Nuove visioniI programmi di Quibi sono un delirio, ma per fortuna durano poco

La piattaforma di contenuti video (solo per smartphone) lanciata in piena pandemia ha una offerta ampia ma disomogenea. Film a puntate, show al limite del pacchiano. Durano meno di 10 minuti e hanno il pregio di distrarre gli utenti

Immagine tratta dal trailer di “Dishmantled”
Immagine tratta dal trailer di “Dishmantled”

Ormai è una certezza. Quando si parla di Quibi, si arriva sempre alla solita domanda: ce la farà?

Il dubbio è legittimo: la nuova piattaforma di contenuti video fondata da Jeffrey Katzenberg (ex Disney, ora Dreamworks) e Meg Whitman (ex eBay e Hewlett Packard) e lanciata lo scorso 6 aprile mira a imporsi sul mercato (non saturo, ma senza dubbio concorrenziale) ma potrebbe anche rivelarsi uno dei tanti flop, forse più spettacolare di altri, come ha detto al New York Times l’esperto di media Michael Goodman.

Le ragioni sono diverse. È vero che la quarantena forzata ha spinto, in generale, verso un aumento dei consumi di film e video (basta il boom di Disney+, per esempio, ma anche il record della Casa di Carta su Netflix),. Ma è anche vero che Quibi, che propone contenuti brevissimi (mai oltre i 10 minuti), solo per smartphone e pensati per la vita frenetica e solitaria del commuter cittadino, rischia di non approfittarne. Arrivata con una formula giusta, data la tendenza globale al video breve (vedi Tiktok), ma nel momento sbagliato, vista la pandemia, potrebbe uscirne danneggiata. Anche perché le previsioni per l’economia sono fosche e pochi vorranno spendere per abbonarsi.

I fondatori hanno scelto di proseguire. Al “problema quarantena” hanno fatto solo due concessioni: la cancellazione della festa di inaugurazione e la promozione di un periodo gratuito per gli utenti di tre mesi, molto più lungo del previsto. La scommessa continua: anche perché il livello dei nomi coinvolti (Liam Hemsworth, Jennifer Lopez, LeBron James, Chance the Rapper, Idris Elba, Bill Murray, Steven Spielberg, Sophie Turner, Lil Nas X, Megan Thee Stallion) è elevatissimo, come pure l’investimento degli azionisti: due miliardi di dollari.

Intanto, per chi li vuole vedere, ci sono già una cinquantina di show, film, serie, documentari e news, tutti pensati e girati per essere visualizzati sia in verticale che in orizzontale – l’inquadratura cambia, il campo visivo si allarga o si restringe se si gira lo smartphone, ma senza danni alla fruizione del programma.

Alcuni, poi, meritano anche una certa considerazione. Ed è un peccato che, al momento, ci si dedichi più a calcolare le possibilità di riuscita di Quibi che a osservare cosa abbia da proporre (ma forse è significativo?).

Vale la pena, per esempio, guardare il remake di “Most Dangerous Game”, con Liam Hemsworth e Christopher Waltz, in cui il protagonista, indebitato in maniera disperata, si trova costretto ad assumere incarichi pericolosi. Ogni puntata – è parte della policy – deve finire lasciando in sospeso lo spettatore, per invogliarlo a continuare la visione. Nulla di nuovo, se si pensa ai romanzi d’appendice o alle serie tv più lunghe. Soltanto, c’è il rischio che il meccanismo narrativo, se troppo abusato, diventi logoro.

In alternativa c’è Sophie Turner in “Survive”, nella parte di una ragazza con pulsione suicide che si trova a sopravvivere alla caduta di un aereo. O, per ravvivare il clima, (di nuovo) gli scherzi di Chance The Rapper in “Punk’d”, e lezioni di sessuologia per millennial di Shan Boodram. E ancora: un programma di cucina dedicato all’Italia (“Shape of Pasta”), un documentario sulla scuola fondata da LeBron James “I promise”, e poi “Dishmantled”, programma al limite del delirio in cui si spara un piatto addosso a due chef bendati chiedendo loro di identificarli e prepararli nella mezz’ora successiva.

Non manca una versione americana ed evoluta di Forum, cioè “Chrissy’s Court”, solo che il Santi Licheri della situazione è la modella Chrissy Teigen. I casi sono piccoli litigi quotidiani, lei ha una capacità di conquistare la scena notevole, e i pronunciamenti rimangono vincolanti.

Infine, da segnalare un prodotto feel-good come “Thanks a Million”, dove in ogni puntata una celebrità individua una persona importante che ha incontrato nella vita e la ricompensa con 100mila dollari. Comincia Jennifer Lopez che premia una fan, la cui bambina è stata colpita da paralisi cerebrale.

A conti fatti, l’offerta è piuttosto varia e la qualità discutibile. A film interessanti si sommano vecchi format, revival consumati e ripescati allo scopo, talvolta anche portati all’eccesso, come “Murder House Flip”, dove due restauratori devono ricostruire e vendere case dove sono avvenuti fatti di sangue (in questo caso, la villa della pluriomicida Dorothea Puente): l’effetto pacchiano è sempre dietro l’angolo. Ma li salva la brevità.

Forse, se funzionerà, sarà proprio per questo. Secondo Katzenberg, in un periodo di difficoltà, «tanti cercheranno distrazioni», anche di breve durata. Non saranno le visite guidate ai musei virtuali, o le discussioni elevate tra scrittori e filosofi sul tempo presente ad attrarre le persone. Ma una decina di minuti di totale evaporazione. Un piccolo riparo tra il telelavoro, i figli e tutti gli altri impegni.

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