolti dall’arrivo del coronavirus, il numero dei morti in Italia e in Spagna supera ormai abbondantemente quelli dichiarati dalla Cina.

Tutti sanno che i dati cinesi sono completamente falsi, ma la conta delle vittime lascia comunque sgomenti. E così, mentre gli stati dell’Unione europea annaspano in ordine sparso, privi di una strategia comune, la Cina si fionda nella baraonda con una strategia felpata. Tra la metà e la fine di marzo, per esempio, con più di dieci voli aerei, la Cina ha consegnato milioni di maschere alla Repubblica Ceca. Il leader cinese Xi Jinping ha garantito forniture e risorse mediche a diversi paesi europei. L’uomo più ricco della Cina, Jack Ma, distribuirà due milioni di maschere in diversi paesi europei, tra i quali Spagna, Italia, Belgio e Francia. Pure Huawei, la compagnia tecnologica di punta della Cina, si è offerta di donare significativi volumi di dispositivi di protezione individuale all’Irlanda.

Oggi la politica estera cinese punta tutto sulla cosiddetta diplomazia delle mascherine: una strategia che unisce un approccio estremamente soft e dialogico, fortemente connotato sul piano simbolico, a una manifestazione di capacità muscolare fondata non sugli eserciti e sulle armi da fuoco bensì su delegazioni mediche, gruppi di ricerca scientifica, forniture sanitarie (maschere per il volto, disinfettanti) e aiuti finanziari. In un’Europa obiettivamente divisa, Pechino cerca di conquistare l’amicizia e la riconoscenza (e la dipendenza) dei paesi più deboli. E cerca di rendere meno solide le basi dei paesi più forti come la Francia, la Gemania e il Regno Unito (che però nel frattempo ha fatto la Brexit). Il sito di Euractiv ha cercato di fare il punto su questa strategia. Ne emerge un quadro sconvolgente.

La Cina aiuta tutti i paesi europei, compresi i più forti. Ovviamente, con Francia e Germania il gioco riesce poco. Come spiega Sarah Lawton, corrispondente da Berlino di Euractiv, «i cittadini tedeschi hanno cercato di acquistare maschere attraverso i soliti canali dalla Cina, ma non c’è stata alcuna cooperazione formale tra i due paesi». Piuttosto, «le aziende produttrici tedesche di automobili e altre grandi fabbriche donano invece le loro scorte al governo, mentre alcune aziende hanno già cambiato produzione per iniziare a produrre anche maschere». Dal canto suo, la Francia dopo aver assicurato di avere mascherine a sufficienza – falso – ne ha ricevuto un milione da Pechino. Ma si è trattato in parte di una ‘restituzione’: quando l’epidemia esplose in Cina, la Francia aveva inviato diciassette tonnellate di attrezzature mediche a Wuhan.

Ma i punti deboli in Europa restano numerosi. In primo luogo, i paesi dell’area di Visegrad, un bocconcino davvero delizioso per il colosso cinese. La Polonia, per esempio, riceverà 10 mila kit di test per il rilevamento del coronavirus, 20 mila maschere protettive, migliaia di dispositivi per la protezione dei medici tra indumenti protettivi speciali, occhiali di sicurezza, guanti, protezioni per le scarpe. Il ministero degli Esteri polacco vanta il successo della diplomazia nazionale, ma è più aderente alla realtà assegnare all’ambasciata cinese a Varsavia il successo dell’iniziativa.

Un altro successo cinese si registra nella Repubblica ceca: il primo aereo con le maschere dalla Cina è stato accolto festosamente all’aeroporto dal primo ministro Andrej Babiš. A sua volta, il ministero degli interni, responsabile delle forniture cinesi, informa ogni giorno sugli aiuti che arrivano dal regime di Pechino e precisa che è il suo paese è stato il primo in Europa a concordare con la Cina un ponte aereo che fornirà regolarmente forniture di materiale medico. Il presidente ceco Miloš Zeman ha ringraziato ufficialmente la Cina nel suo discorso alla nazione. Come spiega Vlagyiszlav Makszimov di Euractiv, «grazie al coinvolgimento così forte del governo, la narrazione secondo la quale i cinesi aiutano la Repubblica ceca – mentre l’Unione europea risulta assente – ha attecchito profondamente. I medici e i laboratori cechi lamentano però la bassa qualità dei prodotti cinesi e l’inaffidabilità dei loro test».

Nei giorni scorsi, sulla sua pagina Facebook, il despota ungherese Viktór Orbán ha annunciato in pompa magna il rifornimento di attrezzature sanitarie da parte della Cina: «Dalla Cina più di tre milioni di mascherine, 100mila kit per i test e 86 respiratori». A corredo, le immagini del cargo della Suparna Airlines, la compagnia aerea cinese, atterrato a Budapest con la fornitura di materiale medico sanitario e un video che lo ritrae al momento dei saluti – con il ‘tocco di gomito’ – con l’equipaggio cinese. Il 23 marzo scorso anche la China Construction Bank corporation ha donato 20 mila mascherine protettive al Centro nazionale magiaro per i servizi sanitari.

Come spiega il South China Morning Post, la Cina sta realizzando nell’Europa centrale e orientale una strategia diplomatica aggressiva. Si chiama ‘17+1’ ed è rivolta ai 17 paesi più poveri e instabili dell’Europa centro-orientale (tra questi, appunto, gli stati di Visegrad). Il paese di testa di questo gruppo sarebbe proprio l’Ungheria. Il legame tra il colosso comunista cinese e la neo-dittatura populista magiara può diventare il prossimo incubo dell’Europa. Nel cuore dei Balcani, poi, la Cina sta cercando di costruire un rapporto privilegiato con la Serbia. Il presidente Aleksandr Vučić, che definisce Xi Jinping un «amico fraterno», ha garantito la ricezione di 15 milioni di maschere protettive nelle farmacie in Serbia il 26 marzo scorso e l’arrivo di altre tranche di aiuti prima 35 milioni di maschere, poi 50 milioni – da distribuire ai cittadini. 

L’altro versante della diplomacy mask cinese è quello meridionale. Grecia, Spagna e Italia rappresentano da qualche tempo una crepa nella costruzione europea. Ciascuno dei tre paesi ha avuto nei confronti della Ue motivi di insoddisfazione e di rivalsa (la crisi economica in Grecia, la questione catalana in Spagna, il debito pubblico in Italia). La Cina vuole approfittare di queste frizioni con la sua generosa mano. Un volo di AirChina ha già consegnato oltre mezzo milione di maschere e 10 tonnellate di attrezzature mediche. Bisogna ricordare che gli investimenti cinesi in Grecia, nonostante le perplessità della Ue, sono importanti: per esempio, la compagnia elettrica cinese State Grid che ha avuto un ruolo importante nella consegna dei dispositivi, è già azionista della Greek Electric Grid Company.

Tuttavia, spiega Theodore Karaoulanis, press officer di Techniko Epimelitirio Elladas, «per i media greci la Cina ha una grande responsabilità nella diffusione del coronavirus, quindi queste mosse sono percepite più come un controllo del danno che uno sforzo diplomatico per guadagnare terreno politico-economico». In Italia, come è noto, il principale sponsor delle mire espansionistiche della Cina è il grillino Luigi Di Maio. Come ministro degli Esteri ha favorito l’arrivo in Italia di diversi materiali (500 mila maschere, quattro tonnellate di materiale medico, 1.800 tute protettive e 150 mila guanti protettivi) e ha annunciato la firma di un contratto di fornitura con una società cinese per 100 milioni di maschere che arriveranno in queste settimane.

Brian Wong, caporedattore dell’Oxford Political Review e columnist di Asia Times, scrive su The Diplomat: «attraverso la consegna tattica di aiuti, la Cina è in grado di conquistare il favore degli scettici e di consolidare al contempo la credibilità e la presenza dei partiti filo-cinesi all’interno degli stati-nazione europei». Proprio come nel caso del Movimento Cinque Stelle del ministro Di Maio. Di fatto, continua Wong, «l’impegno cinese nell’affrontare le sfide della leadership globale e nel “fornire sollievo a fratelli e amici” appare a molti in netto contrasto con i ritardi burocratici della macchina istituzionale e dei veti intergovernativi dell’Unione europea. Per alcuni stati membri, Pechino rappresenta quella controparte pragmatica e attiva che può risolversi in un valido alleato alternativo rispetto alle performance poco brillanti dell’Ue». Eccolo qui il vuoto che la strategia cinese ispirata a Sun Tzu può riempire.

Bisogna ricordare però che i suggerimenti di Sun Tzu sono molto raffinati. Come ricorda per esempio Parag Khanna, il politologo americano di origini indiane autore de Il secolo asiatico, sarebbe ingenuo pensare che la strategia cinese sia soltanto quella di intrappolare i paesi più deboli con progetti di sviluppo e catene di prestiti. Il vero debito che costruisce la Cina, spiega Brian Wong, «si basa sul senso del debito morale e psicosociale e delle relazioni di dipendenza sommerse con questi stati». Offrendo aiuti di emergenza in situazioni critiche come catastrofi naturali e crisi di salute pubblica, anche durante la pandemia di Covid-19, «la Cina ottiene un accesso senza pari e significativo alle infrastrutture strategiche degli Stati che si aprono alla Cina, favorisce sentimenti di gratitudine e di reciprocità tra le burocrazie intermedie, sostiene l’importazione regolare e costante di tecnologia e forniture cinesi – dalla biotecnologia alle attrezzature mediche – aumentando indirettamente le entrate delle sue imprese o delle componenti chiave del suo Made in China».

L’Europa comincia a temere questa complessa strategia. Non a caso, il 25 marzo scorso, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha avvertito che le difficoltà economiche causate dalla crisi del coronavirus potrebbero esporre le imprese europee “strategiche” alle acquisizioni straniere. «La crisi del coronavirus colpisce profondamente l’economia europea e molte aziende sono temporaneamente indebolite da questa crisi, dobbiamo prenderci cura di loro: alcuni settori sono fondamentali per la sicurezza, la salute pubblica e la serenità, come la salute, la ricerca medica o le infrastrutture strategiche», ha affermato.

A tutto ciò si aggiunga che l’aumento della complessità e della interdipendenza globali può aumentare anche la frequenza delle catastrofi. Il modo in cui i paesi affronteranno questi cambiamenti sarà un test cardine della loro competenza diplomatica e di politica estera. Il governo dell’equilibrio delle relazioni internazionali e della sicurezza globale negli ultimi cento anni è stato gestito dagli Stati Uniti, in rappresentanza del cosiddetto “mondo libero”. Ma oggi il paese guidato da Donald Trump è diventato autoreferenziale: sia a causa dell’isolazionismo del suo presidente, sia perché deve affrontare, per la prima volta nella sua storia, una catastrofe che si svolge all’interno dei suoi confini. Ancora un altro vuoto nel quale la Cina sembra infilarsi con astuzia. Il governo cinese ha già adottato una strategia di aiuti in America Latina che molto ricalca quella strutturata in Europa. 

In più, sta cercando di accrescere la propria influenza a livello delle più importanti organizzazioni internazionali. La Cina vanta oggi quattro dei quindici capi di agenzie specializzate presso le Nazioni Unite: Qu Dongyu, direttore generale della Fao (agricoltura e cibo), Fang Liu, segretario generale dell’Icao (aviazione), Houlin Zhao, segretario generale dell’Itu (telecomunicazioni) e Li Yong, direttore generale dell’Unido (sviluppo industriale). Gli Stati Uniti detengono ancora la rappresentanza più numerosa tra alti funzionari delle Nazioni Unite (23 statunitensi su 202).

Approfittando però dell’isolazionismo americano, la Cina sta cercando di colmare il suo gap al vertice delle istituzioni multinazionali: la sua presenza crescente è fondamentale per consolidare l’egemonia regionale in Asia, ma anche nel resto del mondo. Sul punto la Cina mostra tutto il suo brutale approccio autoritario: basti pensare all’isolamento nel quale costringe da anni la repubblica democratica di Taiwan, esclusa perfino dall’Organizzazione mondiale della sanità a causa della Cina. Taiwan è anche uno dei paesi asiatici che, evitando il lockdown, ha adottato contro l’epidemia da Covid-19 una strategia ben più efficace di quella totalitaria del vicino cinese. In questo caso è stata Taiwan ad attuare meglio i saggi consigli Sun Tzu.

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